“Confederazione della Terra Santa”: l’architetto degli accordi di Oslo presenta un nuovo piano di pace

Feb 12, 2022 | Notizie

di Allison Kaplan Sommer,

Haaretz, 9 febbraio 2022. 

Il veterano negoziatore di pace israeliano Yossi Beilin e l’avvocato palestinese Hiba Husseini suggeriscono la creazione di una confederazione, con scambi di persone che coinvolgano coloni e rifugiati, come modo per rilanciare la soluzione dei due stati

Bandiere israeliane e palestinesi su Gerusalemme. Credit: Reuters/Raneen Sawafta/Ohad Zwigenberg/Moti Milrod

Un nuovo piano per risolvere il conflitto israelo-palestinese, che propone la creazione di una confederazione invece di basarsi esclusivamente su una soluzione a due stati e che consentirebbe ai coloni della Cisgiordania di rimanere nelle loro case, è stato presentato ai funzionari dell’amministrazione Biden e all’ONU questa settimana.

La proposta per una “Confederazione della Terra Santa” è un documento di 100 pagine che è stato realizzato negli ultimi due anni da Yossi Beilin, uno degli artefici degli Accordi di Oslo all’inizio degli anni ’90, insieme all’avvocato palestinese e veterano negoziatore di pace Hiba Husseini. Insieme a una piccola squadra di consulenti israeliani e palestinesi, si sono incontrati regolarmente su Zoom durante la pandemia per elaborare il loro piano.

Lo sforzo è stato supportato dalla Fondazione Friedrich Ebert, un’organizzazione tedesca associata al partito socialdemocratico.

Beilin e Husseini hanno parlato martedì con i giornalisti da Washington, prima di presentare il loro piano al vicesegretario di Stato americano Wendy Sherman e a Barbara Leaf, nominata dall’amministrazione USA come assistente segretaria di stato per gli affari del Vicino Oriente.

La coppia ha chiarito di non nutrire illusioni sul fatto che la proposta sarebbe stata accolta da entrambe le parti del conflitto. È stato significativo che abbiano scelto di presentarla a Washington e New York invece che a Gerusalemme e Ramallah, e che sia stata formulata in modo indipendente, senza il coinvolgimento diretto né dell’attuale leadership israeliana né di quella palestinese.

Ma entrambi hanno affermato di sperare che questo possa rompere quella che hanno visto come la diga dell’inazione negli ultimi tre decenni e possa riaprire il discorso su seri negoziati per una risoluzione del conflitto. Hanno aggiunto che erano disposti ad affrontare quella che prevedevano sarebbe stata una dura critica.

“Speriamo che renda più facile per la leadership di entrambe le parti accettare qualcosa che è importante per i due popoli ma è difficile politicamente”, ha detto Beilin.

“Non è un piano progettato per sostituire la soluzione dei due stati; è progettato per fornire una nuova opportunità per la ripresa dei colloqui”, ha affermato Husseini. “Esorto tutti a leggere [la proposta] con molta attenzione, a guardare i dettagli senza esprimere giudizi immediati e a non respingerla immediatamente”.

Yossi Beilin nella sua casa di Gerusalemme la scorsa settimana. Credito: Tsafrir Abayov/AP

Beilin ha affermato che il piano si basa sia sugli accordi di Oslo firmati nel 1993 da Israele e dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, sia sull’Iniziativa di Ginevra, il piano di pace che egli stesso ha contribuito a elaborare nel 2003 insieme a israeliani e palestinesi, e che era progettato come un modello di accordo sullo status definitivo.

Nella Confederazione di Terra Santa, “abbiamo aggiunto un altro livello all’Iniziativa di Ginevra: che tutto dovrebbe essere fatto in un quadro di cooperazione”, ha osservato Beilin.

Il nuovo piano, ha detto, ha abbandonato una visione a due stati basata sulla separazione ermetica –”voi vivete qui e noi viviamo là”– che secondo lui non era fattibile o desiderabile per nessuna delle due parti.

“Stiamo parlando di un’area molto piccola, geograficamente, e la sua partizione è molto artificiale. Quindi, quando parliamo di costruire strade, infrastrutture, utilizzare risorse naturali comuni e così via, potrebbe essere molto più accettabile vivere in una confederazione”, ha affermato.

Crede che sia per gli israeliani che per i palestinesi “potrebbe essere molto più accettabile vivere in una confederazione che in due stati separati, specialmente se c’è un muro che li divide”.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas, lo scorso maggio. Credit: POOL/ REUTERS

Secondo la proposta, ha spiegato, le parti inizieranno a negoziare per un anno, determinando la struttura di una “Confederazione di Terra Santa” mentre elaborano i parametri di uno stato palestinese utilizzando Oslo e Ginevra come punto di partenza: lo stato sarebbe composto da ciò che è attualmente conosciuto come Area A e Area B in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est. Israele riconoscerebbe quindi formalmente uno Stato di Palestina indipendente.

Questo, tuttavia, non sarebbe un punto di arrivo, ma piuttosto il punto di partenza. Nel corso dei successivi due anni, ha affermato Beilin, i negoziati tra i due stati dovrebbero continuare per definire la natura di una confederazione cooperativa in stile europeo tra i due partner.

L’aspetto più controverso del piano –e una svolta radicale per una figura di sinistra come Beilin– è la proposta di consentire ai coloni che vivono all’interno della Cisgiordania di scegliere tra trasferirsi o diventare residenti permanenti nello Stato di Palestina.

In cambio, un numero uguale di cittadini dello Stato palestinese sarebbe autorizzato a risiedere all’interno dello Stato di Israele: una forma di scambio di persone oltre allo scambio di terre.

“Se un colono si trova sul suolo sovrano palestinese e vuole rimanere come residente permanente dello Stato di Palestina, e questo diviene un accordo concordato [nei negoziati], allora potrebbe rimanere”, ha spiegato Husseini. “Allo stesso modo, ci sarebbe uno scambio in base al quale anche ai rifugiati palestinesi sarebbe consentito avere una residenza permanente nello Stato di Israele”.

Soldati israeliani impediscono ai coloni di avvicinarsi ai palestinesi mentre piantano ulivi sulla loro terra vicino al villaggio palestinese di Salfit la scorsa settimana. Credit: JAAFAR ASHTIYEH – AFP

Beilin ha detto di essere venuto all’idea di eliminare dal piano l’evacuazione degli insediamenti dopo aver “visto gli sforzi per fare pace tra i due popoli” e aver visto che “uno dei maggiori ostacoli, forse il più grande, non è necessariamente Gerusalemme o i rifugiati – sebbene entrambi questi problemi siano emotivi e difficili da risolvere: è la questione degli insediamenti».

Ha ricordato di essersi posto la domanda: come possiamo arrivare all’unica soluzione ragionevole –la soluzione dei due stati– quando ci sono così tanti insediamenti ed è così difficile sradicarli? “È l’ostacolo più difficile in questo sforzo di pace tanto necessario”, ha detto.

Beilin sperava che togliere dall’equazione la dolorosa rimozione forzata degli insediamenti avrebbe reso il suo piano più appetibile sia per il pubblico israeliano che per la sua leadership politica.

“Diremmo ai coloni: ‘Se desideri rimanere fuori dai confini permanenti di Israele e desideri vivere altrove, puoi farlo.'” E ha aggiunto con tono ironico: “Se mi chiedi se te lo consiglio, ti svelo un segreto: io non lo farei.”

Ma, ha spiegato Beilin, quello che vuol dire ai coloni è che “non sarà lui a trascinarli per i capelli fuori dalle loro case”.

Potenzialmente, se un tale piano fosse attuato e i negoziati sullo status finale diventassero “seri”, ha detto, “Posso immaginare che la leadership di Israele direbbe ai coloni che è meglio per loro fare gruppo e stare insieme … ma non stiamo dicendo loro cosa fare. Se vuoi restare dove sei, puoi restare”.

Beilin ha affermato di non essersi consultato con il governo del primo ministro Naftali Bennett, né con i leader dei coloni durante la formulazione del piano.

“Il fatto che Naftali Bennett sia il primo primo ministro di Israele… il primo che dice che non incontrerà nemmeno il presidente palestinese e [rifiuta] uno stato palestinese, non è qualcosa che dovrebbe impedirci di suggerire idee”, ha detto.

Allo stesso modo, ha affermato di non essere stato scoraggiato da coloro che sostengono che il presidente palestinese Mahmoud Abbas è troppo vecchio e politicamente debole per avviare qualsiasi tipo di negoziato di pace.

“Secondo me, dovremmo sfruttare l’opportunità che lui è lì –conoscendolo abbastanza bene– per cercare di fare un affare. Non è molto giovane, potrebbe non essere troppo forte. Ma ha qualcosa che molti altri non hanno: ha il potere di [essere uno dei] padri fondatori, e come tale è molto più capace di altri di sedersi e firmare un trattato di pace con Israele.

“Spero che ciò che stiamo suggerendo oggi renda più facile per i dirigenti di entrambe le parti accettare qualcosa che è molto importante per i due popoli, anche se può essere abbastanza difficile per loro politicamente”.

Husseini concorda, sostenendo che Abbas “non è solo un padre fondatore, ma è tra coloro che credono nel processo di pace. Il presidente Abbas ha iniziato una missione di pace e le circostanze non hanno portato a un accordo di pace, ma abbiamo un’opportunità con lui in carica” per affrontare il conflitto. Questa opportunità, ha detto, non dovrebbe essere lasciata sfuggire.

L’Associated Press ha osservato che il ministero degli Esteri israeliano e l’Autorità Palestinese hanno rifiutato di commentare la proposta di confederazione.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium.HIGHLIGHT-holy-land-confederation-oslo-accords-architect-presents-new-peace-plan-1.10601495?utm_source=mailchimp&utm_medium=content&utm_campaign=haaretz-news&utm_content=15ea3dbd92

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

Non sempre AssoPacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.

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