L’amara luna di miele di Maher: aggredito dai coloni ebrei e arrestato

Giu 19, 2022 | Notizie

di Gideon Levy e Alex Levac,

Haaretz, 17 giugno 2022. 

Una settimana dopo il suo matrimonio, i coloni ebrei hanno attaccato la sua casa, nella Città Vecchia di Hebron, con delle pietre. Quando ha cercato di fermare l’assalto, i soldati lo hanno arrestato. Sono iniziate così 72 ore da incubo, durante le quali il neo-sposo, Maher Abu Haya, è stato sballottato senza meta prima di essere rilasciato senza condizioni.

Maher Abu Haya. Racconta di aver sentito il soldato che era sul tetto discutere con l’ufficiale sull’opportunità di rilasciarlo. L’ufficiale era favorevole, ma il suo subordinato si è opposto, ripetendo l’affermazione che Maher aveva lanciato pietre.(Alex Levac

La vista dalla finestra è sconcertante. Bandiere israeliane dappertutto – anche più di quelle che si vedono alla Kirya, il quartier generale dell’esercito a Tel Aviv – un avamposto dell’esercito israeliano a pochi metri di distanza, una scuola di preghiera (beit midrash), l’enclave dei coloni Beit Hadassah, innumerevoli telecamere di sicurezza e recinzioni sormontate da filo spinato, un fitto reticolo di sbarre alle finestre per proteggersi dagli aggressori ebrei, e rifiuti e pietre che disseminano la strada. Questa è una strada di fantasmi, la maggior parte dei suoi residenti è stata costretta ad andarsene. Il cosiddetto mercato dell’oro dei palestinesi giace in rovina e il loro mercato di prodotti agricoli è coperto da grate metalliche per proteggere i pochi commercianti e acquirenti dagli attacchi dei coloni locali e dei loro figli che gettano rifiuti e pietre su di loro.

Dal tetto si può vedere in basso l’asilo nido gestito da Emunah, un’organizzazione religiosa sionista femminile. Bambini piccoli con camicie bianche ed enormi kippà sono in piedi nel cortile e recitano qualcosa di poco chiaro sulla bontà di Dio; i genitori e gli insegnanti li guardano con occhi luccicanti, ammirati, immortalando il momento con le fotocamere dei loro telefoni. “Bravi”, dicono i genitori lodando la loro prole.

Benvenuti nella Città Vecchia di Hebron. Quella della famiglia Abu Haya è una delle ultime case palestinesi ancora abitate in questo quartiere spettrale. Solo chi non ha altra scelta continua ad abitare qui. La loro casa è un’antica e imponente struttura araba, ristrutturata in modo attraente, con alti soffitti a cupola e spessi muri di pietra. Ma la vita qui, in quella che è chiaramente la città più segregata della Cisgiordania, è intollerabile per i palestinesi che devono sopportare continue sofferenze. Non c’è fine settimana senza una raffica di pietre contro le loro finestre, non c’è giorno senza insulti e imprecazioni. In nessun altro luogo coloni e palestinesi vivono una vicinanza così pazzesca: balcone contro balcone, finestra contro finestra. Non c’è luogo in cui l’apartheid si faccia sentire di più, da ogni pietra e da ogni muro.

Questo lunedì pomeriggio, nella casa da cui abbiamo osservato i bambini nel cortile dell’asilo sottostante, due bambini palestinesi si erano arrampicati sul davanzale della finestra, imprigionati dietro le sbarre che i loro genitori avevano installato per proteggerli, e guardavano in silenzio i piccoli di sotto. Non è difficile indovinare cosa passasse loro per la testa, immaginare cosa provassero.

Bambini palestinesi alla finestra con sbarre, a destra, mentre i bambini ebrei di un asilo nido stanno nel cortile sottostante, nella Città Vecchia di Hebron. Non c’è fine settimana senza una raffica di pietre che colpiscono le finestre dei palestinesi, non c’è giorno senza insulti e imprecazioni.(Alex Levac

Maher Abu Haya, 21 anni, è nato e cresciuto qui, nella stessa casa di pietra che ora i suoi genitori affittano a basso costo dopo l’abbandono della Città Vecchia da parte di molti loro vicini. Un mese fa Abu Haya ha sposato la donna che ama, Aisha. Giovedì 19 maggio, una settimana dopo il matrimonio, la famiglia della sposa ha fatto la consueta visita ai genitori dello sposo e della giovane coppia, che vivono nell’appartamento sottostante. Abu Haya insiste sul fatto che non hanno suonato musica, non hanno fatto rumore o fatto qualsiasi altra cosa che potesse provocare i loro vicini decisamente poco disposti al buon vicinato.

Gli ospiti sono andati via verso il tramonto; poco dopo i coloni hanno iniziato a prendere a sassate la casa. Secondo la famiglia Abu Haya, alcuni di loro si sono avvicinati alla casa e hanno infilato aste di ferro nelle finestre per staccare le sbarre e rompere i vetri. Le distanze qui si misurano in pochi metri e le condizioni di densità e sovraffollamento generano una sensazione di terrore. Gli abitanti di questa particolare casa sono abituati a ricevere raffiche di pietre, a volte anche di bottiglie di whisky vuote, soprattutto tra il giovedì e la domenica, quando i coloni di Hebron ospitano decine o centinaia di persone, alcune delle quali vengono proprio per avere l’opportunità di scatenarsi contro la popolazione locale.

“Non vogliono che conduciamo una vita normale qui”, dice Abu Haya, e sua madre Narmeen, che ha 39 anni, annuisce. Narmeen è una volontaria dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, che le ha fornito una videocamera per documentare quello che succede nella zona. È una dei 50 volontari palestinesi di B’Tselem armati di videocamera in questo impossibile punto caldo del quartiere H2 di Hebron e in altre zone della città.

Il lancio di pietre è iniziato intorno alle 20 di quel giovedì. Il filmato girato da Narmeen mostra dei giovani nel cortile sotto la casa che lanciano pietre, mentre i soldati delle Forze di Difesa Israeliane appostati nelle vicinanze non fanno nulla per fermarli. Si sente uno dei coloni sotto casa dire: “Ci stanno tirando le pietre”, ma nel video non c’è traccia di questo.

“Chiamate la polizia”, dice in arabo il padre di Abu Haya, Mahmoud, che si trova sul tetto della sua casa; un soldato che si trova sul tetto di fronte ordina a Mahmoud di lasciare immediatamente il posto.

“Dove dovrei andare? Sono a casa mia”, risponde Mahmoud al soldato. “Quelli mi tirano le pietre e lei mi dice di andarmene?”.

Il lancio di pietre è continuato per quasi un’ora; a quel punto il figlio Abu Haya è salito sul tetto, dove ha preso un sacco di terra che stava sul coperchio del serbatoio dell’acqua dell’edificio. Abu Haya ricorda di aver detto al soldato, in ebraico: “Se non la smetti con le pietre, ti lancio questo”. Questo particolare momento non è stato documentato nel filmato.

Il soldato ha armato il suo fucile e l’ha puntato contro Abu Haya. Tetto contro tetto, a pochi metri di distanza. Abu Haya e suo padre si sono affrettati a rientrare in casa. Con tutte le telecamere di sicurezza e le postazioni dei soldati che li circondano e li soffocano, sanno che non è una buona idea rimanere intrappolati qui. Le pietre sono cessate, ma circa un quarto d’ora dopo si è presentata una forza militare che ha annunciato di essere venuta ad arrestare il giovane sposo. È iniziata così la sua breve luna di miele: 72 ore di inutile detenzione, di abusi e di umiliazioni, tutte finite in lacrime.

Narmeen ha filmato l’arresto del figlio: una decina di soldati armati si sono accalcati nell’appartamento, senza violenza, chiedendo di Maher Abu Haya. “Dove state portando mio figlio?” ha chiesto Narmeen. “Parla con rispetto”, risponde uno dei soldati invasori. Si vede poi Abu Haya che viene portato via. Si è saputo che il soldato che si trovava sul tetto di fronte ha detto che il giovane gli aveva lanciato delle pietre. Sarebbero passati altri tre giorni prima del ritorno a casa di Maher.

Maher Abu Haya e sua madre Narmeen. Maher è nato e cresciuto qui, nella stessa casa in pietra che ora i suoi genitori affittano a basso costo dopo l’abbandono della Città Vecchia da parte della maggior parte dei loro vicini. (Alex Levac

All’inizio Abu Haya è stato portato nell’avamposto militare adiacente a Beit Romano, il quartiere dei coloni, dove è stato ammanettato e bendato. È stato costretto a star seduto sul pavimento per circa mezz’ora. Il soldato che stava sul tetto è arrivato insieme a un ufficiale. Il soldato ha detto che Abu Haya gli voleva lanciare un oggetto di grandi dimensioni; il giovane ha detto di non aver lanciato nulla e che c’era anche un filmato che mostrava i coloni che lanciavano pietre.

“Ti rilascerò entro domattina”, gli ha assicurato l’ufficiale, ricorda Abu Haya. Nel frattempo, è stato spostato in un altro luogo dell’insediamento di Hebron – non ha idea di dove – ed è stato portato sul tetto di un edificio, bendato, con due soldati di guardia. Ricorda di aver avuto freddo, perché non era vestito adeguatamente al momento dell’arresto. Le sue richieste di un cappotto o di una coperta, e di poter fare i bisogni, sono state accolte con un rifiuto. “Hai tirato delle pietre a un soldato”, hanno detto le guardie. Non era nemmeno il caso di chiedere cibo o acqua.

Una delle nuove guardie entrate in servizio dopo l’alba è stata così gentile da stendere un cappotto su Abu Haya; ha sostituito le dolorose manette di plastica con altre meno strette e gli ha dato dell’acqua. Abu Haya racconta di aver sentito il soldato che era stato sull’altro tetto la sera precedente discutere con l’ufficiale sull’opportunità di rilasciarlo. L’ufficiale era favorevole, ma il suo subordinato si è opposto, ripetendo che Abu Haya gli aveva lanciato delle pietre.

Abu Haya pensava che lo avrebbero rimandato a casa, ma invece è stato legato e costretto a sdraiarsi sul pavimento di una jeep dell’esercito insieme a un altro palestinese, detenuto in circostanze diverse. La jeep ha iniziato a muoversi, la sua destinazione non era chiara. Racconta di aver visto il secondo detenuto picchiato dai soldati perché non aveva capito i loro ordini, ma lui non ha subito danni. Dopo circa mezz’ora, la jeep è entrata in una base militare, dove Abu Haya è stato nuovamente fatto sedere sul pavimento, con mani legate e occhi bendati. Circa un’ora dopo è stato nuovamente trasferito, questa volta nella struttura di detenzione di Etzion.

Di nuovo è stato costretto ad aspettare, questa volta per un’ora sotto il sole. Era ormai mezzogiorno di venerdì. Il secondo detenuto è stato portato via; Abu Haya non lo ha più visto. Non aveva ancora mangiato nulla. Ricorda di esser stato messo in una cella dove si è addormentato, per poi svegliarsi a mezzanotte e riaddormentarsi. Il sabato mattina gli è stato dato del pane – che secondo lui era ammuffito – e del tè. Si è lamentato del pane e gli è stato dato del pane più fresco e una bevanda al cioccolato. La sera è arrivato un soldato che l’ha preso per portarlo all’interrogatorio. È stato nuovamente costretto a sdraiarsi sul pavimento di un veicolo militare ed è stato sballottato da una parte all’altra per la guida spericolata. È stato portato alla stazione di polizia di Kiryat Arba, l’insediamento urbano che confina con Hebron.

Interrogato di nuovo sul lancio di pietre, Abu Haya ha detto ai suoi interrogatori che invece di arrestare lui, l’esercito avrebbe dovuto arrestare i circa 20 coloni che stavano lanciando pietre contro la sua casa. È rimasto nella stazione di polizia fino all’alba di domenica e poi è stato riportato al centro di detenzione di Etzion, dove è stato trattenuto fino a sera. Prima di essere rilasciato gli è stato ordinato di pulire la sua cella.

Abu Haya ha avuto paura, quando gli è stato detto che poteva andarsene. Il centro di detenzione è vicino alla giunzione di Gush Etzion, un luogo brulicante di soldati e coloni. Il pensiero di aggirarsi lì di notte lo terrorizzava. In effetti, è un luogo pericoloso per i palestinesi. Si è confuso e ha iniziato a camminare nella direzione sbagliata, verso l’insediamento di Bat Ayin. Un’auto israeliana, il cui conducente apparentemente non era un colono, si è fermata e lo ha portato a sud, verso Hebron. È arrivato a casa verso le 22.30 di quella domenica sera.

In risposta alle domande di Haaretz, l’Unità portavoce dell’IDF ha dichiarato questa settimana che l’argomento è oggetto di indagine.

https://www.haaretz.com/israel-news/twilight-zone/2022-06-16/ty-article-magazine/.highlight/mahers-bitter-honeymoon-attacked-by-jewish-settlers-and-arrested/00000181-6e4b-d292-addb-ee5f1ca90000?utm_source=App_Share&utm_medium=iOS_Native

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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