Una campagna di distruzione, per gentile concessione dell’Alta Corte di Israele

Mag 23, 2022 | Notizie

di Gideon Levy e Alex Levac,

Haaretz, 20 maggio 2022. 

Pochi giorni dopo che l’Alta Corte di Giustizia ha dato il via libera all’espulsione dei residenti di otto villaggi nelle colline a Sud di Hebron, le forze israeliane hanno iniziato a demolire le loro case. Hanno raso al suolo 20 abitazioni in tre villaggi, lasciando senza tetto le famiglie.

Mahmoud Najajari, 66 anni, residente nella comunità di al-Mirkez. Le sue costruzioni sono state demolite la settimana scorsa per la terza volta negli ultimi cinque anni. Alex Levac

Tre giacche a vento a brandelli giacciono a terra tra le rovine, ognuna in un villaggio diverso. C’è una cassetta piena di attrezzi e un’altra stipata di quaderni e libri di testo, bilance usate per pesare le pecore, un lavandino, resti di un materasso, brandelli di un tappeto, tubi strappati – e vite fatte a pezzi. Su tutto aleggia l’impotenza e il terrore di ciò che il futuro può riservare.

Di villaggio in villaggio, di rovina in rovina, siamo andati questa settimana seguendo le tracce delle forze che avevano polverizzato queste comunità il mercoledì precedente, sotto gli auspici dell’Alta Corte di Giustizia, l’ente che convalida tutti i torti e i crimini dell’occupazione. In ogni località, gli agenti dell’Amministrazione Civile del governo militare e le truppe della Polizia di Frontiera hanno detto alla gente inerme: “L’Alta Corte ha deciso”.

L’Alta Corte ha deciso di sradicare uno dei più antichi e affascinanti tessuti di vita tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo: le comunità pastorali e gli abitanti delle grotte nelle Colline a Sud di Hebron, residenti in veri e propri patrimoni ambientali. Una prima espulsione di massa è avvenuta nel 1999, quando era primo ministro “l’uomo di pace” Ehud Barak: 700 nuovi rifugiati, 14 villaggi e comunità di pastori devastati. Ora, 23 anni dopo, è la volta del “governo del cambiamento”, avallato dall’Alta Corte, faro della giustizia spenta di Israele. Stesso luogo, stesso male.

La regione di Masafer Yatta è la fine del mondo: 5.600 ettari desolati tra Hebron in Cisgiordania e Arad in Israele, pochi villaggi, la maggior parte dei quali sono solo minuscole frazioni, nel bel mezzo del nulla, lontani dagli occhi di tutti, la maggior parte lontani anche dagli insediamenti e dagli avamposti che non smettono di sorgere. I residenti di queste comunità si aggrappano in modo stupefacente alla terra arida e rocciosa, senza elettricità o acqua corrente, senza strade di accesso o condizioni umane minime. Invece di ricevere un aiuto generoso, viene loro inflitta la distruzione.

Bambini tra le macerie delle abitazioni di Al-Tawani, questa settimana. Alex Levac

In tutte queste comunità vedrete alcuni alberi ornamentali piantati disperatamente nel terreno arido, uliveti e appezzamenti di orzo che sono un modello di agricoltura antica con mezzi poveri ma comunque efficaci. Qui ogni piccolo pezzo di terra deve essere ripulito dalle pietre perché vi cresca qualcosa. La vista degli alberelli in boccio non può che toccare il cuore.

Ma non il cuore di Israele. Israele brama quest’area da decenni e lavora instancabilmente per svuotarla dei suoi abitanti e annetterla, proprio come sta facendo nella Valle del Giordano settentrionale.

Qui, nelle colline a Sud di Hebron, in quella che le Forze di Difesa Israeliane chiamano Area 918, il pretesto è quello delle zone di tiro. Qui come altrove, le autorità israeliane hanno sempre, ma sempre e sorprendentemente, distrutto solo le comunità palestinesi, mai una sola capanna di coloni, anche se illegale e molto più recente. Persone i cui genitori sono nati qui, pastori che sono nati e cresciuti qui nelle grotte, sono stati dichiarati “invasori” dall’Alta Corte di Giustizia israeliana –così si chiama. Ma no, questo non è apartheid.

Durante il processo di distruzione iniziato la scorsa settimana, per primo è toccato ad Al-Fukheit, pochi chilometri a sud di at-Tuwani, l’unica località di Masafer Yatta con un piano regolatore. Due strade conducono a Fukheit, aspre e rocciose, una più difficile dell’altra da percorrere. Ogni volta che la gente del posto cerca di riparare un po’ la strada, l’Amministrazione Civile distrugge il loro lavoro.

Mohammed Abu Sabha. Alex Levac

Un alberello decorativo protetto da uno pneumatico accoglie i visitatori del complesso residenziale, ora raso al suolo, di Mohammed Abu Sabha, pastore di 46 anni e padre di sei figli. Circa 200 persone vivono ad Al-Fukheit, che ha una modesta scuola, con classi di liceo, per tutti i ragazzi della zona. La scorsa settimana sono stati demoliti due di questi complessi.

Abu Sabha è nato qui. Negli anni ’80 gli israeliani hanno distrutto la grotta della sua famiglia e un recinto per gli animali; nel 2002 hanno demolito un suo pozzo e lo scorso dicembre quattro strutture residenziali di sua proprietà, insieme a una struttura per gli ospiti, un pollaio, una colombaia e un magazzino per il grano. Ha ricostruito tutto. Mercoledì scorso le forze israeliane sono tornate e hanno distrutto tutto di nuovo.

Con indosso un cappellino di Emporio Armani, ci racconta con un tono di voce del tutto pragmatico che ha montato alcune tende in modo che, se dovessero tornare i demolitori, la famiglia possa avere un posto dove vivere. Anche le tende sono state divelte mercoledì scorso. Al mattino Abu Sabha ha saputo che i bulldozer erano in agguato nella zona e temeva che avrebbero preso di mira anche lui. Il protocollo prevede che, per chi ricostruisce le rovine, l’Amministrazione Civile non ha bisogno di un nuovo ordine di demolizione per spianare nuovamente il sito.

Sono arrivati alle 10:30 di quella mattina la Polizia di frontiera e le forze dell’Amministrazione Civile, insieme agli operai. Non hanno detto una parola, hanno ordinato alla famiglia di Abu Sabha di allontanarsi, hanno fatto la loro distruzione e se ne sono andati. Gli operai indossavano maschere.

La madre di Abu Sabha, Wadha, sessantenne, racconta dell’armadio che è stato schiacciato. Quando ha cercato di salvarlo, è stata spinta da un agente della Polizia di frontiera ed è caduta. Hanno demolito la cucina, tre stanze, una colombaia, un recinto e due tende. Un’ora di lavoro. Gli agnelli si sono dispersi nella valle e li hanno dovuti recuperare. Anche loro sono rimasti senza un tetto sulla testa.

Da allora la famiglia Abu Sabha dorme in due grandi tende ricevute il giorno della demolizione dal Comitato di Resistenza Popolare contro il Muro e gli Insediamenti dell’Autorità Palestinese. Questa volta le autorità israeliane non hanno demolito i pannelli solari, forniti da un’encomiabile organizzazione non governativa israelo-palestinese, Comet-ME. Hanno solo tranciato i loro cavi.

Le macerie delle abitazioni di Al-Tawani questa settimana. Alex Levac

Ora Abu Sabha si aspetta che una delle ONG lo aiuti a ricostruire. Ha speso i suoi risparmi nelle battaglie legali che hanno preceduto le demolizioni, come altri pastori della zona. Speranze? Non ne ha, ma non se ne andrà mai da qui.

Furgoni per il trasporto di pecore percorrono la strada sterrata che attraversa la valle di Fukheit, trasportando decine di giovani palestinesi al posto degli animali da allevamento. Sono lavoratori che cercano di intrufolarsi in Israele e fuggono dalle jeep dell’IDF, che abbiamo visto inseguirli poco prima.

Il nuovo modo di perseguitare la gente del posto è accusarla di trasportare lavoratori clandestini o di dare loro rifugio. Alcune persone sono già state arrestate in una zona dove ogni scusa è buona per commettere abusi di ogni tipo. L’Amministrazione Civile ha anche bloccato con delle pietre l’ingresso di una grotta utilizzata in inverno. Fino al prossimo inverno, Dio è grande.

Con Basil al-Adraa, 25 anni, di Al-Tawani, attivista e reporter di +972 Magazine, ci siamo recati ai successivi cumuli di macerie: i resti delle abitazioni della famiglia allargata degli Amar, situate a est ma ancora all’interno dei confini di Fukheit. Erano le case di 25 persone: le famiglie di Nafaz Amar, di suo fratello Raed e della loro madre.

Nafaz Amar. Alex Levac

La casa di Nafaz è stata demolita per la prima volta sei anni fa. Di tutte le persone che abbiamo incontrato, lui è l’unico a non essere nato qui; si è trasferito da Yatta, una città vicino a Hebron, sei anni fa, dopo che altri membri della sua famiglia si erano trasferiti 12 anni orsono. Invasori.

Mercoledì scorso sono state demolite due strutture di sua proprietà, oltre ad altre due e a una tenda di suo fratello. Ora tutto è sparso sulla terra pallida. Nafaz ci dice che era stato emesso un ordine di sospensione della demolizione per il complesso del fratello Raed, ma senza alcun risultato. I demolitori sono arrivati verso mezzogiorno, dopo aver finito con i vicini. Hanno rimosso il frigorifero e tutto il resto è stato schiacciato, compresa la lavatrice.

Due elicotteri dell’aviazione passano direttamente sopra di noi. Sulla collina lontana, dall’altra parte della strada, si trova la Fattoria Talia, detta anche Fattoria di Lucifero o Fattoria Hof Hanesher. Yaakov Talia, sudafricano, era un convertito all’ebraismo il cui cognome originario era Johannes; è stato ucciso in un incidente con il trattore nel 2015. Da queste parti si dice che spesso lodasse il Sudafrica dell’apartheid. Come potrebbe essere altrimenti?

A sud, il prossimo sito di devastazione è Al-Mirkez, a 20 minuti da Arad al di là della Linea Verde, a ridosso della barriera di separazione. A Masafer Yatta 3.200 ettari sono stati dichiarati zone di tiro militare dalla fine degli anni Settanta. A Mirkez ci sono altri cumuli di macerie, accompagnati dal latrato di poveri cani che sono stati incatenati. Solo una piccola struttura, utilizzata come magazzino, è rimasta intatta.

Qui vive Safa Najar, una vedova di 68 anni, madre di nove figli e nonna di molti nipoti. Nel villaggio vivono sette famiglie, due delle quali mercoledì scorso hanno visto demolire le loro abitazioni e il recinto delle pecore. Anche qui c’era stata un’operazione di demolizione lo scorso dicembre, quindi non è stato necessario un nuovo ordine per l’ultima distruzione.

Safa Najar. Alex Levac

Najar ora dorme a cielo aperto, ma ha anche una grotta per l’inverno. Il giovane oliveto nella valle vicina appartiene a lei e ai suoi figli. Un convoglio di jeep attraversa la valle: una visita di diplomatici organizzata dalle Nazioni Unite, per vedere le macerie. Alcuni di loro potrebbero anche scrivere un rapporto molto arrabbiato.

Il vicino della vedova, Mahmoud Najajari, 66 anni, con una tunica nera, ha perso quattro stanze e un recinto di 200 metri quadrati la scorsa settimana. Il suo complesso è particolarmente ben coltivato, con alberi ornamentali e scale in cemento. Per Najajari, che è nato qui nella grotta sottostante, si tratta della terza demolizione. La prima è avvenuta nel 2017, la seconda nel dicembre scorso, poi la settimana scorsa. Dice che continuerà a coltivare la sua proprietà.

L’ultima casa che vediamo è in Al-Tawani. Appartiene a Mohammed Rabai, che è stato arrestato un anno fa insieme al fratello e rimane dietro le sbarre. Non sono ancora stati processati per un’accusa di aggressione durante scontri tra coloni e polizia.

Il Coordinatore delle Attività Governative nei Territori non ha risposto a una richiesta di Haaretz fatta al momento di andare in stampa.

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Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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