‘Dignità’ per entrambi i popoli: ma il Dipartimento di Stato non ha una risposta per il ragazzo palestinese spogliato al posto di blocco

Giu 11, 2022 | Notizie

di Philip Weiss e Tareq S. Hajjaj,

Mondoweiss, 8 giugno 2022.  

“Non è forse giunto il momento di porre fine a questa occupazione? Da un punto di vista morale, fino a che punto questa occupazione militare deve continuare: generazione dopo generazione?”. Questo è ciò che il giornalista Said Arikat chiede al Dipartimento di Stato americano, dopo che i soldati israeliani hanno costretto una donna palestinese a togliere la maglietta a suo figlio di tre anni perché raffigurava un fucile.

Ragazzo spogliato al checkpoint israeliano. Twittato dal Dr. Ahmad Tibi.

Ecco un incidente ampiamente riportato dai media e dai leader palestinesi negli ultimi giorni, ma che non è stato riportato dalla stampa occidentale: i soldati israeliani hanno spogliato un bambino palestinese di tre anni della sua maglietta ad un posto di blocco nella Cisgiordania occupata, perché sulla maglietta c’era l’immagine di un fucile.

Una foto dell’incidente mostra madre e figlio in un posto di blocco che assomiglia ad una gabbia, nel nord della Cisgiordania. Il Dipartimento di Stato USA è stato interpellato sulla questione durante la conferenza stampa di due giorni fa.

Youssef Sanad Youssef, 3 anni, stava andando, con la sua famiglia, dalla sua casa di un vicino villaggio verso la casa di un parente a Jenin. Le due case sono separate da un checkpoint israeliano. Al posto di blocco di Ya’abad, noto come Mevo Dotan, i soldati israeliani hanno notato il bambino con la sua maglietta.

“Abbiamo sentito che stava accadendo qualcosa di grosso”, ha detto Mohammed Qaba, zio di Youssef, in un’intervista ad Al-Jazeera. “Un gruppo di soldati è venuto verso di noi al posto di blocco, mentre i fucili della torre di guardia erano puntati su di noi. Grida selvagge provenienti dai soldati ci hanno urlato: Fermatevi, non muovetevi, tornate indietro, state immobili. Pensavamo di aver commesso qualche crimine senza accorgercene, per cui abbiamo cominciato a chiederci l’un l’altro cosa stesse succedendo, mentre i bambini hanno iniziato a piangere”.

La famiglia ha chiesto ai soldati israeliani quale fosse lo sbaglio che avevano commesso e i soldati hanno risposto: “Il bambino non può passare dal checkpoint”.

“Non vedete l’immagine sulla sua maglietta?” hanno detto i soldati israeliani alla famiglia. “Questa è violenza, che incoraggia uccisioni e terrore”.

I soldati hanno gridato al bambino, che piangeva e non capiva, e non voleva togliersi la maglietta. Lo zio ha cercato di spiegare ai soldati che si trattava di una moda e che la maglietta è disponibile nei mercati, ma loro hanno insistito che il bambino doveva togliersi la maglietta per passare il checkpoint. 

L’ufficiale israeliano è stato chiaro: “Non potrai andar via se non ti togli la maglietta”.

Sua madre lo ha abbracciato e ha cercato di calmarlo dicendo che un po’ di sporcizia della strada era finita sulla sua maglietta e che avrebbe dovuto toglierla per prenderne una nuova e migliore, ma il ragazzo non se la voleva togliere.

“Il ragazzo è stato trattenuto per più di un’ora con sua madre”, ha detto lo zio. “Ci chiamava: zio, nonno, per favore fatemi uscire; ma noi siamo rimasti paralizzati a guardare la sua sofferenza di fronte ai soldati armati”.

“Forse pensavano che quel bambino li avrebbe uccisi. È ironico che un esercito di questo tipo abbia paura di un bambino di 3 anni con un fucile sulla maglietta”, ha detto Mohammed.

Youssef Sanad Youssef indossa la maglietta col fucile.

Gideon Levy ha deriso questi provvedimenti il mese scorso: “La farsa di Israele che confisca le magliette M16… Tra gli occupati, vanno di moda  le magliette M16; tra gli occupanti, va di moda proibirle”.

La questione è stata sollevata due giorni fa durante la conferenza stampa del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Said Arikat del giornale Al Quds ha detto che “tutto il mondo” ha visto l’incidente, e che questo è un bell’esempio di cos’è l’occupazione.

Said Arikat del giornale Al Quds.

Ieri ricorreva il 55° anniversario della guerra del ’67. Sono 55 anni di occupazione che i Palestinesi hanno dovuto sopportare e sopportano tuttora. Nell’arco di 24 ore, quattro Palestinesi sono stati uccisi. Hanno trattenuto un bambino di tre anni e gli hanno fatto togliere la maglietta a un posto di blocco. Tutto il mondo l’ha visto.

La domanda che le rivolgo ­–anche se so che lei non vuole esprimere ottimismo o pessimismo– è: per quanto tempo deve andare avanti questa storia? Voglio dire, non è…  giunto il momento di porre fine a questa occupazione? Insomma, da un punto di vista morale, quanto dovrebbe durare questa occupazione militare: generazione dopo generazione?

Ned Price del Dipartimento di Stato USA ha risposto parlando della soluzione dei due Stati e della necessità di salvaguardare la “dignità” palestinese.

Said, il nostro obiettivo fin dal primo giorno di questa amministrazione è stato quello di fare tutto il possibile per promuovere e far progredire una soluzione a due Stati, proprio perché una soluzione a due Stati, secondo noi e secondo le varie amministrazioni americane che si sono succedute, è il mezzo più efficace per garantire l’identità di Israele come Stato ebraico e democratico, ma anche per soddisfare le legittime aspirazioni del popolo palestinese a vivere in dignità, sicurezza e pace in un Paese tutto suo.

Arikat ha insistito: “Può dirci almeno una cosa che ha fatto per avvicinare un po’ di più questa soluzione, questa soluzione a due Stati, negli ultimi sei mesi?”. Price ha citato i “finanziamenti umanitari” per il popolo palestinese.

Said, siamo anche stati chiari sul fatto che, purtroppo, non siamo alla vigilia di una soluzione a due Stati. Probabilmente non siamo nemmeno alla vigilia di negoziati diretti tra israeliani e palestinesi per discutere i contorni di una soluzione a due Stati. Il nostro obiettivo, fin dall’inizio, è stato quello di creare un ambiente in cui sia più probabile che la diplomazia, compresa quella tra israeliani e palestinesi, sia efficace.

Arikat ha notato che l’amministrazione Biden non ha dato seguito alla promessa di riaprire il consolato a Gerusalemme e poi ha citato le statistiche sulle uccisioni e sulle detenzioni:

Dall’inizio dell’anno, 14 minori palestinesi –bambini– sono stati uccisi dagli israeliani. Negli ultimi 55 anni, 1,5 milioni di Palestinesi sono stati imprigionati, la maggior parte in modo ingiusto, comprese le detenzioni amministrative. Può almeno dire ai suoi alleati, gli israeliani, che dovrebbero porre fine a questa pratica della detenzione amministrativa?

Price ha eluso questa domanda. “Crediamo che israeliani e palestinesi meritino in ugual misura stabilità, sicurezza, libertà e, soprattutto, dignità”.

Philip Weiss è redattore senior di Mondoweiss.net e ha fondato il sito nel 2005-06.

Tareq S. Hajjaj è il corrispondente da Gaza di Mondoweiss e membro della Palestinian Writers Union. Ha studiato Letteratura inglese all’Università Al-Azhar di Gaza. Ha iniziato la sua carriera giornalistica nel 2015, lavorando come redattore/traduttore presso il giornale locale Donia al-Watan. Ha lavorato per Elbadi, Middle East Eye e Al Monitor. Twitter: @Tareqshajjaj.

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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