Indignazione palestinese dopo che gli Stati Uniti hanno dichiarato che la giornalista Shireen Abu Akleh è stata uccisa accidentalmente

Lug 6, 2022 | Notizie

di Patrick Kingsley,

The New York Times, 5 luglio 2022. 

Il governo statunitense ha dichiarato che Shireen Abu Akleh è stata probabilmente colpita da un proiettile sparato dalle linee militari israeliane nella Cisgiordania occupata, ma ciò sarebbe avvenuto involontariamente, avvalorando le affermazioni di chi dice che Washington non è imparziale.

Le reazioni di colleghi e amici mentre la salma della giornalista veterana di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, avvolta dalla bandiera palestinese, viene portata nella sede di Al Jazeera nella città cisgiordana di Ramallah, maggio 2022. Pool photo by Abbas Momani

GERUSALEMME – I palestinesi hanno espresso delusione e rabbia nei confronti degli Stati Uniti, dopo che Washington ha dichiarato di aver concluso che Shireen Abu Akleh, una giornalista palestinese-americana uccisa mentre faceva reportage nella Cisgiordania occupata, è stata probabilmente colpita involontariamente da un proiettile sparato dalle linee militari israeliane.

La conclusione americana ha rilanciato le affermazioni palestinesi secondo cui gli Stati Uniti non agiscono come mediatore imparziale nel conflitto israelo-palestinese. E ciò avviene giorni prima di una visita nella regione del presidente Biden, che non ha cancellato diverse mosse dell’amministrazione Trump che i palestinesi ritengono dannose per le loro speranze di indipendenza.

La valutazione del Dipartimento di Stato, resa nota lunedì, ha contraddetto la posizione ufficiale israeliana secondo cui la signora Abu Akleh, una veterana giornalista televisiva uccisa nella città di Jenin l’11 maggio, potrebbe essere stata colpita o dal fuoco palestinese o da quello israeliano.

Ma affermando che la donna è stata colpita accidentalmente e che il proiettile fatale era troppo danneggiato per poterlo associare a un fucile specifico, gli Stati Uniti hanno anche indicato che non si aspettano che Israele persegua con accuse penali un particolare soldato.

Le conclusioni degli Stati Uniti “hanno fornito allo Stato di occupazione un modo sicuro per eludere la responsabilità dell’uccisione di Abu Akleh, utilizzando pretesti deboli e inconsistenti”, ha dichiarato il ministero degli Esteri dell’Autorità Palestinese in un comunicato di martedì.

L’amministrazione Biden ha dichiarato di aver agito in modo indipendente da Israele e di non aver negato il suo coinvolgimento.

Per anni, i palestinesi hanno messo in dubbio la capacità di Washington di mediare in modo neutrale il conflitto israelo-palestinese, citando il forte sostegno americano a Israele alle Nazioni Unite e la vastità del supporto finanziario e militare USA a Israele, che ha ricevuto cumulativamente più aiuti americani di qualsiasi altro Paese dalla seconda guerra mondiale in poi.

Uomini palestinesi osservano il segno di un proiettile su un albero nel luogo in cui Shireen Abu Akleh è stata uccisa durante un raid israeliano a Jenin. Raneen Sawafta/Reuters

In questo contesto, l’Autorità Palestinese, che amministra parti della Cisgiordania, compresa la città dove è avvenuta la sparatoria, ha inizialmente ignorato settimane di pressioni americane per condividere con gli investigatori israeliani il proiettile che ha ucciso la giornalista Abu Akleh, 51 anni.

Ma sabato l’Autorità ha modificato la sua posizione, consegnando il proiettile dopo che i funzionari statunitensi avevano sostenuto che un esame forense avrebbe potuto collegare il proiettile al fucile che lo ha sparato.

I risultati inconcludenti del test successivo e l’affermazione americana sulla natura accidentale dell’uccisione hanno alimentato un senso di tradimento tra i palestinesi, facendo riemergere le accuse di pregiudizio pro-Israele nei confronti di Washington.

Gli ultimi colloqui di pace per porre fine al conflitto si sono esauriti nel 2014 e le profonde divisioni nella società palestinese e israeliana hanno ostacolato gli sforzi per rianimarli. Ma i palestinesi sostengono che Washington fa troppo poco per spingere Israele a tornare al tavolo dei negoziati o per preservare la fattibilità di uno Stato palestinese.

Ned Price, portavoce del Dipartimento di Stato, ha dichiarato martedì che gli investigatori statunitensi non hanno favorito né gli israeliani né i palestinesi. Ha aggiunto che l’analisi statunitense del proiettile si è basata su test effettuati da esperti stranieri indipendenti, non da specialisti balistici israeliani.

“Il nostro obiettivo non era quello di accontentare tutti”, ha detto Price. “Il nostro obiettivo non era quello di accontentare qualcuno”.

L’intervento americano precede di pochi giorni la visita del presidente Biden in Israele e Cisgiordania, la sua prima da capo di Stato, durante la quale si prevede che eviterà di fare dichiarazioni importanti sul conflitto israelo-palestinese.

Quest’ultimo intervento americano è avvenuto anche nel contesto di una crescente frustrazione palestinese per il fatto che l’amministrazione Biden non ha annullato diverse mosse del presidente Trump che, secondo i palestinesi, hanno danneggiato le prospettive per la creazione di uno Stato palestinese.

Nonostante la promessa di riaprire ai palestinesi il consolato statunitense a Gerusalemme, chiuso sotto Trump, l’amministrazione Biden non lo ha riaperto, in seguito alle pressioni di Israele. La missione palestinese a Washington, anch’essa chiusa sotto Trump, rimane chiusa. La decisione dell’amministrazione Trump di invertire decenni di politica statunitense e riconoscere come legittimi gli insediamenti israeliani in Cisgiordania – considerati illegali dalla maggior parte del mondo – non è stata formalmente revocata.

Abu Akleh è raffigurata nel poster a destra, vicino ai murales sulla barriera di separazione israeliana nella città cisgiordana di Betlemme, in cui si vede, a sinistra, George Floyd, un nero americano ucciso dalla polizia a Minneapolis nel 2020, e l’attivista palestinese Ahed Tamimi, al centro. Maya Alleruzzo/Associated Press

Alcuni palestinesi speravano tuttavia che l’amministrazione Biden potesse almeno spingere Israele a condurre un’indagine penale sulla morte di Abu Akleh.

Ma questa settimana funzionari americani hanno suggerito che è improbabile che il governo degli Stati Uniti spinga per un’incriminazione israeliana. La dichiarazione del Dipartimento di Stato di lunedì ha sottolineato che gli Stati Uniti non hanno “alcuna ragione di credere” che l’uccisione di Abu Akleh sia stata “intenzionale, anziché il risultato di tragiche circostanze”.

Il portavoce del Dipartimento di Stato Price ha dichiarato che gli Stati Uniti volevano vedere “un certo grado di assunzione di responsabilità” per l’uccisione e che l’esercito israeliano introducesse ulteriori garanzie per i civili nei futuri raid. Ma, incalzato sulla questione di un’azione penale, Price ha detto che l’amministrazione Biden “non ha intenzione di essere prescrittiva” sulla forma esatta dell’indagine israeliana.

L’assenza di pressioni americane diminuisce la possibilità che siano avanzate accuse penali contro chiunque in qualsiasi sede.

L’avvocatessa generale dell’esercito israeliano, Yifat Tomer-Yerushalmi, non ha escluso un’azione penale militare e ha dichiarato che baserà la sua decisione sui risultati dell’indagine interna dell’esercito. Ma finora, il Magg. Gen. Tomer-Yerushalmi ha detto di non essere ancora convinta della necessità di un’azione penale.

“L’apertura di un’indagine è giustificata quando si sospetta un reato penale”, ha affermato in un discorso del 23 maggio. “In un’intensa attività di combattimento come quella di Jenin, la morte di una persona non solleva di per sé automaticamente tale sospetto”.

L’Autorità Palestinese, che ha accusato Israele di aver preso di mira intenzionalmente la giornalista Abu Akleh, ha dichiarato che deferirà il caso alla Corte Penale Internazionale (CPI).

Ma questo processo potrebbe richiedere anni e potrebbe non sfociare mai in un’azione penale. I procuratori della CPI hanno iniziato un esame preliminare della situazione nei territori occupati nel 2015, ma non hanno avviato un’indagine formale fino al 2021. Sette anni dopo l’inizio dell’indagine, non è stato aperto alcun caso contro singoli israeliani o palestinesi in relazione a crimini in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est.

Se i magistrati dovessero portare in tribunale un sospetto con l’accusa di aver ucciso Abu Akleh, è probabile che il caso si concentrerebbe sulla questione di chi fosse l’obiettivo dello sparatore e di cosa sapesse l’assassino del suo obiettivo.

Gli israeliani sostengono che se l’ha uccisa un soldato, è stato un errore commesso mentre sparava a un palestinese armato. Ma le prove esaminate dal New York Times nel corso di un’inchiesta durata un mese non hanno rilevato la presenza di palestinesi armati nelle vicinanze di Abu Akleh quando è stata colpita.

Un cartello stradale con il nome di Shireen Abu Akleh a Ramallah, nella Cisgiordania occupata. Abbas Momani/Agence France-Presse – Getty Images

“Shireen Abu Akleh era una civile”, ha aggiunto. “Chi ha sparato lo sapeva? L’indagine dovrebbe chiarire: è stato un errore? Una decisione isolata di un soldato? Un ordine che seguiva un piano o una politica adottata dalle massime autorità?”.

Secondo il diritto internazionale, i combattenti in un conflitto armato possono attaccare i combattenti nemici, ha dichiarato Luis Moreno Ocampo, ex procuratore capo della CPI. “Ma è vietato dirigere intenzionalmente attacchi contro la popolazione civile”, ha detto Moreno Ocampo.

Un’analisi delle indagini condotte in passato dalla procura militare israeliana suggerisce che poche accuse si traducono in cause giudiziarie. Ogni anno vengono presentate centinaia di denunce contro i soldati israeliani, ma la maggior parte viene archiviata senza un’indagine approfondita e solo una piccola parte arriva in tribunale, per non parlare di quante arrivano a una condanna, secondo quanto riportato dai dati raccolti da Yesh Din, un gruppo israeliano per i diritti che monitora l’occupazione della Cisgiordania.

Nel 2019 e nel 2020, gli anni più recenti per i quali sono disponibili i dati, il 2% delle denunce presentate dai palestinesi per aver subito danni da parte dei soldati israeliani è andato a processo, ha dichiarato Yesh Din. In quel periodo, 49 palestinesi sono stati uccisi dalle forze di sicurezza israeliane in Cisgiordania, secondo i dati compilati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari.

Il governo israeliano afferma che l’esercito ha un solido sistema legale, si attiene ai più alti standard e continuerà a indagare sull’uccisione di Abu Akleh.

“La verità professionale e morale è inseparabile dalla nostra resistenza nazionale”, ha dichiarato lunedì in un comunicato Benny Gantz, ministro della Difesa israeliano.

Ha aggiunto: “L’establishment della difesa è impegnato a scoprire la verità”.

Hanno contribuito a questo articolo Myra Noveck e Hiba Yazbek da Gerusalemme e Lara Jakes da Washington.

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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1 commento

  1. Sebastiano Comis

    Il comandante in capo
    dell’armata canaglia
    detta le nuove regole
    d’ingaggio a chi sorveglia
    il recinto del campo:
    “Compito dei cecchini
    è di non dare scampo
    a quella ragazzaglia,
    gentaglia, maramaglia
    che osa fare festa
    e roghi di protesta
    nella fascia interdetta.
    Ma da ora in avanti
    prenderete a bersaglio
    non soltanto la testa
    ma anche piedi e gambe
    o ancor meglio i ginocchi,
    così restano privi
    di uno o entrambi gli arti
    o comunque li azzoppi,
    li rendi inoffensivi
    senza farne dei martiri
    come quando li accoppi.
    E poi, restando vivi
    anche se resi invalidi
    sono solo feriti:
    così chiudi la bocca
    ai nuovi antisemiti”.

    (42 rotule in un venerdì di protesta è il record di un cecchino israeliano, riferito da G.Levy su Haaretz 6 mar 2020)

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