Il Mapping Project non è un attacco alla comunità ebraica, ma un appello a chiarirne le responsabilità

Giu 20, 2022 | Riflessioni

di Philip Weiss e Adam Horowitz,  

Mondoweiss, 16 giugno 2022.   

Apprezziamo il lavoro del Mapping Project perché si colloca in una tradizione di attivismo giornalistico e perché vogliamo responsabilizzare chi ha il potere.

Due settimane fa, un gruppo di attivisti di Boston chiamato Mapping Project ha pubblicato un’analisi degli ampi “legami locali tra le varie entità responsabili della colonizzazione della Palestina, … dell’economia dell’imperialismo e della guerra, … della polizia… e dei trasferimenti forzati”.

La mappa comprendeva decine di istituzioni dell’area di Boston coinvolte nelle più varie attività, dalla gentrificazione alla sorveglianza degli attivisti per i diritti abitativi, dalla brutalità della polizia alla guerra al terrorismo – e comprendeva anche nomi noti a tutti: L’Università di Harvard, il Berklee College of Music, Raytheon, General Dynamics, così come il governatore Baker e i senatori Markey e Warren.

Abbiamo pubblicizzato il progetto quando è uscito, e apprezziamo i suoi risultati e il suo metodo. Si tratta di una forma molto tradizionale di attivismo e di giornalismo, che consiste nel tracciare i collegamenti all’interno dell’establishment che sostengono un’ingiustizia o un’altra. 

Dopo la pubblicazione del rapporto, si è scatenato l’inferno. I più critici hanno definito la mappa una pericolosa teoria della cospirazione, che potrebbe persino incitare alla violenza contro gli ebrei. A questi critici non interessa cosa fa la polizia, l’antiterrorismo o l’imperialismo. La loro preoccupazione è il fatto che il Mapping Project include molti gruppi ebraici che sostengono l’impunità di Israele nonostante i suoi comportamenti criminali. Tra questi gruppi vi sono la Anti-Defamation League, Combined Jewish Philanthropies, Ruderman Family Foundation, Kraft Family Philanthropies, Seth Klarman e la Klarman Family Foundation, oltre al Jewish Community Relations Council of Greater Boston

E l’accusa è ormai familiare: il Mapping Project è colpevole di aver preso di mira l’antisemitismo. Infatti, l’Anti Defamation League afferma che i grafici del progetto sono pericolosi quanto la propaganda nazionalista bianca, e renderanno gli ebrei insicuri negli Stati Uniti.

L’isteria nel caso di Boston si concentra su una piccola parte del rapporto. Delle 483 voci del progetto, 162 riguardano il sionismo, e meno di 45 riguardano quelle che possono essere classificate in senso lato come istituzioni “ebraiche”. Ma l’isteria ha avuto un grande effetto. Politici di spicco si stanno facendo in quattro per condannare questo ultimo caso di “antisemitismo antisionista”. I senatori democratici e i membri del Congresso stanno cercando di guadagnare punti ripetendo le parole delle organizzazioni sioniste di destra e deplorando la presunta esistenza di una cospirazione anti-ebraica, mentre anche gli editorialisti stanno salendo sul carro dei vincitori. I giornali la chiamano “lista nera” ebraica. E i gruppi sionisti stanno usando tutto questo clamore come una clava contro la campagna nonviolenta del movimento BDS.

Gli attacchi limitati a una piccola parte del Mapping Project dimostrano una verità del rapporto e un problema che abbiamo sottolineato a lungo in questa sede. Le istituzioni della lobby israeliana hanno un notevole potere politico e culturale nel dettare il discorso su Israele/Palestina e la politica che ne deriva. Ma non possono essere attaccate, perché il loro è potere non può essere concretizzato. Perché consiste nel presupporre l’esistenza di una forma di odio verso gli ebrei.

Noi rifiutiamo questa irresponsabilità come americani (e anche come ebrei). Riteniamo che sia giunto il momento che le istituzioni ebraiche sioniste si assumano la responsabilità per il disastro che hanno contribuito a creare in Palestina. Quando Jonathan Greenblatt attacca il rapporto dicendo che solo le organizzazioni ebraiche sioniste possono criticare Israele –le organizzazioni a cui si riferisce sono T’ruah e J Street– sta semplicemente cercando di rafforzare l’impunità di Israele per le atrocità dei diritti umani, che deriva in gran parte dal patrocinio degli ebrei americani. Greenblatt sta dicendo che per essere un buon ebreo si deve sostenere Israele, una unanimità che anche altri sostenitori di Israele hanno cercato di imporre alla comunità ebraica. 

Uno di noi sostiene da tempo che l’occupazione israeliana è un successo degli ebrei americani. Questo è un modo di vedere la storia raccontata dal Mapping Project: esso infatti delinea il sostegno materiale e politico che la comunità ebraica americana ha fornito all’occupazione illegale della terra palestinese da parte di Israele.

Illustra i modi in cui, in una sola città (Boston), per oltre 50 anni le organizzazioni sioniste all’interno della comunità ebraica, che rappresentano i sentimenti più diffusi degli ebrei americani, hanno sostenuto le violazioni israeliane del diritto internazionale a Gaza, nel Golan e in Cisgiordania, compresa ovviamente Gerusalemme Est, e hanno assicurato che tali violazioni non saranno mai oggetto di punizione da parte degli organismi internazionali, né tantomeno saranno citate dai politici americani.

Questa documentazione del sostegno materiale a Israele, come la raccolta di fondi per le forze armate israeliane e la colonizzazione della terra palestinese, o l’attacco a qualsiasi critica a Israele nella stampa americana, è un servizio essenziale. Ricorda la documentazione che gli studenti della Columbia University crearono nel 1968 sui legami dei loro insegnanti con la guerra del Vietnam, e numerosi altri esempi nel corso degli anni. Questa documentazione è anche una chiamata alla responsabilità per la comunità ebraica americana.

Ma come abbiamo visto spesso, tali appelli non sono consentiti; la comunità ebraica deve essere considerata sempre innocente. La reazione al Mapping Project riecheggia la reazione alla campagna Deadly Exchange di Jewish Voice for Peace, che contesta la complicità delle istituzioni ebraiche nella violenza della polizia negli Stati Uniti. Quella campagna è stata attaccata dai sostenitori di Israele in modo del tutto simile.

Il Mapping Project costringe a rendersi conto non solo del sostegno materiale all’occupazione, ma anche del potere politico della comunità ebraica organizzata. Questo è forse l’aspetto più controverso della mappa, e un terzo binario nella nostra politica. Parlare del potere ebraico è qualcosa che solo gli ebrei americani sono autorizzati a fare e solo per celebrarlo (vedi Alan Dershowitz: “Abbiamo il diritto di usare il nostro potere. Abbiamo contribuito in modo enorme al successo di questo Paese”. O Bari Weiss che elogia “il potere ebraico… il successo ebraico”). Ma non appena questa influenza viene messa in evidenza da altri, si tratta di una teoria della cospirazione o di una riedizione dei Protocolli degli Anziani di Sion [falso documento russo per suscitare odio contro gli ebrei. NdT].

Ricordiamo alcuni eventi che confermano questo potere della comunità ebraica.

Jimmy Carter è stato presidente per un solo mandato, in parte perché ha affrontato la lobby di Israele riguardo agli insediamenti. Stuart Eizenstat, il referente di Carter (e poi di Hillary Clinton) per la comunità ebraica, ha scritto di recente che Carter attribuiva la sua sconfitta all’opposizione degli “ebrei di New York” che in passato lo avevano sostenuto, ma che erano allarmati dalle sue critiche agli insediamenti di Israele. Eizenstat ha descritto con franchezza il peso politico della comunità ebraica:

Nei decenni successivi, è diventato ancora più chiaro che i progressi su tali questioni intrattabili con cui Carter lottava quarant’anni fa, possono avvenire solo con un Presidente disposto a sopportare un’enorme pressione politica interna e ad andare avanti. Nessuno lo ha fatto da allora con la stessa combinazione di grinta e determinazione di Carter, forse proprio a causa dei danni politici subiti da Carter.

Anche Tom Friedman ha attribuito in parte la sconfitta di George H.W. Bush nel 1992 alla sua linea dura sugli insediamenti. “I repubblicani del Bush I, e soprattutto durante il Bush 2 di suo figlio, presero una decisione strategica: non sarebbero mai più stati favorevoli a Israele. Questo, dicono, è costato loro molto in termini elettorali”.

Infatti, nel 1992, Bill Clinton vinse la presidenza e si schierò a destra di Bush sulle questioni di Israele, ottenendo la benedizione della principale organizzazione delle lobby israeliane, l’AIPAC.

L’AIPAC aveva un accesso senza ostacoli alla Casa Bianca anche sotto Barack Obama. Il principale assistente di Obama in politica estera, Ben Rhodes, ha dichiarato di aver trascorso più tempo a trattare con 10-20 gruppi ebraici che con chiunque altro, e che questi gruppi stavano naturalmente portando avanti la linea del governo israeliano. “Non è una cospirazione, è quello che è”.

Il numero di persone che si incontrano della comunità organizzata pro-Israele è pari agli incontri che si potrebbero fare con i gruppi della diaspora o del corpo elettorale su tutti gli altri temi. È questa la sproporzione. Nel corso degli otto anni ho incontrato così tante volte i soliti volti della comunità ebraica americana organizzata… si tratta di 10-20 persone con cui ci si incontra sempre… Non è una cospirazione, è quello che è. Le persone sostengono una posizione. Ma è una posizione comune. Qualunque fosse il punto di tensione tra noi e il Governo israeliano in un determinato momento, di solito venivano a rappresentare quello che sapevo essere il punto di vista del Governo israeliano in quella circostanza….Ogni volta che c’è stato un incidente internazionale come il Rapporto Goldstone o la Flotilla turca, bisognava assicurarsi di fare tutto il possibile  per impedire che la cosa fosse portata all’ONU.

Sappiamo come è nato questo potere. La comunità ebraica ha mostrato una notevole unità nel sostegno a Israele dopo le guerre del 1967 e del 1973, a volte come un vero blocco, e ha cercato di punire i dissidenti. Anche i sionisti liberali, come il gruppo Breira o lo scrittore Leonard Fein, sono stati schiacciati quando hanno osato mettersi contro Israele. Oggi siamo entusiasti di vedere un movimento distinto di ebrei anti-sionisti, ma rappresenta ancora una piccola minoranza che è soggetta a scomunica da parte delle organizzazioni che sono nell’establishment.

Sostenere la colonizzazione israeliana della Palestina è diventato un progetto comune della comunità ebraica americana. E quando Al Jazeera ha osato produrre un documentario sulla lobby israeliana, i sostenitori americani di Israele che potevano vantare le simpatie di Trump sono volati in Qatar e hanno lavorato per sopprimere il film.

Quello che stiamo descrivendo è il potere politico ai livelli più alti del sistema americano (che sicuramente ha molto a che fare con i finanziamenti alle campagne elettorali). È nelle migliori tradizioni democratiche del nostro Paese esaminare tale corruzione ed esporla alla luce del sole. I gruppi ebraici pro-Israele vogliono che la luce del sole sparisca.

Purtroppo, gli attacchi continuano ad arrivare. Lunedì, Marc Rod di Jewish Insider ha riferito che il capo della Divisione di Boston dell’FBI ha detto a un evento della comunità ebraica locale che l’FBI ha esaminato il Mapping Project e “non ha ancora visto alcuna minaccia di violenza collegata ad esso”. A questo noi rispondiamo: naturalmente non ce n’è. Questa mappa non è un invito alla violenza, ma una chiamata alla responsabilità. E dato il sostegno pluridecennale della comunità ebraica agli abusi e alla colonizzazione israeliana, è chiaro che si tratta di qualcosa che si vuole evitare a tutti i costi.

Ringraziamo Dave Reed e James North

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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1 commento

  1. Sebastiano Comis

    The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy è del 2007, e aveva già detto tutto.

    Rispondi

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