L’antipalestinismo stimola all’uso improprio dell’antisemitismo

Ago 21, 2022 | Campi di lavoro, Notizie, Riflessioni

di Mona Abuamara,  

Mondoweiss, 20 agosto 2022. 

Sconfiggere il pregiudizio anti-palestinese, che non dovrebbe nemmeno esistere, non è una vera vittoria.

Shahd Abusalama (foto dalla pagina Facebook di Shahd Abusalama)

L’antipalestinismo è sempre più presente in tutto il mondo, ma soprattutto nelle democrazie liberali occidentali. Si presenta ogni volta che si tenta di dipingere qualsiasi atto compiuto da Israele (e dalla sua lobby) contro la Palestina, i palestinesi e coloro che sostengono la Palestina, come un atto inevitabile per la protezione delle comunità ebraiche.

L’antisemitismo è un grave attacco all’umanità e il mondo è stato testimone in prima persona delle sue atroci ramificazioni. Ma condannare l’antisemitismo gridando “Mai più!” non è in alcun modo in contraddizione con la lotta per una Palestina libera: semmai, questi principi di diritti, libertà e valori universali vanno di pari passo. Usare l’accusa di antisemitismo per sopprimere le voci che sostengono i legittimi diritti dei palestinesi diluisce l’accusa di antisemitismo e dà potere ai veri antisemiti.

Negli ultimi anni, sfruttare la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) è diventato uno degli ultimi sotterfugi praticati da Israele e dalla sua lobby.

Utilizzando la sua descrizione fluida e centrata su Israele, insieme al suo linguaggio vago e all’associazione infondata tra la difesa della Palestina e l’antisemitismo, la lobby israeliana ha usato la sua nuova definizione per etichettare e diffamare i sostenitori della Palestina, compresi gli ebrei, come antisemiti o come ebrei che odiano se stessi.

È chiaro che essere smascherati per essere uno stato di apartheid è sconcertante. Ma i sostenitori di Israele sembrano illudersi che i palestinesi si arrenderanno e accetteranno la loro sorte, prendendo tranquillamente il loro posto all’interno del sistema di apartheid. Tutto questo per evitare che la stampa possa interrompere la filastrocca dell'”unica democrazia in Medio Oriente”.

Con l’aiuto della sua lobby, Israele ha cercato di coprire le sue atrocità, utilizzando la distorta definizione di antisemitismo dell’IHRA per esortare la comunità internazionale a normalizzare la discriminazione e il pregiudizio contro i palestinesi. Questo atto è egoista e agghiacciante.

Recentemente Maram Mansour, una giornalista palestinese, ha vinto una causa contro il suo licenziamento illegittimo da parte di Deutsche Welle [una radio tedesca, NdT]. Prima di lei, Shahd Abusalama, docente associata palestinese presso l’Università di Sheffield Hallam, è stata reintegrata dopo essere stata sospesa illegittimamente e indagata dalla sua università. Questi casi rappresentano solo quelli in cui si è riuscito a combattere con successo le ingiustizie subite. Purtroppo, ci sono innumerevoli altri palestinesi e attivisti nel mondo che sono stati e continuano a essere perseguiti ingiustamente. Potreste aver sentito parlare di alcune delle loro storie strazianti, ma ce ne sono tante che nessuno conoscerà mai.

In effetti, sebbene Maram e Shahd siano state alla fine vendicate, non avrebbero dovuto trovarsi sul proverbiale banco degli imputati. Soffermiamoci su ciò che hanno teoricamente vinto. Sono state assolte da accuse che erano chiaramente infondate e che non avrebbero mai dovuto essere prese sul serio, e sono state reintegrate in posizioni che non avrebbero mai dovuto perdere. Non è che si possa chiamare una gran vittoria.

E cosa motivava gli attacchi contro di loro? La risposta, semplicemente, è: l’anti-palestinismo. E naturalmente, il fatto che alla fine abbiano “vinto” non cancella il danno che hanno subito, quando le calunnie sono state rese pubbliche. Chi sarà ritenuto responsabile per aver lanciato tali accuse? Nessuno. C’è stata una reazione tranquilla, seguita da una silenziosa ammissione della falsità di quelle accuse. Poco più. 

In un certo senso, ciò non dovrebbe sorprendere, poiché le campagne sono ormai diventate piuttosto prevedibili: l’obiettivo non è mai stato quello di emettere un verdetto di colpevolezza; si trattava invece di costringere a ingaggiare una battaglia tortuosa e punitiva per ribaltarlo. Queste donne hanno perseverato di fronte a questa sfida, ma chi altro vorrebbe affrontare una simile minaccia? Molti potrebbero pensarci due volte, d’ora in poi, sapendo che potrebbero essere messi alla prova come Maram e Shahd.

Israele e la sua lobby usano il marchio dell’antisemitismo per difendere le loro aggressioni e per giustificare il loro anti-palestinismo.

Naturalmente, Israele ha molto da temere da persone come Shahd e Maram. Ha bisogno di uno scudo semplicemente perché questi sostenitori hanno osato stare dalla parte di Sheikh Jarrah, Silwan o Masafer Yatta, chiedendo la fine della Nakba palestinese in corso. Israele ha paura quando voci libere chiedono il rilascio dei prigionieri politici palestinesi e la fine del blocco di 15 anni su Gaza.

Gli ebrei non hanno nulla a che fare con tutto ciò e niente di tutto ciò rappresenta una minaccia per gli ebrei. È invece una minaccia per la continuazione di un brutale regime di apartheid.

Chiedetevi: i palestinesi avrebbero agito diversamente se la religione o la nazionalità del loro oppressore fosse stata diversa? O forse i palestinesi, come ogni gruppo oppresso, stanno semplicemente rivendicando i loro legittimi diritti?

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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