La Regina è morta, ma la sua eredità coloniale continua a vivere in Israele-Palestina

Set 20, 2022 | Notizie, Riflessioni

di Yael Berda,

+972 Magazine, 20 settembre 2022. 

Anche se il Mandato britannico è terminato 74 anni fa, la sua eredità di gerarchia razziale, ‘divide et impera’ e regolamenti d’emergenza è ancora visibile nella politica israeliana.

Il corteo funebre della Regina Elisabetta II, trasportata su un affusto di cannone della Royal Navy all’Abbazia di Westminster, Londra, Regno Unito, 19 settembre 2022. (Governo britannico/CC BY-NC-ND 2.0)

Di tutti i Paesi che la Regina Elisabetta II ha visitato nel corso dei suoi 70 anni di regno – e sono stati oltre 120 – non ha mai messo piede in Israele. Ma non aveva bisogno di farlo: l’eredità del Mandato Britannico continua ad avere un tangibile impatto sulla gestione quotidiana del regime israeliano

Gli israeliani tendono a considerare il Mandato Britannico come un residuato storico e il governo della Monarchia come un breve momento in un tempo che ormai appartiene al passato. Gli ebrei israeliani che hanno opinioni liberali spesso scherzano dicendo che sperano nel “ritorno del Mandato Britannico”, come se il dominio britannico sulla Palestina avesse inaugurato un’era di infrastrutture ed efficienza, completa di automobili, mappe, statistiche ed elettricità. L’implicazione è che da quando i britannici se ne sono andati, le cose sono andate sempre peggio.

Anche se, scherzando, possono dire queste cose, il colonialismo britannico qui non è una cosa del passato. Infatti, Israele-Palestina è uno dei pochi luoghi rimasti al mondo in cui i principi organizzativi del colonialismo britannico sono la base degli attuali meccanismi burocratici, legali e politici.

Una delle caratteristiche centrali del colonialismo britannico è la combinazione di gerarchia razziale e di estrema violenza nei confronti dei soggetti non europei, con una preoccupazione quasi ossessiva per la legittimità politica e la normatività legale. In altre parole: una fissazione per lo stato di diritto.

In occasione della celebrazione del VE Day [giorno della vittoria], le bandiere britanniche coprono le strade di Gerusalemme, in Palestina, l’8 maggio 1945. (Library of Congress)

Sin dai tempi della Compagnia delle Indie Orientali – che fu la prima a utilizzare la legislazione d’emergenza per istituire la pena di morte e la pratica della deportazione – questa ossessione significava che, finché c’era una parvenza di procedura legale, qualsiasi violenza contro una determinata popolazione poteva essere giustificata con il pretesto di scongiurare i “rischi per la sicurezza”. Ma poiché gli indigeni “ostili” resistevano sempre più alla violenza dell’impero, la definizione di “rischi per la sicurezza” dovette essere ulteriormente rimaneggiata.

Negli ultimi anni, gli storici dell’Impero Britannico di tutto lo spettro politico hanno capito che il colonialismo e il liberalismo – compresa l’importanza dello ‘stato di diritto’ come valore supremo – non possono essere separati. Ma mentre il mondo cerca di liberarsi di questa eredità e inizia a pensare alla decolonizzazione della politica, della società e persino dell’economia, si ignora il fatto che il colonialismo britannico continua a plasmare la vita dei cittadini, dei residenti e dei sudditi tra il fiume [Giordano] e il mare.

Gli amministratori britannici nelle colonie si resero conto abbastanza rapidamente che non potevano mantenere il controllo sui nativi solo con la forza. Pertanto, iniziarono ad adottare metodi avanzati di gestione della popolazione, tra cui la classificazione delle diverse popolazioni in base al loro presunto livello di rischio per la sicurezza. Questo è il primo principio organizzativo della burocrazia coloniale: la separazione sistematica delle popolazioni, seguita dalla creazione di pratiche di governo separate per ciascun gruppo.

Un altro strumento chiave utilizzato dagli inglesi fu la restrizione dei movimenti. Ciò avveniva attraverso la dichiarazione di zone militari chiuse, detenzioni amministrative, impedimento del passaggio da una colonia o da un sottodistretto all’altro, e sistemi di permessi che bloccavano, limitavano e rallentavano il movimento della popolazione. I sistemi di sorveglianza britannici trasformarono in fonti di controllo e di intelligence non solo i poliziotti e i soldati, ma anche gli insegnanti, gli impiegati postali e il personale medico.

Si possono riconoscere alcuni di questi principi organizzativi coloniali in Israele-Palestina di oggi. Sono, ovviamente, espressi nel modo più evidente nel trattamento privilegiato riservato agli insediamenti ebraici su entrambi i lati della Linea Verde – sia che si tratti di kibbutzim e moshavim all’interno di Israele, sia che si tratti di insediamenti nella Cisgiordania occupata.

Vista dell’insediamento israeliano di Ma’ale Adumin e dell’area E1, Cisgiordania occupata. (Yonatan Sindel/Flash90)

Il primo principio è la gerarchia razziale: inizialmente tra europei e nativi, e successivamente all’interno dei vari gruppi della popolazione ebraica –mizrahim, etiopi, ebrei provenienti dagli ex Stati sovietici– in base a quanto sono “acculturati”. Il secondo principio è la flessibilità amministrativa, ossia la gestione fatta dai funzionari sul campo, grazie alla loro vicinanza alla popolazione interessata, piuttosto che da leggi approvate in Parlamento.

Il terzo è la segretezza. Mentre la maggior parte delle burocrazie lavora con leggi apertamente pubblicate, la burocrazia coloniale utilizza leggi segrete, decreti sconosciuti, direttive e regolamenti interni che nemmeno i funzionari coloniali conoscono, tutto mascherato con il pretesto di minacce alla sicurezza o “all’ordine della colonia”. Il quarto è la personalizzazione. L’identità di una persona determina le leggi o le pratiche che le verranno applicate: l’esatto contrario dell’uguaglianza davanti alla legge. Il quinto è la creazione di eccezioni. Questa forma di controllo si basa in realtà su una raccolta di eccezioni, che cambiano costantemente in modo routinario, in contrapposizione alla pianificazione a lungo termine.

L’eredità della separazione razziale e della partizione

In Israele, la relazione storica tra il sionismo e il colonialismo britannico viene solitamente vista attraverso due prismi. Il primo è quello degli ultimi due anni del Mandato Britannico, durante i quali le tre organizzazioni clandestine ebraiche – Haganah, Etzel e Lehi – dichiararono la lotta armata contro il dominio britannico per espellere gli occupanti, cosa che le autorità coloniali considerarono “terrorismo”. 

Il secondo prisma attraverso il quale viene vista la relazione sionismo-colonialismo è quello di uno dei principali strumenti dell’autorità esecutiva in Israele: la legislazione d’emergenza. Tendiamo a dimenticare che sia la costruzione delle relazioni tra ebrei e palestinesi come una gerarchia razziale, sia il Piano di Partizione del 1947 – che cercò di dividere la Palestina tra i palestinesi, che all’epoca costituivano la maggioranza della popolazione, e i coloni, per lo più ebrei – nacquero entrambi dal desiderio imperiale di gestire il conflitto mantenendo il controllo e l’influenza sulla regione.

Quando il Mandato Britannico giunse al termine, il neonato Stato di Israele adottò i Regolamenti di Difesa (di Emergenza), promulgati dai britannici durante il loro dominio, che garantiscono poteri straordinari all’autorità esecutiva di Israele. Di fatto, uno stato di emergenza dichiarato è in vigore sin dalla fondazione dello Stato.

Non c’è dubbio che questi Regolamenti siano il cuore pulsante del regime israeliano, né c’è dubbio che la loro abolizione sia un passo essenziale sulla via dell’istituzione di un regime veramente democratico. In pratica, i Regolamenti di Difesa hanno plasmato il modo in cui i primi governi di Israele hanno trattato l’opposizione ebraica, ma soprattutto hanno plasmato il governo militare che ha governato i cittadini palestinesi di Israele tra il 1949 e il 1966, consentendo al governo di confiscare terreni e proprietà palestinesi con la scusa della “necessità militare”, e di impedire ai rifugiati palestinesi e agli sfollati interni di ritornare nelle case che lo Stato ha espropriato dopo il 1948 come “proprietà di assenti”.

Il capo villaggio di Umm el-Fahm firma un giuramento di fedeltà in presenza di funzionari del governo militare israeliano, trasferendo il villaggio al dominio israeliano, 20 maggio 1949. (GPO)

Anche l’infrastruttura organizzativa dell’occupazione si basa sui Regolamenti di Emergenza. Durante la preparazione degli ordini militari per una possibile futura occupazione militare nel 1963, ben quattro anni prima che Israele arrivasse a controllare la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, l’esercito eliminò le parole “Sua Maestà” come autorità suprema nella regione, e le sostituì con “il comandante militare dell’area”. La Corte Suprema di Israele, lungi dal mettere in discussione l’esistenza di questi regolamenti, ha continuamente sostenuto la loro legittimità e l’occupazione militare che ne derivava.

La legge antiterrorismo di Israele, approvata dalla Knesset nel 2016, che contiene definizioni ampie e vaghe di terrorismo e che ha introdotto nella legge molti di questi regolamenti di emergenza, ha trasformato in legge strumenti legali coloniali britannici in uso da 80 anni. Questa stessa logica – che trasforma qualsiasi rischio politico in un rischio per la sicurezza – è stata la motivazione alla base della decisione del Ministro della Difesa Benny Gantz di dichiarare sei organizzazioni della società civile palestinese come gruppi terroristici per cercare di farle chiudere.

L’eredità della Regina Elisabetta II non si vede solo nei regolamenti di emergenza di Israele. Essa incombe sull’ossessione del regime israeliano per la separazione e la segregazione delle comunità e sulla discriminazione razziale nei confronti dei gruppi autoctoni e ‘incolti’ che vivono tra il fiume e il mare sotto un unico governo, senza confini fissi di sovranità. In questo senso, anche dopo la scomparsa della regina, l’impero da lei rappresentato è ancora molto presente.

Questo articolo è stato pubblicato in collaborazione con Local Call.

https://www.972mag.com/queen-colonial-legacy-israel-palestine/

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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