“Mai in vita mia ho paragonato la Nakba all’Olocausto. Ogni dolore colpisce a suo modo”

da | Apr 23, 2020 | Riflessioni

Rabbia e denigrazione hanno accompagnato l’attore e regista Mohammad Bakri da quando, nel 2002, ha girato il suo documentario “Jenin Jenin” che criticava l’esercito israeliano. Ora torna in tribunale a difendere il suo lavoro e il suo nome.

di Nirit Anderman

Haaretz, 21 aprile 2020

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Mohamed Bakri nel 2020. “L’esercito è una vacca sacra. Rivendicano purezza delle armi e moralità, ma nessun esercito di occupazione può aspirare alla moralità”, Ronen Fadida

Sono passati quasi due decenni da quando l’attore e regista Mahammad Bakri girò il suo film “Jenin Jenin”. Eppure, a febbraio, nel tribunale del Distretto di Lod – all’inizio dell’udienza di un’altra causa intentata contro Bakri da un soldato che aveva combattuto nel campo profughi della Cisgiordania nel 2002– sembrava che niente fosse cambiato.

Come se la cosa riguardasse una campagna militare del tutto nuova che toccasse ferite ancora aperte e sanguinanti, l’udienza si è svolta in un’atmosfera molto tesa. Riservisti dell’esercito israeliano che avevano combattuto a Jenin durante l’operazione Scudo Protettivo e rappresentanti delle famiglie in lutto lanciavano insulti e imprecazioni contro Bakri e i suoi sostenitori, che rispondevano a tono.

Urla di “assassini”, “bugiardi”, e “questa è Israele, non Palestina” eccitavano gli animi, con le forze dell’ordine e la polizia che dovevano separare le due fazioni; alcuni degli individui più aggressivi sono stati allontanati dall’aula. Sono passati alcuni minuti prima che le cose si calmassero e l’udienza per l’accusa di diffamazione contro Bakri intentata dal militare riservista potesse cominciare.

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L’attore e regista Mohammad Bakri in attesa di un’udienza per una causa intentata contro di lui da un soldato israeliano, alla Corte Distrettuale di Lod, Israele, febbraio 2020. Ilan Assayag

Ma la rabbia non si era ancora placata. Quando l’attore-regista palestinese è salito alla sbarra per dare la sua testimonianza, nonostante gli avvertimenti del giudice Halit Silah, i suoi avversari hanno continuato a urlare finché non sono stati allontanati.

Dopo una breve pausa, lo spiazzo fuori dal tribunale si è trasformato rapidamente nella scena di violenti scontri verbali; un cerchio di giornalisti, troupe televisive e gente con le telecamere dei cellulari si sono radunati attorno ai contendenti, insieme a membri della Knesset di varie parti politiche. Le emozioni erano salite al culmine.

Bakri, 66 anni, si è aggirato nel sistema dei tribunali israeliani per 18 anni. Per 18 anni è stato oggetto di rabbia, odio, calunnie e denigrazione. Per 18 anni ha visto che, appena veniva emessa una sentenza sulla causa intentata contro di lui, poco tempo dopo gliene veniva intentata un’altra. Intrappolato in un salto indietro nel tempo, è stato sballottato da una corte a un’altra: un imputato solitario di fronte a un gruppo di riservisti dell’esercito israeliano arrabbiati e decisi a chiedere giustizia per essere stati diffamati, secondo loro, dal suo film, anche se la pellicola non era stato più proiettata da molti anni.

Incubo kafkiano

Da essere una figura rispettata e apprezzata nel mondo del cinema israeliano del secolo scorso –un affascinante attore arabo abbracciato dall’industria cinematografica e dal pubblico– Bakri è diventato in questo secolo un artista perseguitato e demonizzato da cui la gente rifuggiva come da un fuoco. La sua carriera ne ha sofferto, le offerte di recitare o dirigere film in patria sono svanite, i debiti sono cresciuti e le ondate di odio non accennano a placarsi. Un incubo kafkiano senza fine generato da un’opera cinematografica.

Eppure, in una conversazione in un caffè ad Acri, la città di mare a nord di Israele, subito prima che l’epidemia spazzasse il mondo, sembra tranquillo e rilassato. Quando entra dalla porta, non si può ignorare l’aura da vera star che lo circonda. Se pensavo di trovare un uomo spezzato, consumato e privo di speranza, quel pensiero è svanito nel momento in cui si è seduto e ha ordinato il primo caffè espresso.

“Quello che hai visto non è cambiato molto nel tempo” commenta dopo che gli ho detto della mia sorpresa per l’intensità dell’odio e della rabbia che avevo visto a febbraio nell’aula del tribunale di Lod, come se non fossero passati 18 anni da quando aveva girato il suo film controverso.

Dal film “Jenin Jenin”

“Guarda, questa gente, purtroppo, sono dei fanatici” continua, riferendosi ai suoi avversari in tribunale. “Mi ricordano i fanatici che stanno dalla mia parte. Non puoi parlare con loro perché sono irretiti in qualcosa di divino, sacro e patologico. Questa gente adora le pietre –il Tempio del Monte, il Muro del Pianto, come anche il lutto, la morte, i rituali di vittimizzazione. Se ne vanno in giro con la sensazione di essere vittime.”

Che cosa pensi che alimenti una rabbia e un odio così intensi per tutti questi anni? È Mohammad Bakri o “Jenin Jenin”?

“Incolpo solo gli assassini del primo ministro Yitzhak Rabin. Dal giorno in cui hanno cominciato a soffiare contro gli accordi di Oslo e contro di lui, quando gli hanno messo in testa una kefiah [lo rappresentarono così in un manifesto] e ne hanno fatto un traditore e un odiatore di Ebrei, da quel momento hanno bloccato ogni possibilità di dialogo. Questa è la gente responsabile della situazione in cui ci troviamo oggi. Ovviamente la parte palestinese condivide qualche torto, non assolvo la mia parte. Ma in ogni controversia, c’è sempre qualcuno che merita maggior biasimo. Questo è ciò che ha provocato questa reazione negativa nei miei confronti.”

Con tutto il rispetto per l’assassinio di Rabin nel 1995, questa faccenda riguarda 18 anni di attacchi personali contro di te, non contro tutto il popolo palestinese. Cosa comporta essere esposti a tante emozioni per un periodo di tempo tanto lungo?

“È un incubo, sono brutti sogni. Non dormo la notte. Non ho dormito per molti anni.”

Quali incubi – quali brutti sogni?

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Mohammad Bakri nel 2015. “Non esiste una guerra sena crimini. È impossibile”. Gil Eliahu

“Guerre, soldati, un’apocalisse. Sogni paurosi al punto che sono diventati una costante della mia vita. Ho fatto l’abitudine agli incubi: li vivo e mi svegliano. Per fortuna non sono realtà, ma questo non mi libera dalla tortura. Non è facile, non sono più un uomo sano.

“Ma nonostante tutto, ho ancora gioia nel mio cuore, provo amore per tante cose intorno a me: per persone di Israele che conosco e che mi danno forza e speranza e mi aiutano a capire che sto nel giusto. Che non sono come la persona che mi si dipinge. Non sono un violento e non provo odio. Molte volte mi scopro ad aver pietà per quelli che vengono in tribunale.”

“Quello che mi ferisce di più è quando fanno sedere di fronte a me degli anziani, padri in lutto che hanno perso ciò che era per loro più prezioso. Sono sensibile al loro dolore, mi dispiace per loro, ma mi odiano per quello che pensano io abbia fatto a loro. E io non l’ho fatto. Ho puntato un dito accusatore contro quelli che hanno mandato i loro figli in una guerra ingiusta con il pretesto di difendere le loro case. Rimanere attaccati a territori occupati per più di cinquant’anni, maltrattando un intero popolo per l’interesse di poche centinaia di coloni – questo non significa difendere la propria casa.“

Ogni Palestinese ha un nome”

Bakri ha una figlia e cinque figli, tre dei quali sono attori. Dall’infanzia ha vissuto nel villaggio di Bi’ina in Galilea, vicino a Carmiel. Dopo aver studiato recitazione e letteratura araba all’università di Tel Aviv, talento e carisma –insieme a un bell’aspetto, che non guasta– lo hanno aiutato a integrarsi rapidamente nella scena teatrale locale e diventare una stella nascente. È stato membro del teatro nazionale Habima e di altre compagnie nel paese.

Poi, nel 1984 ha scatenato una tempesta nel mondo del cinema israeliano. Quell’anno ha recitato in “Il piatto d’argento” di Judd Ne’eman e ha avuto un ruolo in “Beyond the Walls” (Oltre i muri), scritto e diretto dai fratelli Barabash e Eran Preis. Quel film, sulle relazioni tra Arabi ed Ebrei in una prigione israeliana, ha debuttato al festival del cinema di Venezia di quell’anno e ha conquistato il premio della settimana della critica. Ha vinto tre premi “Oscar di Israele” ed è stato nominato per l’Academy Award come miglior film straniero.

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Mahammad Bakri, al centro, alla Corte Distrettuale di Lod, febbraio 2020, Ilan Assayag

La carriera locale e internazionale di Bakri è decollata improvvisamente ed è diventato uno dei più notevoli attori israeliani della sua generazione. Ma nel corso degli anni, con coerenza, ha rifiutato di voltare le spalle alla sua identità palestinese o di abbandonarla a favore del mondo culturale ebraico. Cominciò a lavorare con il teatro Al-kasaba di Ramallah negli anni 90 e ha recitato in alcuni film di registi palestinesi. Ha recitato anche in un one man show, un adattamento del romanzo di Emile Habiby “La vita segreta di Saeed il Pessottimista”.

Un momento spartiacque

Poi arrivò il 2002 e cominciò l’incubo personale di Bakri. Il momento spartiacque è stato la decisione di fare un film nel campo profughi di Jenin, poco dopo la fine  dell’operazione Scudo Protettivo. Le battaglie furiose che durarono un mese a cominciare dal marzo del 2002, in mezzo ad una popolazione civile, e che costarono la vita a più di 50 Palestinesi e 23 soldati israeliani, attirarono molta attenzione internazionale, in parte a causa della notizia, più tardi smentita, che il massacro era stato perpetrato nel campo affollato di gente.

Bakri filmò le case distrutte e chiese ai residenti di raccontare che cosa era successo solo pochi giorni prima. Incluse materiale d’archivio che documentava movimenti di truppe israeliane, di carri armati, di mezzi militari e cose del genere. Gli abitanti locali gli raccontarono delle uccisioni di civili innocenti e delle case che erano state distrutte con dentro gli abitanti. Raccontarono di razzie nelle case da parte dei soldati israeliani, di carri armati fatti passare sopra i feriti e di bambini coinvolti nella battaglia.

“Jenin Jenin” fu proiettato nelle cineteche di Tel Aviv e di Gerusalemme e fu presentato, come tutti i film destinati alla proiezione nelle sale del paese, allo Israel Film Ratings Board. Tuttavia i membri del consiglio –colpiti dal film di Bakri e considerandolo un veicolo di propaganda pericolosa e diffamatoria, quasi una istigazione– lo misero al bando. Bakri e il Forum dei Documentaristi Israeliani si rivolsero all’Alta Corte di Giustizia che, nel 2003, rovesciò le decisioni del Board stabilendo che violare la libertà di parola in un caso come questo era ingiustificato, dal momento che non c’era al momento un chiaro pericolo per l’ordine pubblico.

Cinque riservisti dell’esercito di Israele che avevano combattuto a Jenin non attesero però il verdetto dell’Alta Corte. Denunciarono per diffamazione Bakri e le due cineteche che avevano proiettato il film. Nel 2007 le due cineteche accettarono di pagare 40.000 shekel (circa 10.000 dollari) ai soldati, chiudendo così il loro coinvolgimento nell’azione legale e lasciando Bakri come unico imputato.

Nel 2008 la Corte del Distretto di Perah Tivka respinse l’azione legale dei soldati sentenziando che, sebbene “Jenin Jenin” fosse davvero calunnioso, aveva diffamato soldati dell’esercito israeliano in generale, non aveva colpito loro personalmente. I querelanti fecero appello alla Corte Suprema che, nel giugno del 2011, confermò il giudizio della corte inferiore. I giudici, come la corte del distretto, concordavano che il film fosse diffamatorio, ma confermarono che non riguardava nessuno dei querelanti e perciò non si poteva sostenere che avesse diffamato alcuno di loro.

Il Procuratore Generale si unisce ai querelanti

Per un momento sembrò che la saga fosse finalmente conclusa e che, dopo essere diventato il nemico pubblico numero 1 nel paese, Bakri potesse presto ritornare alla sua vita normale. Ma nel novembre 2016 l’attore-regista fu di nuovo citato per diffamazione, questa volta nella Corte del Distretto di Lod. Il gruppo originario di riservisti riuscì a rintracciare un altro soldato che non solo aveva combattuto a Jenin ma, diversamente da loro, era anche comparso nel film di Bakri, anche se brevemente e da lontano.

Il soldato, Nissim Meghnagi, fece causa a Bakri per 2,6 milioni di shekel, sperando che la sua presenza nel film avrebbe indotto la corte a decidere in suo favore. Questa volta, 15 anni dopo l’uscita del film, fu lo stato a compiere un’azione formale: il procuratore generale Avichai Mendelblit si unì alla causa.

Se tu potessi andare indietro nel tempo, al 2002, rifaresti il film?

“Sì, senza pensarci due volte. Un uomo non vive di solo pane e spesso sento che preferirei essere affamato e in pace con me stesso piuttosto che essere sazio ma sentire di aver venduto la mia anima. So che non cambierò il mondo e che niente cambierà grazie a questo film. Tuttavia per me vale il fatto che io mi posso guardare allo specchio senza provare vergogna”.

Ma forse avresti fatto le cose in modo un po’ diverso, forse ci sono certe scene su cui ci penseresti due volte?

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“Quel che mi ferisce di più è quando mi mettono a sedere di fronte dei vecchi, padri che hanno perso la cosa più preziosa che avevano”. Ilan Assayg

“No. E sai perché? Perché nella mia ingenuità pensavo che avrei vinto un premio con questo film”

Da chi?

“Da Israele”.

Davvero?

“Behiat Allah [più o meno, giuro su Dio]. Pensavo che il vecchio che nel film dichiara di essere stato sparato nel braccio e nella gamba avrebbe avuto sul pubblico israeliano un effetto più potente del simbolo rappresentato da un soldato israeliano.

“Ho pensato che se fossi un Israeliano e vedessi di fronte a me un vecchio che piange a dirotto e racconta: – “un altoparlante chiamava la gente dicendo di uscire dalle case e io sono uscito e un soldato mi ha sparato dalla distanza di un metro e mezzo e sono crollato e lui mi ha detto: “Alzati”, e io dicevo “non posso alzarmi” e lui mi ha detto “vuoi morire?” e mi ha sparato in una gamba” – ho pensato che il modo in cui lo diceva, senza nessun intervento o domanda da parte mia, avrebbe parlato ad ogni ragazzo e ragazza israeliani, a ogni persona, perché sono esseri umani come me.”

Due tipi di verità

Non era solo nei media, anche la Corte Suprema ha decretato che il film conteneva delle mistificazioni

Sì, ma nessuno ha il monopolio della verità. La verità ha diverse facce e quello che vedo da qui tu non lo vedi da là. La verità è come “Rashomon” –(un riferimento al film di Akiro Kurosava del 1950, spesso citato in Israele per dire che la verità è relativa)– non esiste una verità assoluta. È molto semplice. Quindi che diritto ha la Corte Suprema di affermare che sono menzogne quelle del mio film? Con quale autorità? Tutto è dovuto a una cosa, e di questo sono convinto: è dovuto al fatto che il film coinvolge la vacca sacra.”

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Mohammad Bakri in tribunale nel 2003. Ha attraversato il sistema israeliano dei tribunali per 18 anni”. Moti Kimche

“Non possono assolvermi completamente, perché non sono in grado di sostenere la pressione pubblica, il consenso. Così mi hanno dovuto ‘diffamare’ e dichiarare che, nonostante ci fossero distorsioni, imprecisioni e bugie, la libertà di espressione prevale e quei tizi non avevano nessuna giustificazione per intentare una causa dal momento che non comparivano nel film”

Durante la seduta finale del processo a Lod, hanno parlato del dovere di un documentarista di verificate i fatti. Non pensi che avresti dovuto esaminare più a fondo l’affidabilità dei testimoni?

“No, non l’hoverificata. Guarda, mai nella mia vita ho paragonato la Nakba dei Palestinesi [la “catastrofe”, in cui più di 700.000 Arabi fuggirono o furono espulsi durante la Guerra di Indipendenza di Israele] all’Olocausto, questo semplicemente non l’ho fatto. È come paragonare un mal di denti a un mal di gamba; non puoi dirmi quale fa più male perché ogni dolore ferisce a suo modo. Ci sono migliaia di testimonianze dei sopravvissuti all’Olocausto, su tutto quello che avvenne nella terribile Germania nazista. Qualcuno è andato a chiedere se era tutto vero?”

“È evidente che quando si tratta di dolore non ci sono dubbi. Allora volete che io metta in dubbio il dolore dei Palestinesi? Non lo farei mai. Forse lui [il testimone] ha esagerato a causa del trauma e della tremenda ferita; sono sicuro che ci sono state delle esagerazioni. Ma l’esagerazione non prova necessariamente che si sono dette menzogne. Tutto dipende dall’entità della ferita e dalla profondità del trauma.

“Ho cercato di mostrare nel dettaglio la profondità dell’anima palestinese. Questo perché i media israeliani [riguardo alla battaglia di Jenin] mostrano solo numeri senza dare un volto alle persone. Ma i Palestinesi, come gli Ebrei e ogni altro popolo, non sono solo numeri. Sono persone con dei nomi, dei ricordi e delle famiglie. Non puoi trattarli come fossero solo una massa. Ho cercato di introdurre questi dettagli per mostrare a te, come Israeliano che non lo sa, che ogni persona ha un nome.”

Colleghi assenti

Mohammad Bakri non è l’unico a sfidare il mantra secondo cui l’esercito israeliano è il più morale del mondo. Registi ebrei israeliani per anni hanno fatto documentari che dimostrano che un ‘esercito di occupazione’ non è sempre capace di comportarsi in modo etico, ma nessuno di loro è stato trascinato in tribunale. Al massimo erano denunciati da qualche politico e causavano un stanca protesta.

Allora perché Bakri? Il regista Ram Loevy, professore emerito dell’Università di Tel Aviv e vincitore del premio Israele per la comunicazione radiotelevisiva, ricorda il clima in Israele alla vigilia dell’operazione Scudo Protettivo.

Loevy, che accettò di testimoniare per la difesa nella causa contro Bakri, disse alla corte di Lod due mesi fa, che i quattro secondi di ripresa in cui compare da lontano l’accusatore Nissim Meghnagi, non sono sufficienti per collegarlo direttamente alle accuse fatte nel film. Loevy ha anche spiegato che, mentre i documentaristi hanno bisogno di verificare i fatti, quando Bakri è andato a Jenin subito dopo la fine dell’operazione militare, si è trovato di fronte a una duplice verità: la verità fattuale e la verità emozionale della gente che aveva sperimentato le ostilità ed è stata questa verità ad esser catturata nel suo film.

“Dopo il terribile massacro del Park Hotel durante il Passover del 2002, l’operazione Scudo Protettivo era vista in Israele come un’azione militare completamente giustificata e importava poco che cosa fosse successo all’interno,” dice Loevy, riferendosi agli attentati suicidi di Hamas che uccisero 30 persone e ne ferirono 140 mentre stavano celebrando il seder in un albergo di Netanya.

“Il film di Mohammad che è focalizzato sulla sofferenza degli abitanti di un campo profughi di Jenin, è stato visto dal pubblico israeliano come un tentativo di sottrarre all’esercito israeliano la sua rivendicazione di moralità –una specie di corollario della consueta rivendicazione israeliana secondo cui dopo Auschwitz nessuno ci può insegnare la moralità. L’amaro dolore per le morti dei soldati israeliani durante l’operazione aggiunse benzina al fuoco della rabbia contro Mohammad.”

Inoltre, afferma Loevy, “l’insofferenza della Corte Suprema costretta, pur riluttante, a decidere a favore di Bakri, rafforzò la motivazione a ricercare instancabilmente altri soldati che si identificassero nel film e a continuare la battaglia legale”.

L’avvocato per i diritti umani Michael Sfard, che ha difeso diversi Palestinesi negli ultimi decenni e rappresenta Bakri nel caso odierno (insieme a Hussein Abu Hussein) cita la storia personale del suo cliente e l’atmosfera generale odierna.

“Nei miei venti anni di professione come avvocato, non ricordo un altro caso con un’atmosfera tanto avvelenata e violenta”, dice Sfard. “ Secondo me è soprattutto a causa del passato di Bakri –che è stato osannato in Israele quando fu il nostro rappresentante agli Oscar e fu l’Arabo dagli occhi azzurri del “Pessottimista”– ma che, quando osò fare “Jenin Jenin” affermando che l’esercito non è morale, produsse un contraccolpo particolarmente forte. Ancora più forte persino dei casi dei Palestinesi che sono stati portati in giudizio con accuse ben più gravi di terrorismo.”

“In questo caso”, continua Sfard, “tutti i centri di potere della ‘israelità’ si sono uniti contro di lui. Portano alle sedute del processo generali, soldati in uniforme, ex membri della Knesset e ministri del governo. È un caso straordinario, da tutti i punti di vista immaginabili. E questo viene, naturalmente, ad aggiungersi alla generale atmosfera in Israele oggi, in cui si discute questo caso”.

Trailer dal film “Beyond the walls”

Bakri stesso ricorda che anche prima di ‘Jenin Jenin’ non è sempre stato accolto con calore, per la sua partecipazione al film del 1983 di Costa-Gavras “Hanna K.,” nelle vesti di un Palestinese della Cisgiordania che è difeso nella corte militare israeliana da un’Americana ebrea immigrata in Israele (impersonata da Jill Clayburgh). Ma Bakri è in tutto d’accordo con le affermazioni di Sfard.

“Dopo tutto, che cosa è successo qui? Dopo i film a cui ho partecipato, mi sono fatto una reputazione come di un combattente per la pace e la coesistenza o, per lo meno, come un bravo ragazzo. Magari anche un po’ attraente. Poi, improvvisamente, questo attore, che ha una immagine positiva, il “buon Arabo” tra virgolette, se ne viene fuori e fa un film contro l’occupazione. E questo non collima più con l’immagine che avevo.

“Così, per poter danneggiare in realtà il film e le sue buone intenzioni –a favore della fine dell’occupazione e di un po’ di introspezione– hanno dovuto danneggiare la persona che c’era dietro. Così hanno demonizzato il “buon Arabo” e lo hanno trasformato in un cattivo Arabo, un Bin Laden, un antisemita che sogna di distruggere Israele.

“Una donna anziana una volta ha incontrato mio figlio e gli ha chiesto: “Allora tu sei il figlio dell’attore?” Lui dice di sì. Allora lei dice: “Ma ci sono due attori, uno che ci odia e uno che ci ama, di quale dei due sei figlio?” dice Bakri ridendo.

Eppure, ci sono molte commedie e film critici nei confronti dell’esercito, dell’occupazione e della narrazione sionista, allora perché “Jenin Jenin”?

“Perché l’esercito è una vacca sacra. Rivendicano purezza delle armi e moralità, ma nessun esercito di occupazione può essere morale. Non lo credo. L’occupazione non può essere morale e lo stesso vale per l’esercito che la serve. Come ha detto Ram Loevy [nella sua testimonianza] non c’è guerra senza crimini di guerra. È impossibile. L’essenza stessa della guerra ti impone certi comportamenti. E questo è quel che è successo a Jenin.

“Con massicci attacchi militari su un campo tanto affollato, è impossibile evitare di uccidere degli innocenti. Bombardi una casa; non ci vivono solo dei militanti ma anche gente qualsiasi. Non c’è niente da fare. Così quando si mette in dubbio la purezza delle armi la gente è restia ad accettarlo perché, dopo tutto, “Il nostro esercito è il più morale del mondo”. Sono sicuro che ci sono soldati che hanno mantenuto la purezza delle armi, ma ci sono anche pecore nere.”

E forse l’identità del regista ha avuto qualche influenza?

“Naturalmente il fatto che sono arabo si aggiunge a tutto il resto”.

In isolamento a Tunisi

Bakri è volato in Tunisia il giorno dopo la nostra intervista, per girare un nuovo film di un regista di origini siriane. Naturalmente, non poteva immaginare che una pandemia globale gli avrebbe impedito di tornare a casa, ma questo è quel che è successo. Dopo aver tentato di tornare attraverso la Turchia è stato rimandato per forza indietro a Tunisi e ora sta in un appartamento di proprietà di un amico del regista.

Questo viaggio ha magari preso una svolta inaspettata, ma è tuttavia tipico della carriera di Bakri che, dopo “Jenin Jenin” si è sviluppata soprattutto fuori da Israele. Negli ultimi due decenni ha diretto quattro film e ha recitato in una dozzina di film e serie televisive, quasi tutte di produzione straniera.

Nel 2017 impersonò un Ebreo libanese deportato con la famiglia in un campo di concentramento tedesco, in “Benghazi Bergen-Belsen”, messo in scena al MaMa Experimental Theatre Club dell’East Village di New York. Oggi lo si può vedere nella ottava e ultima stagione di “Homeland”, la serie americana basata sullo spettacolo israeliano “Hatufim” (“Prigionieri di Guerra”).

La comparsa di Loevy in tribunale a favore di Bakri ha messo in evidenza l’assenza di colleghi israeliani dell’accusato. La posta in gioco, insiste Bakri, non è una faccenda di Ebrei o Arabi, ma piuttosto una combinazione di paura tra i colleghi e di quello che lui chiama ‘hitkarnfut’ –una parola ebraica che significa diventare un rinoceronte, presa dalla commedia di Eugene Ionesco “Il Rinoceronte”.

“Paura, spiega, “perché c’è consenso contro “Jenin Jenin” e la maggior parte del paese pensa che sia una menzogna e propaganda a senso unico, perché sono stati convinti a pensarla così. E ‘hitkarnfut’ perché hanno paura per la propria carriera, temono che quel che è successo a me possa succedere anche a loro “.

“Ma, aggiunge, vedo il bicchiere mezzo pieno”.

Come è possibile?

Sono appena diventato nonno e voglio che le cose qui siano diverse quando mio nipote avrà 18 anni. Non voglio che passi quello che abbiamo dovuto passare io e i miei figli. Voglio che viva una vita diversa. Se dovessi perdere la mia fiducia nel bicchiere mezzo pieno, che senso avrebbe la vita, che senso avrebbe l’arte? Che senso avrebbe stare di fronte a una macchina da presa o su un palcoscenico? Mia moglie mi ha sempre chiesto: “Non sei stanco di provare agli Ebrei che sei un essere umano?” I miei figli ridono sempre, ma io dico che non sono stanco. Perché se mi stanco, allora che ragione c’è ad alzarsi la mattina?”

Come fai a pagare tutte le spese legali, hai chiesto qualche donazione?

“No, da nessuno. C’è stato qualcuno che mi ha detto “dobbiamo fare una raccolta fondi e se ogni Palestinese dà uno shekel ce l’abbiamo fatta. Ma ho detto che non farò mai una cosa del genere: non è un problema dei Palestinesi, è il mio problema. Così ogni volta che ho un po’ di denaro pago i miei avvocati. Va benissimo, non me lo chiedono neppure.”

Non ti capita mai di sentirti vittima delle circostanze e pensare che il prezzo sia troppo alto?

“No, non mi piace essere una vittima. Dal male può venire il bene, il buio può durare a lungo, ma alla fine c’è la luce, e credo che il bene, in questa terra, prevarrà. Forse non sarò più in vita allora, ma credo che abbiamo piantato qualcosa che un giorno crescerà. Verrà il giorno che capiranno che è stata fatta ingiustizia – non a me, ma a tutti quelli come me, perché ci sono persone come me tra gli Israeliani e anche tra gli Arabi.

“Una gran parte della popolazione di Israele ha cominciato a rendersi conto che quel che sta capitando non va bene e spero che questa parte crescerà. E poi ci sarà un grande cambiamento, e ci sarà speranza e si creerà una nuova realtà.”

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium.MAGAZINE-i-have-never-compared-the-nakba-of-the-palestinians-to-the-holocaust-1.8786316?utm_source=smartfocus&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-haaretz&utm_content=https://www.haaretz.com/israel-news/.premium.MAGAZINE-i-have-never-compared-the-nakba-of-the-palestinians-to-the-holocaust-1.8786316

Traduzione di Gabriella Rossetti – Assopace Palestina

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