Chi ha ucciso la giornalista Shireen Abu Akleh?

Giu 4, 2022 | Riflessioni

dal Comitato Editoriale,

The New York Times, 3 giugno 2022.

lustrazione di Jordan Awan/The New York Times; foto THEPALMER via Getty Images

Nei suoi 25 anni di attività come giornalista di Al Jazeera, Shireen Abu Akleh ha seguito molti scontri tra israeliani e palestinesi. Così, quando si è recata nella città di Jenin, nella Cisgiordania occupata, la mattina dell’11 maggio, per raccogliere informazioni su un’operazione dell’esercito israeliano in un campo profughi, ha preso tutte le precauzioni del caso. Ha indossato un elmetto e un giubbotto antiproiettile blu con la scritta “stampa” a grandi lettere. Si è piazzata vicino all’ingresso del campo profughi con un gruppo di altri giornalisti e la sua presenza è stata subito notata. Era così conosciuta dal pubblico di lingua araba che una folla si è radunata per assistere al suo lavoro.

Nel corso del loro impegno, tuttavia, i giornalisti sono finiti sotto il fuoco. Abu Akleh, cittadina americana, è stata uccisa da un proiettile alla testa. Un altro giornalista, Ali Samoudi, che indossava anche lui un giubbotto antiproiettile con la scritta “stampa”, è stato colpito alla schiena ed è sopravvissuto.

Sono passate tre settimane dall’uccisione di Abu Akleh. Eppure, nonostante l’ondata di indignazione internazionale e gli appelli, tra gli altri, del Dipartimento di Stato americano, delle organizzazioni israeliane per i diritti umani, degli studiosi e dei membri della società civile per un’indagine approfondita sulla sua morte e sulle accuse di essere stata uccisa perché giornalista, non è stata avviata alcuna inchiesta esterna formale e imparziale. Il mondo sa ancora molto poco sui responsabili della sua morte. La famiglia di Abu Akleh, i suoi colleghi e tutti coloro che hanno a cuore la libertà di stampa come pilastro della democrazia, meritano molto di più.

La reazione iniziale alla sua uccisione è stata allarmante. Due giorni dopo la sua morte, sono stati annunciati i risultati di due indagini preliminari. L’Autorità Palestinese ha accusato i soldati israeliani di aver preso di mira Abu Akleh, 51 anni. L’esercito israeliano, da parte sua, ha affermato che c’è sempre il rischio di colpire i non combattenti durante uno scontro armato e ha detto che il colpo fatale potrebbe essere stato sparato accidentalmente da un’arma palestinese o da un cecchino israeliano. Il giorno dell’uccisione, un portavoce dell’esercito israeliano ha lasciato intendere che i giornalisti sono obiettivi legittimi. Il Times of Israel riporta che il portavoce ha detto alla Radio dell’Esercito che Abu Akleh stava “filmando e lavorando per un’agenzia di stampa in mezzo a palestinesi armati. Sono armati di telecamere, se così posso dire.

Con questo commento, Israele sembrava aver messo in discussione la presenza stessa dei giornalisti in Cisgiordania e aver liquidato il ruolo cruciale che reporter coraggiosi e indipendenti come Abu Akleh e altri hanno svolto nel testimoniare la violenza che si è intensificata nelle ultime settimane.

Ma gli israeliani dovrebbero essere più interessati a sapere cosa sia successo ad Abu Akleh. Le democrazie richiedono una stampa libera come prerequisito per un autogoverno informato. Israele deve garantire la sicurezza dei giornalisti nel Paese e nelle aree che occupa, per garantire la sicurezza della sua stessa democrazia.

Le tensioni sono emerse chiaramente due giorni dopo la sparatoria, quando gli agenti di polizia israeliani hanno attaccato alcune delle centinaia di partecipanti al corteo funebre di Abu Akleh a Gerusalemme Est, facendo quasi cadere la bara dalle braccia di chi la sosteneva. Numerosi video hanno mostrato gli agenti che attaccavano i fedeli con manganelli e granate stordenti. La polizia israeliana sembrava voler evitare che il funerale si trasformasse in un raduno nazionalista e ha dichiarato che gli agenti avevano agito contro “un’orda” che aveva preso la bara e stava cercando di marciare a piedi, in violazione di un piano precedentemente approvato.

L’attenzione si è ora spostata sull’indagine scientifica, e le due parti sono ai ferri corti. L’Autorità Palestinese dice di avere il proiettile che ha ucciso Abu Akleh. Il governo israeliano dice che potrebbe avere il fucile che l’ha sparato. Un esame dei segni sul proiettile e della rigatura nel fucile potrebbe determinare se sia stato un israeliano a sparare il colpo fatale.

Il 26 maggio, dopo due settimane di indagini, l’Autorità Palestinese ha accusato i soldati israeliani di aver ucciso intenzionalmente Abu Akleh. L’inchiesta ha concluso che un proiettile ad alta velocità da 5,56 millimetri sparato da un soldato israeliano “piazzato in mezzo alla strada” l’ha colpita mentre cercava di sfuggire al fuoco israeliano. Israele ha respinto ogni insinuazione che l’uccisione sia stata intenzionale, definendo l’accusa una “palese menzogna”.

Negli Stati Uniti, il Dipartimento di Stato ha chiesto un’indagine. “È importante per noi. È importante per il mondo che l’indagine sia approfondita, completa, trasparente e, soprattutto, che le indagini si concludano con una piena dichiarazione di responsabilità e che i responsabili della sua morte siano chiamati a risponderne”, ha dichiarato il mese scorso Ned Price, portavoce del Dipartimento di Stato. Alla Camera dei Rappresentanti, 57 democratici hanno firmato una lettera al Segretario di Stato e al capo dell’FBI per chiedere loro di condurre proprie indagini, esortandoli a “sostenere i valori su cui è stata fondata la nostra nazione, tra cui i diritti umani, l’uguaglianza per tutti e la libertà di parola”. La lettera continuava dicendo: “Abbiamo il dovere di proteggere gli americani che lavorano nell’informazione all’estero”.

La CNN e altre organizzazioni giornalistiche hanno avviato le proprie indagini. Dopo aver esaminato i filmati, i racconti dei testimoni e l’analisi audio forense degli spari, la CNN ha riferito che le prove suggeriscono che “Abu Akleh è stata uccisa dalle forze israeliane in un attacco mirato”. I testimoni e i video hanno fornito nuove prove “che non c’era alcun combattimento attivo né alcun militante palestinese vicino ad Abu Akleh nei momenti immediatamente precedenti la sua morte”.

Israele ha reagito bruscamente. In un discorso al World Economic Forum di Davos, il 25 maggio, il presidente israeliano Isaac Herzog ha respinto il rapporto, affermando che era basato su “dati falsi”.

Questo rende ancora più importante ottenere un resoconto completo e accurato, e il miglior mezzo possibile per stabilire questi fatti sarebbe un’indagine indipendente condotta da un gruppo a cui partecipassero americani, israeliani e palestinesi.

Il 20 maggio, l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti ha dichiarato che Israele “fin dall’inizio ha chiesto un’indagine congiunta israelo-palestinese imparziale, con gli Stati Uniti nel ruolo di osservatori”.

Indipendenza in questa indagine è certamente una richiesta difficile. I palestinesi, convinti che Israele avrebbe tentato di sbiancare l’omicidio, hanno dichiarato fin dall’inizio che non avrebbero collaborato con alcuna indagine israeliana. In Israele, che ha affrontato decenni di condanne unilaterali da parte delle Nazioni Unite e di altre agenzie internazionali, c’è una profonda diffidenza verso qualsiasi indagine esterna. La destra politica israeliana non vede di buon occhio indagini sull’esercito.

Anche se le domande sulla morte di Abu Akleh possono essere difficili da risolvere, questa non è una scusa per ignorarle. I giornalisti sono consapevoli dei pericoli insiti nella copertura dei conflitti armati e sanno che gli eserciti non amano che le loro imprese violente siano esposte agli occhi del pubblico. Ma il lavoro dei giornalisti è essenziale per rendere conto all’opinione pubblica delle azioni delle forze armate di qualsiasi Paese. I giornalisti non possono fare il loro lavoro se vengono presi di mira impunemente da qualsiasi parte in conflitto. Anche se la vittima non era stata prescelta, Israele deve comunque capire come è potuto accadere e cosa si può fare per evitare tragedie simili.

Sapere cosa sia realmente accaduto nel campo profughi di Jenin è importante ben oltre la Cisgiordania; chiarire quei fatti aiuterebbe a rafforzare il messaggio, ai governi e alle truppe, che i non combattenti in una zona di conflitto –compresi i giornalisti, gli operatori sanitari e i civili chiaramente identificati– devono essere protetti.

L’importanza di Abu Akleh come giornalista e il suo passaporto americano sono serviti a focalizzare l’attenzione sulla sua morte. Ma molti altri giornalisti perdono la vita senza essere notati dal pubblico. Secondo una banca dati gestita dall’organizzazione no-profit Committee to Protect Journalists, dal 1992 al 2022 sono stati uccisi 511 giornalisti in circostanze di fuoco incrociato o in incarichi pericolosi, 347 dei quali in guerra. E dei giornalisti stanno morendo in Ucraina, alcuni probabilmente uccisi di proposito.

L’Autorità Palestinese, Israele e gli Stati Uniti farebbero bene a mettersi d’accordo su chi potrebbe fare un’indagine indipendente per determinare chi ha sparato ad Abu Akleh e stabilire se era stata presa di mira a causa del suo lavoro di giornalista. Essa rimane comunque un modello di giornalismo onesto e coraggioso per chi aspira a questa professione, comprese molte donne.

Il miglior tributo alla sua vita e al suo lavoro sarebbe quello di assicurarsi che la sua morte non svanisca nella nebbia dell’odio e della recriminazione, ma serva a garantire la sicurezza di tutti i giornalisti che cercano di penetrare quella nebbia.

Il comitato editoriale è un gruppo di giornalisti le cui opinioni sono fondate su competenze, ricerche, dibattiti e alcuni valori di lunga data.

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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1 commento

  1. Sebastiano Comis

    A parti invertite, una giornalista americana americana al seguito dell’IOF uccisa durante un attacco di palestinesi, un giudice di New York condannerebbe l’Autorità Palestinese a pagare un fantastiliardo di risarcimento… Anzi, m i sembra che sia già successo.

    Rispondi

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