In attesa della visita di Biden, Israele dà il via alla più grande evacuazione di palestinesi degli ultimi decenni

Mag 25, 2022 | Notizie

di Steve Hendrix e Shira Rubin,

The Washington Post, 22 maggio 2022. 

Safa Muhammed Aba al-Najjar, a sinistra, e Yusara al-Najjar siedono su un letto davanti a quella che era la loro casa in Cisgiordania, prima che venisse demolita dall’esercito israeliano l’11 maggio. (Steve Hendrix/The Washington Post)

Villaggio di Al-Markaz, Cisgiordania – La famiglia Najjar sapeva cosa aspettarsi la mattina dell’11 maggio quando un vicino ha gridato: “Sta arrivando il bulldozer”. Per la seconda volta in cinque mesi, l’esercito israeliano era venuto a demolire la loro casa, ma questa volta c’era motivo di temere che la casa sarebbe stata distrutta per sempre.

Dopo decenni di demolizioni, ricostruzioni e una battaglia legale durata più di 20 anni, questo mese la più alta corte israeliana ha dato all’esercito il permesso di evacuare in modo permanente più di 1.000 palestinesi in questa zona e di riutilizzare il terreno per un poligono di tiro dell’esercito.

Meno di una settimana dopo la sentenza della corte, la casa dei Najjar è stata demolita, dando l’avvio a quella che, secondo gli attivisti, sarà probabilmente la più grande espulsione in massa di palestinesi dalla Cisgiordania occupata, dai tempi della guerra del 1967, quando centinaia di migliaia di palestinesi fuggirono o furono cacciati dai territori conquistati da Israele.

La corte è rimasta imperturbabile di fronte ai documenti storici presentati dai difensori dei palestinesi, che hanno mostrato quelle che, secondo loro, erano le prove che la proposta di stabilire un poligono di tiro, decenni fa, aveva lo scopo di impedire ai palestinesi di rivendicare quella terra.

“Abbiamo avuto 30 minuti per mettere in salvo quello che potevamo”, ha detto Yusara al-Najjar, che è nata in una grotta scavata a mano 60 anni fa su questo stesso pendio nel deserto del Negev. Ha guardato il mucchio di blocchi rotti e metallo contorto che era stata la casa della sua famiglia e si è pulita le mani sbattendole una con l’altra. “In pochi minuti la nostra casa era sparita, un’altra volta.”

Le demolizioni hanno suscitato commenti preoccupati da parte di Washington, in vista di una visita del Presidente Biden prevista per giugno in Israele, in un momento di crescente instabilità della coalizione di governo israeliana e dopo la recente approvazione di oltre 4.200 nuove unità abitative negli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano Ned Price, rispondendo a una domanda sulla sentenza dell’Alta Corte, ha esortato israeliani e palestinesi a evitare passi che aumentino le tensioni. “Certamente i trasferimenti forzati fanno parte dei passi da evitare.”

L’Unione Europea ha esortato Israele a fermare le demolizioni. Un gruppo di esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani ha avvertito che il “trasferimento forzato” dei residenti costituirebbe “una grave violazione delle leggi internazionali, umanitarie e dei diritti umani”.

Le Forze di Difesa Israeliane hanno dichiarato in un comunicato che le demolizioni sono state eseguite in conformità con l’esame fatto dall’Alta Corte e durato anni, e con la sua decisione unanime a favore dell’esercito.

Il villaggio di al-Markaz nell’area di Masafer Yatta, o Colline a Sud di Hebron, dove l’11 maggio sono state demolite diverse case. (Steve Hendrix/The Washington Post)

“La Corte Suprema ha accettato pienamente la posizione dello Stato di Israele e ha stabilito che i firmatari della petizione non erano residenti permanenti dell’area”, si legge nel comunicato. “La Corte ha anche fatto notare che i ricorrenti hanno rifiutato ogni compromesso che veniva offerto loro.”

Il braccio di ferro per queste aride colline a sud della città biblica di Hebron è iniziato negli anni ’80, quando le autorità israeliane hanno rivendicato diverse aree della Cisgiordania con l’obiettivo dichiarato di creare zone di addestramento militare.

Questa regione di 800-1400 ettari, conosciuta in arabo come Masafer Yatta e in inglese come Colline a Sud di Hebron, è stata dichiarata Zona di Tiro 918.

“L’importanza vitale di questa zona di tiro per le Forze di Difesa Israeliane deriva dal carattere topografico unico dell’area, che consente metodi di addestramento specifici per strutture piccole e grandi, da una squadra a un battaglione”, ha dichiarato l’esercito nei documenti del tribunale riportati dal Times of Israel.

Ma gli attivisti per i diritti umani, sia palestinesi che israeliani, sostengono che il vero scopo di molte delle zone di tiro è stato quello di espellere i residenti arabi e rafforzare la presa di Israele su altri territori palestinesi. Spesso, simili designazioni di utilizzo hanno dato luogo all’espansione degli insediamenti israeliani, considerati illegali dalla maggior parte della comunità internazionale.

I verbali d’archivio di una riunione del 1981, recentemente ritrovati da studiosi del conflitto israelo-palestinese, sembrano sostenere questa idea. L’allora ministro dell’Agricoltura –poi primo ministro– Ariel Sharon dichiarava che era importante rallentare “l’aumento degli abitanti dei villaggi arabi dalle colline”, come riporta un articolo del quotidiano israeliano Haaretz. “Abbiamo interesse a espandere e ampliare le zone di tiro, per mantenere nelle nostre mani queste aree, che sono così vitali.”

Quel documento era stato inserito come prova legale nel ricorso degli abitanti.

I funzionari israeliani hanno sostenuto che i residenti degli otto-dodici piccoli villaggi nella Zona 918 –la maggior parte dei quali sono pastori che vivono in tende e svernano in grotte scavate nella roccia– non potevano dimostrare di essere legalmente proprietari della terra.

Ne è venuta fuori una situazione tipo ‘cane che si morde la coda’. I residenti e i loro sostenitori hanno ripetutamente richiesto i permessi per costruire case e costruire linee elettriche. Le autorità militari, affermando che nessuno poteva vivere all’interno di un poligono di tiro, negavano le richieste e poi inviavano regolarmente squadre di demolizione armate per abbattere le strutture “illegali”.

Le autorità hanno emesso le prime ordinanze di demolizione nel 1999, ma poi si sono astenute dall’allontanare fisicamente le famiglie mentre erano ancora in corso le battaglie legali. Secondo i residenti, invece, le ripetute demolizioni equivalevano a molestie strategiche volte ad allontanare le famiglie.

 “Non credo che vedremo foto di persone che vengono messe sui camion, perché sarebbero sconvenienti a vedersi”, ha detto Dror Sadot di B’Tselem, un’organizzazione israeliana per i diritti umani che ha lavorato sul caso. “Vedremo solo altre ripetute demolizioni che costringeranno la comunità ad andarsene perché sarà impossibile continuare a vivere in tali condizioni.”

Nel corso degli anni, la Corte ha preso in considerazione alcuni compromessi, tra cui uno che consentiva ai palestinesi sfrattati di tornare nei campi durante le festività ebraiche e in altri periodi in cui era improbabile che si svolgessero addestramenti militari. I residenti hanno sempre rigettato su due piedi simili proposte.

L’Alta Corte ha infine posto fine alla disputa il 5 maggio scorso, deliberando all’unanimità a favore dei militari e stabilendo che le famiglie palestinesi non erano riuscite a dimostrare di avere un diritto legale alla terra o di averci vissuto prima che fosse designata come poligono di tiro.

“C’è una legge che funziona per gli ebrei, ma che non esiste per noi “, ha detto Nidal Younes, capo del consiglio del villaggio di Masafer Yatta, che ha fatto notare che un vicino avamposto gestito da coloni israeliani non è soggetto a sgomberi o demolizioni anche se è illegale.

Nel suo villaggio, Najjar scuote la testa all’idea di essere una nuova arrivata nella terra in cui, dice, negli anni Cinquanta i suoi nonni scavarono un rifugio per pastori nella roccia calcarea e dove lei è nata nel 1961.

Ora lei e la sua famiglia sono stati costretti a tornare in quella grotta che, come molte famiglie, hanno mantenuto nel corso degli anni come cucina e come spazio abitativo aggiuntivo. Con l’aumento del numero di coloni israeliani nella zona, e con essi degli episodi di vandalismo e di attacchi fisici da parte dei coloni, hanno visto in questa grotta un rifugio dalla violenza.

Le semplici case di blocchi e tetti di metallo che avevano costruito sono state tutte demolite.

Yusara al-Najjar prepara il formaggio labneh nella grotta dove la sua famiglia di 10 persone vive da quando la loro casa è stata demolita. I suoi nonni avevano scavato la grotta decenni fa, una soluzione abitativa tradizionale della zona. (Steve Hendrix/The Washington Post)

Mentre lavorava a un lotto di formaggio labneh tradizionale sotto lampade ad energia solare, Najjar ha descritto l’ultima apparizione senza preavviso del bulldozer, scortato da più di una dozzina di soldati con armi automatiche.

“Non ci hanno detto perché erano qui, non ci hanno dato documenti che lo spiegassero”, ha detto. “Ma tanto noi lo sapevamo.”

I soldati hanno ordinato agli uomini della famiglia di tenersi lontani dalla casa, mentre le donne correvano a prendere vestiti e lenzuola e avevano problemi per spostare una lavatrice. Molte delle loro cose erano ancora nella casa quando i soldati hanno ordinato di allontanarsi.

Il bulldozer ha impiegato meno di due ore per radere al suolo due case e due recinti per le pecore nel villaggio di sette famiglie, ha raccontato Najjar. In totale, l’esercito quel giorno ha demolito 20 strutture in tre villaggi, secondo Basel Adra, un attivista palestinese che documenta l’attività dell’IDF nell’area.

L’IDF non ha detto quando intende eseguire altri ordini di demolizione.

https://www.washingtonpost.com/world/2022/05/22/israel-palestinian-masafer-yatta-biden/

 Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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