Donne che raccontano la guerra: l’eredità di Shireen Abu Akleh

Giu 7, 2022 | Riflessioni

di Lina AbiRafeh,

Lina AbiRafeh Medium, 19 maggio 2022. 

“Ho scelto il giornalismo per essere vicina alle persone. Forse non sarà facile cambiare la realtà, ma almeno potrò portare la loro voce nel mondo.” (dal video: I am Shireen Abu Akleh)

Forse ormai tutti abbiamo sentito parlare di Shireen Abu Akleh. Se non vi è capitato, dovreste informarvi. Vale la pena sapere chi era.

In Palestina, Shireen Abu Akleh è un nome familiare. Giornalista palestinese-americana di Al Jazeera per 25 anni, Abu Akleh è stata un’importante reporter di guerra. È stata anche la voce della Palestina, portando coraggiosamente agli occhi del mondo la storia palestinese. Le storie commuovono le persone, e le avvicinano. Ma la storia palestinese è poco raccontata. Per questo, Shireen aveva il grande dovere di portare equilibrio in una narrazione altrimenti unilaterale.

L’11 maggio, Abu Akleh è stata uccisa dalle forze israeliane mentre faceva un servizio sui raid israeliani a Jenin. Era vestita chiaramente da giornalista, con un giubbotto e un elmetto. Non c’erano dubbi su chi fosse: il ruolo dei mezzi d’informazione è chiaro. E chiaramente tutelato giuridicamente.

I giornalisti e i professionisti dei media sono protetti in base al diritto umanitario internazionale, che garantisce loro lo status di civili a tutti gli effetti. In altre parole, non possono essere presi di mira. Farlo equivale a un crimine di guerra. I corrispondenti di guerra corrono rischi più gravi. Essi godono della protezione civile, ma sono anche soggetti alla condizione di prigionieri di guerra e sono considerati sotto lo stesso status giuridico delle forze armate.

Reporters Without Borders ha rilasciato una dichiarazione sulla sicurezza e la protezione dei giornalisti e del personale dei media in situazioni di conflitto armato, alla luce degli eventi del 2003 in Iraq, per rafforzare i principi del diritto internazionale nella protezione dei giornalisti e per riaffermare l’illegalità degli attacchi contro di loro.

Mentre migliaia di palestinesi si riunivano per seppellire una delle loro voci più importanti, le forze israeliane hanno attaccato chi piangeva e chi portava la bara. Nemmeno nella morte i palestinesi possono avere pace.

Israele sostiene che Shireen è stata uccisa nel fuoco incrociato e che essere un corrispondente di guerra comporta questo rischio. Quest’ultima affermazione potrebbe essere vera, ma è innegabile che in Palestina ci sia una costante di attacchi contro la stampa e, più in generale, contro i palestinesi.

La resistenza palestinese continua. Al Jazeera dice che i palestinesi non saranno ridotti al silenzio e che la missione di informare il mondo è ora più importante che mai.

E le voci delle donne –e in particolare le voci delle donne in guerra– sono oggi più importanti che mai.

Le donne reporter di guerra non hanno mai avuto vita facile. Le donne reporter erano bandite dal fronte durante la Seconda Guerra Mondiale. Oggi questo divieto non esiste più, ma le donne reporter di guerra sono ancora troppo poche e devono superare la sfida di scegliere un campo dominato dagli uomini e di lavorare in uno spazio dominato dagli uomini.

Nel frattempo, sembra esserci un fascino per le donne che vanno nelle zone di guerra e per lo spazio che occupano in questo ambiente dominato dagli uomini. Sono ancora viste innanzitutto come donne, e poi come reporter.

Il libro dell’ex corrispondente di guerra Elizabeth Becker, You Don’t Belong Here: How Three Women Rewrote the Story of War (Questo non è il tuo posto: Come tre donne hanno riscritto la storia della guerra), documenta come le donne abbiano cambiato il modo di raccontare la guerra. Sottolinea inoltre l’esperienza particolare delle donne reporter di guerra, comprese le loro aspettative di genere, l’improbabilità di avere relazioni stabili e la scelta se avere o no una famiglia.

Le donne reporter di guerra – come Kim Barker, Kate Webb, Marie Colvin, Lynsey Addario e molte altre – sono state descritte come androgine e senza figli. Marie Colvin, morta in un attentato diretto proprio a metterla a tacere, è stata ritratta in un film che si concentrava sulla sua mancanza di figli e sull’insensibilità dell’industria della comunicazione. Anche Kim Barker sperimentò tutto questo quando si offrì volontaria per andare in Afghanistan: “Non ho né figli né marito, quindi sono sacrificabile”.

Dal 2015, 27 donne giornaliste sono state uccise mentre svolgevano il loro lavoro. Finora nel 2022 ne sono state uccise tre. Nel 2021, 40 giornaliste sono state imprigionate. Oggi, 3 giornaliste sono ancora scomparse. Il fatto di non avereuna famiglia significa che sono sacrificabili?

Uno studio sui giornalisti di guerra ha rilevato che la maggior parte degli uomini in questo settore era sposata, mentre la maggior parte delle donne era single. Questo è tutt’altro che insolito.

Chiunque abbia vissuto l’esperienza del lavoro in una zona di guerra –me compresa– capisce che questo è vero. Gli uomini possono sposarsi e lasciare a casa moglie e figli, mentre le donne devono ancora scegliere: la casa o la guerra?

Ciò che è degno di nota, tuttavia, è la parità di genere riscontrata nella predisposizione al PTSD (stress post traumatico), alla depressione o all’ansia. Le donne giornaliste di guerra non avevanomaggiori probabilità di sviluppare stress psicologico rispetto ai loro colleghi maschi. Lo stesso studio ha anche scoperto che le donne bevono alcolici nella stessa misura, se non di più, dei giornalisti di guerra maschi.

Nella nostra ricerca di una parità di genere in aspetti importanti della vita, questa parità –livelli di consumo di alcol e ansia– non è necessariamente quella che cerchiamo. È un triste stato di cose se questa è l’uguaglianza che otteniamo.

Inoltre, in questo campo, come in ogni aspetto della nostra vita, si tende a concentrarsi sull’aspetto fisico. Le donne reporter di guerra dicono di avere una “divisa” e di essere tenute a comportarsi in determinati modi a causa di ciò che indossano e di ciò che questo può comunicare. Per esempio, le donne afghane sanno riconoscere quando è una occidentale a indossare il burqa. Come è stato detto, “il loro essere femmine conta poco – eppure la loro femminilità conta più di tutto”. Ciò che indossa una reporter donna è importante, e può salvarle la vita.

Tutti i corrispondenti di guerra possiedono un giubbotto antiproiettile con la scritta PRESS, che di solito riporta anche il loro nome e il loro gruppo sanguigno. Ma alle donne reporter di guerra viene anche consigliato di portare con sé una finta fede nuziale e le foto di un bambino nel caso in cui vengano rapite. E di vestirsi in modo conservativo per “mimetizzarsi”.

Ma non possono fondersi del tutto con la gente del posto. Le donne corrispondenti di guerra riconoscono la necessità di amplificare le voci locali, ma devono anche mantenere una distanza di sicurezza dall’esperienza in cui sono immerse. Questo può essere traumatico.

“Ho avuto il privilegio di viaggiare e di potermi anche allontanare dalle difficoltà quando diventavano troppo grandi da sopportare”, scrive Lynsey Addario. “La maggior parte delle persone sulla terra, invece, non aveva un’uscita di sicurezza per andarsene dalla propria vita”.

May Jeong aggiunge che la vita delle persone non è una rappresentazione teatrale o uno spettacolo. È la loro vita. E aggiunge: “Io mi intrometto nella loro vita per uno scopo specifico. E poi me ne vado”.

Ma c’è ancora bisogno di amplificare le voci di chi sta sul campo. E quando le donne fanno informazione, tendono a concentrarsi maggiormente sulle donne, sulle loro voci, sulle loro storie e sulle loro esperienze. Le storie che non vengono raccontate spesso.

Christina Lamb, corrispondente estera e scrittrice britannica, ha incentrato il suo lavoro sugli effetti della guerra sulle donne e sul modo in cui esse ne portano le ferite invisibili. Lo racconta così:

“Non sono mai stata molto interessata a quello che chiamiamo “bang bang”, i combattimenti della guerra. Ma sono completamente affascinata da come si vive in quella situazione, quando intorno a te si scatena l’inferno. Come si fa a tenere insieme i vari aspetti della vita? Come si fa a educare i figli, a nutrirli o a prendersi cura degli anziani? Perché di solito sono le donne a farlo e per me sono loro i veri eroi”.

Le donne reporter di guerra combattono su molti fronti, dovendo ancora lottare contro la percezione del loro ruolo in questo campo. E sono ancora troppo poche. Ma le giornaliste di guerra sono fondamentali, soprattutto perché sanno concentrarsi sulle esperienze delle donne nei conflitti.

Questo ci riporta a Shireen, una pioniera sotto molti aspetti. Non è stato facile essere una donna, una palestinese, una giornalista e lavorare in prima linea. La sua morte è stata tragica, ma detesto l’idea che la sua morte sia trasformata in un momento di insegnamento. In definitiva, è la sua vita che è stata, e continuerà ad essere, un’ispirazione per altre giovani donne –forse anche per le giovani donne palestinesi– ad affrontare questi ruoli impegnativi, nonostante i rischi.

Le voci delle donne in guerra – soprattutto quelle delle donne arabe nelle guerre arabe – sono troppo poche. E ora sono più cruciali che mai.

https://linaabirafeh.medium.com/women-reporting-on-war-the-legacy-of-shireen-abu-akleh-2e539f1f68c

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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