È questo il momento del Sud Africa di Israele?

Feb 10, 2022 | Riflessioni

di Omar Barghouti e Stefanie Fox,

The Nation, 7 febbraio 2022. 

Mentre Amnesty International pubblica un rapporto fondamentale sull’apartheid israeliano, è tempo che gli americani chiedano responsabilità, non complicità, al loro governo.

Un manifestante palestinese tiene i ritratti del defunto leader sudafricano Nelson Mandela di fronte a un soldato israeliano durante una manifestazione settimanale contro il muro dell’apartheid, nel villaggio di Bilin, in Cisgiordania, vicino a Ramallah. (Foto Majdi Mohammed / AP)

La scorsa settimana, Amnesty International ha pubblicato un rapporto meticolosamente studiato in cui descrive in dettaglio la realtà oggettiva del pluridecennale sistema israeliano di apartheid, che tratta i palestinesi come un “gruppo razziale inferiore”. Anche prima del rilascio ufficiale, il governo israeliano stava denigrando e diffamando Amnesty nel disperato tentativo di silurare lo schiacciante rapporto. Il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid ha riassunto la preoccupazione strategica che ossessiona il suo governo: “Chiamare Israele uno stato di apartheid è stata per molto tempo una tendenza in lenta crescita e nel 2022 sarà una vera minaccia”.

Lapid ha ragione che questo è un momento cruciale. Eppure, mentre il rapporto potrebbe cambiare le regole del gioco date le dimensioni e l’influenza di Amnesty, la sua conclusione principale non è una sorpresa. Le Nazioni Unite, così come leader palestinesi e sudafricani e gruppi per i diritti umani, dicono la stessa cosa da anni. L’anno scorso, la principale organizzazione israeliana per i diritti umani, B’Tselem, ha pubblicato un rapporto intitolato “Un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo: questo è apartheid”, seguito a breve distanza dal rapporto di Human Rights Watch che accusa Israele di perpetrare i crimini contro l’umanità dell’apartheid e della persecuzione.

Perché il crescente consenso che chiama un regime di supremazia e dominio razziale con il suo termine legale appropriato scuote così tanto l’establishment israeliano? Perché l’apartheid è un crimine contro l’umanità.

Ciò significa che tutti noi dobbiamo svolgere il nostro ruolo nello smantellare questo sistema oppressivo, sfidando ogni forma di complicità che aiuti a mantenerlo. Fondamentalmente, non solo sappiamo come farlo, ma lo stiamo già facendo.

Noi due scriviamo come un palestinese che vive sotto l’apartheid israeliano sfidandolo, e come un’ebrea americana che ha passato decenni a combatterlo. Siamo entrambi attivi nel movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) a guida palestinese, non violento e inclusivo, che, sin dal suo lancio nel 2005, ha svolto un ruolo di primo piano nell’aumentare la consapevolezza sull’apartheid israeliano e nel sostenere efficacemente sanzioni mirate e legali per smantellarlo, la stessa tattica usata contro l’apartheid in Sud Africa. Questa difesa ha ottenuto un notevole successo dal 2020, all’indomani dei piani di Israele di annettere ufficialmente importanti aree del territorio palestinese occupato.

Nel suo rapporto, Amnesty affronta giustamente la responsabilità degli stati che sostengono il regime di apartheid israeliano “fornendogli armi, attrezzature e altri strumenti per perpetrare crimini ai sensi del diritto internazionale e fornendo copertura diplomatica, anche presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per proteggerlo da ogni responsabilità.” Nessuno stato è complice nel consentire, armare, finanziare e proteggere l’apartheid israeliano come gli Stati Uniti, con il loro finanziamento militare annuale di 3,8 miliardi di dollari e innumerevoli veti alle Nazioni Unite per evitare di attribuire a Israele la responsabilità delle sue gravi violazioni dei diritti dei palestinesi.

Come disse una volta il defunto eroe sudafricano anti-apartheid Desmond Tutu, gli Stati Uniti mettono Israele “su un piedistallo”, al di sopra di ogni censura e di ogni responsabilità. Il movimento BDS sta facendo una campagna per rimuovere Israele da questo piedistallo, in modo che possa essere giudicato e trattato secondo gli stessi principi universali dei diritti umani e del diritto internazionale che si applicano per gli altri. In quanto contribuenti che finanziano il 20 per cento del bilancio militare israeliano e i cui funzionari eletti hanno assicurato l’impunità israeliana per decenni e decenni, gli americani hanno l’opportunità e l’obbligo di rifiutare questa ormai inveterata routine e di chiedere responsabilità piuttosto che complicità.

Sappiamo per certo che una parte crescente di americani vuole fare esattamente questo. Una pluralità di americani, inclusa la maggioranza dei Democratici, sostiene sanzioni o un’azione più forte contro Israele per i suoi insediamenti illegali. Nel frattempo, un numero crescente di ebrei americani condivide questa convinzione. Nel 2021, un sondaggio del Jewish Electoral Institute ha mostrato che un quarto degli ebrei americani pensava che Israele fosse uno stato di apartheid, mentre quasi il 60% era favorevole a limitare gli aiuti a Israele in modo tale che non potessero essere utilizzati per espandere gli insediamenti.

Nell’ultimo anno, abbiamo assistito a una solidarietà globale senza precedenti con i palestinesi che affermano il loro diritto alla libertà, alla giustizia e all’uguaglianza e che lottano contro la politica israeliana di espropriazione violenta nella Gerusalemme Est occupata e nell’Al-Naqab (deserto del Negev), così come il suo assedio e il suo brutale assalto a Gaza. Anche il sostegno al BDS come forma più significativa di questa solidarietà è cresciuto considerevolmente.

Migliaia di operatori culturali, inclusi musicisti, accademici e registi, sostengono il boicottaggio istituzionale accademico e culturale di Israele. L’attivismo economico ha portato alcune grandi aziende ad abbandonare progetti coinvolti nel sistema di oppressione israeliano contro i palestinesi. Le principali chiese statunitensi e grandi fondi sovrani europei stanno disinvestendo dalle società che traggono vantaggio dall’occupazione israeliana.

E tutto questo era già in atto prima del rapporto di Amnesty.

In definitiva, l’ira di Israele nei confronti di Amnesty per aver osato pubblicare il suo studio indica che ora vede la stessa scritta sul muro che i palestinesi hanno visto per anni, insieme a molti milioni di persone in tutto il mondo che sostengono il loro diritto intrinseco alla libertà, alla giustizia e all’uguaglianza: il momento del Sudafrica di Israele si avvicina.

Omar Barghouti è un difensore palestinese dei diritti umani e cofondatore del movimento BDS per i diritti dei palestinesi.

Stefanie Fox è direttrice esecutiva di Jewish Voice for Peace.                              

https://www.thenation.com/article/world/israel-apartheid-amnesty-report/

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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