Sintesi del rapporto della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sul diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e allo smantellamento del colonialismo

Ott 22, 2022 | Notizie, Riflessioni

da Law for Palestine,

Law for Palestine, 18 ottobre 2022. 

Affrontiamo qui brevemente i motivi per cui questo Rapporto della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite è importante e quali sono le sue implicazioni legali.

Francesca Albanese

Il 21 settembre 2022, la neoeletta Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, ha presentato il suo primo rapporto al Consiglio dei Diritti Umani, in conformità con la risoluzione 1993/2A della Commissione per i Diritti Umani e la risoluzione 5/1 del Consiglio dei Diritti Umani. Il rapporto è stato pubblicato il 18 ottobre 2022. Durante la stesura del rapporto, l’autrice ha cercato di comunicare con il Rappresentante Permanente di Israele, che non si è detto disposto a confrontarsi con lei, con il Rappresentante permanente dello Stato di Palestina, con altri Rappresentanti permanenti a Ginevra e con gruppi regionali.

Il rapporto, che segna la prima volta di una Relatrice donna, si è concentrato sul diritto palestinese all’autodeterminazione e sulla sua realizzazione nel contesto dei territori palestinesi occupati, cercando di chiarire i principi giuridici, il significato e le implicazioni di questo diritto e quanto la realtà attuale sia lontana dalla sua realizzazione.

Indagine sull’autodeterminazione: perché ora?

Il rapporto inizia spiegando l’evoluzione storica della privazione dei palestinesi dei loro diritti inalienabili, facendo chiaro riferimento al fatto che la situazione presa in esame è iniziata nel 1948 e che “la maggior parte dei residenti di Gaza, insieme a molti di quelli che attualmente stanno affrontando il trasferimento forzato in tutta la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, sono rifugiati – originari della Galilea, Haifa, Jaffa, Ramleh e Lydda e del Naqab”. La guerra del 1967 ha portato a un ulteriore deterioramento dei diritti umani per questi rifugiati, in particolare in Cisgiordania e a Gaza.

Per quanto riguarda la questione dell’autodeterminazione e del “perché ora?”, il rapporto spiega perché il nuovo quadro normativo sull’apartheid, pur essendo necessario per evidenziare la condizione dei palestinesi e per il fatto che si occupa dei palestinesi come popolo, ha tuttavia diversi limiti, soprattutto se considerato da solo e non come parte di “un esame olistico dell’esperienza del popolo palestinese nel suo complesso”.

In primo luogo, la natura “territoriale” del discorso sull’apartheid (come presentato nei rapporti recentemente pubblicati) non comprende i rifugiati palestinesi. In secondo luogo, l’attenzione al discorso dell’apartheid trascura “l’illegalità intrinseca dell’occupazione israeliana” dei territori palestinesi e le conseguenti violazioni. In terzo luogo, il quadro dell’apartheid non può, da solo, affrontare le cause alla radice della condizione dei palestinesi, che dovrebbero essere considerate nel più ampio contesto storico e coloniale.

Pertanto, il Rapporto suggerisce che questo quadro di apartheid, così come attualmente applicato, “bypassa la questione critica del riconoscimento del diritto fondamentale del popolo palestinese di determinare il proprio status politico, sociale ed economico e di svilupparsi come popolo, libero dall’occupazione, dal dominio e dallo sfruttamento stranieri” (par. 11).

Nello stesso contesto, la Relatrice Speciale rileva l’illegalità dell’occupazione israeliana (confermando la posizione del suo predecessore, il Prof. Michael Lynk, e di molti altri studiosi). Il rapporto ribadisce che “l’occupazione israeliana è illegale perché ha dimostrato di non essere temporanea, è deliberatamente amministrata contro gli interessi della popolazione occupata, ha portato all’annessione del territorio occupato, violando la maggior parte degli obblighi imposti alla potenza occupante dal diritto internazionale”.

Dopo aver gettato queste basi, la Relatrice Speciale ha rilevato che “l’eliminazione dell’apartheid israeliano nei territori palestinesi occupati, pur essendo necessaria, non risolverà automaticamente la questione della dominazione israeliana sui palestinesi, né ripristinerà la sovranità permanente sulle terre occupate da Israele e sulle risorse naturali in esse contenute, né, da sola, soddisferà le aspirazioni politiche dei palestinesi”. Ha aggiunto che negli ultimi trent’anni, soprattutto nel contesto della “normalizzazione” diplomatica con Israele, il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione è diventato più uno “slogan ideologico che una realtà giuridica da cui derivino chiare responsabilità”. In effetti, il diritto all’autodeterminazione “costituisce il diritto collettivo per eccellenza e ‘il diritto piattaforma’ necessario per la realizzazione di molti altri diritti”.

Stabilire il quadro giuridico dell’autodeterminazione

Il Rapporto approfondisce e stabilisce il diritto collettivo dei palestinesi come popolo all’autodeterminazione nel diritto internazionale, senza il quale “gli altri diritti non saranno quasi certamente realizzati.

Il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) e il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (ICESCR) hanno offerto una codificazione universale del diritto all’autodeterminazione. Includono due componenti intrecciate: una componente politica e una componente economica. Quella politica garantisce la capacità di un popolo di scegliere il proprio governo e di governarsi senza interferenze, il che implica una dimensione interna (il diritto del popolo) ed esterna (essere libero dal controllo esterno e dalla dominazione straniera). La componente economica riguarda il diritto collettivo di un popolo a godere delle proprie ricchezze e risorse naturali come espressione di una sovranità permanente su di esse.

La dimensione esterna della componente politica implica anche il diritto di resistere alladominazione straniera, all’asservimento e allo sfruttamento che possono impedire la realizzazione dell’autodeterminazione.

La Relatrice Speciale osserva che le Nazioni Unite, fin dal 1967, hanno continuato a riaffermare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e a denunciare Israele per averla violata, e ha esortato tutti gli Stati a estendere il loro sostegno al popolo palestinese nella sua lotta per riconquistare il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza (paragrafi 29-30). Secondo la Relatrice Speciale, “era chiaro che la legge dell’autodeterminazione legittimava il diritto dei palestinesi a resistere, in virtù della natura violenta e acquisitiva dell’occupazione israeliana contro cui i palestinesi stavano lottando per liberarsi”.

Un controllo della realtà: 55 anni senza autodeterminazione

Fin dall’inizio dell’occupazione della Cisgiordania e di Gaza, Israele ha avviato un processo di de-palestinizzazione dei territori occupati attraverso diverse strategie sviluppate dai pianificatori israeliani, come il Piano Allon.

Israele, come spiega il rapporto, ha seguito le strategie di: (1) frammentazione territoriale per eludere l’unità palestinese, (2) impedire lo sviluppo economico e i mezzi per prosperare attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali, (3) impedire l’identità attraverso la cancellazione dei diritti culturali e civili dei palestinesi e (4) impedire l’esistenza politica (e la resistenza) e la statualità per eludere qualsiasi possibilità per i palestinesi di praticare il loro diritto all’autodeterminazione.

Pertanto, come ha affermato la Relatrice Speciale, “il modo in cui Israele ha amministrato i territori palestinesi occupati assomiglia a quello di una colonia, ‘profondamente impegnata a sfruttare la terra e le risorse a vantaggio di Israele, e profondamente indifferente, nella migliore delle ipotesi, ai diritti e agli interessi del popolo protetto’”.

Occorre un cambio di paradigma!

Il Rapporto aggiunge che gli sforzi e le strategie israeliane hanno portato sinora ad affrontare la situazione attraverso i seguenti approcci: umanitario, politico ed economico. L’approccio umanitario prevedeva che il diritto internazionale fosse “utilizzato per affrontare specifiche violazioni israeliane e per ‘migliorare’ alcuni aspetti della vita sotto occupazione” invece di trattare le cause alla radice. Secondo l’approccio politico, invece, la situazione attuale veniva definita un “conflitto” tra due “parti opposte” piuttosto che un caso di colonizzazione. Questo punto di vista predicava un “accordo di pace negoziato”, subordinando la fine dell’occupazione illegale ai negoziati. Infine, l’approccio economico spingeva per lo sviluppo dell’economia palestinese in modo isolato dai diritti civili, sociali e politici. Mirava a risolvere il conflitto integrando le imprese e creando opportunità di sviluppo sostenibile, senza tenere conto del rispetto dei diritti umani fondamentali.

Il Rapporto rifiuta chiaramente questi approcci per la loro apparente confusione tra cause profonde e sintomi, portando quindi a una normalizzazione dell’occupazione stessa.

Pertanto, il Rapporto chiede un cambio di paradigma negli approcci “optando per una soluzione basata sul rispetto della storia e del diritto internazionale”, a partire dalla “norma cardine del diritto dei popoli all’autodeterminazione e dal riconoscimento dell’assoluta illegalità del colonialismo e dell’apartheid che la prolungata occupazione israeliana ha imposto ai palestinesi nei territori palestinesi occupati”.

Nelle sue osservazioni conclusive, Francesca Albanese sostiene che la natura dell’occupazione israeliana è quella di un “regime intenzionalmente acquisitivo, segregazionista e repressivo, progettato per impedire la realizzazione del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione”. Aggiunge che la negazione israeliana del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi è in linea con le pratiche coloniali del passato e che lo smantellamento di questo “regime coloniale” e del sistema di occupazione e apartheid è un requisito per la realizzazione del diritto inalienabile dei palestinesi all’autodeterminazione, che dà origine a obblighi erga omnes a cui non si può derogare in nessuna circostanza. Ciò richiede che gli Stati terzi non riconoscano come legittima, né aiutino o favoriscano, la situazione illegale creata dalle politiche coloniali israeliane che costituiscono una violazione del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione.

Nelle parole della Relatrice Speciale, “nessuna soluzione può essere giusta ed equa, né efficace, a meno che non sia incentrata sulla decolonizzazione, consentendo al popolo palestinese di determinare liberamente la propria volontà politica e di perseguire il proprio sviluppo sociale, economico e culturale, accanto ai suoi vicini israeliani. La comunità internazionale deve adottare una diagnosi più accurata dell’occupazione coloniale israeliana nei territori palestinesi occupati e rispettare i propri obblighi di diritto internazionale per realizzare pienamente il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione” (paragrafo 74).

Infine, il Rapporto conclude che “il ‘processo di pace’ in Medio Oriente e i successivi tentativi bilaterali di pacificazione si sono dimostrati inefficaci” a causa del fatto che nei loro approcci non tengono conto dei diritti umani e delle basi coloniali dell’occupazione israeliana.

Nelle sue raccomandazioni, la Relatrice speciale ha raccomandato a tutti gli Stati, tra l’altro, di “denunciare le violazioni intenzionali da parte di Israele del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi, anche attraverso pratiche coloniali” e di chiedere la fine immediata dell’occupazione illegale di Israele e la restituzione di tutte le terre e le risorse di cui il popolo palestinese è stato espropriato. Ha chiesto che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sviluppi un piano per porre fine all’occupazione coloniale e al regime di apartheid di Israele, facendo pressione su Israele affinché rispetti il diritto internazionale, e chiedendo che gli Stati siano pronti a ricorrere alle contromisure previste dalla Carta delle Nazioni Unite in caso di inadempienza da parte di Israele, compresa l’adozione delle politiche necessarie per regolamentare la condotta delle imprese nei territori palestinesi occupati, in modo da ritenere responsabili coloro che sono complici degli insediamenti. Inoltre, il Rapporto ha chiesto di ottenere un rendiconto del proprio operato attraverso la Corte Penale Internazionale (CPI) e i meccanismi di giurisdizione universale.

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

Il Rapporto completo nell’originale inglese è disponibile qui (clicca), mentre il Rapporto completo in una traduzione in italiano viene mostrato di seguito:

ONU-Rapporto-Albanese-IT-1

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