Desmond Tutu, «Ubuntu» o dell’amicizia fra i viventi

Dic 28, 2021 | Notizie

Desmond Tutu ci ha lasciato, un uomo che ha fatto la storia e che è stato dalla parte giusta: quella dei Popoli oppressie discriminati, per la giustizia e la libertà di tutti e tutte. Per AssopacePalestina è stato una luce ed ha tracciato una strada verso un mondo più giusto. Per me personalmente la sua   morte pesa come mille montagne. Ho avuto il privilegio di incontrarlo diverse volte, dapprima in Sud Africa nella casa di Albertina e Walter Sisulo, poi durante le elezioni in Sudafrica ed ancora con una delegazione del Parlamento Europeo a Cape Town. L’ultima volta è stato in Palestina, con il gruppo degli Anziani , gli Elders, tra i quali Jimmy Carter, e altri nobel per la pace, In Palestina eravamo insieme a Bi’lin  con il coordinamento dei comitati popolari per la resistenza non violenta contro il muro e l’occupazione. Siamo stati sulla tomba di Peel, ucciso da un candelotto lacrimogeno israeliano e Desmond ci lasciò un messaggio, era il 28.8.2009 ,  “Proprio come un uomo semplice di nome Gandhi ha guidato con successo la lotta nonviolenta in India e persone semplici come Rosa Parks e Martin Luther King hanno guidato la lotta per i diritti civili negli Stati Uniti, le persone semplici qui a Bi’lin stanno conducendo una lotta nonviolenta che porterà loro la loro libertà”. Per  la Palestina e l’intera umanità il suo esempio di rigore morale non potrà essere dimenticato.

Il miglior modo per ricordarlo è continuare il nostro impegno per una Palestina libera, democratica e laica. Basta apartheid, occupazione e colonizzazione israeliana.Accludiamo alcuni ricordi scritti da diverse persone. Grazie Desmond, sarai sempre con noi.

Luisa Morgantini, Presidente di AssopacePalestina.

Nobel peace laureate Desmond Tutu (C) visits a house in the town of Beit Hanun in the northern Gaza Strip on May 28, 2008. UN human rights observers led by Tutu met today survivors of a 2006 Israeli bombing that killed 19 Palestinian civilians in Gaza, leading the South African cleric to say the group was “devastated” by what they learned. The UN team travelled to the town of Beit Hanun where residents told of the Israeli shelling on the night of November 8, 2006, that killed the civilians, including five women and eight children, in their homes. AFP PHOTO/MOHAMMED ABED (Photo credit should read MOHAMMED ABED/AFP via Getty Images)

di Laura Marchetti in “Il manifesto” del 28 dicembre 2021

Ho avuto la fortuna di conoscere Desmond Tutu nel 2003, al Controvertice di Johannesburg organizzato dai Dannati della Terra in risposta al Vertice Mondiale che era stato invece organizzato, dai Padroni della Terra negli stessi giorni e in quella città. Ho anche avuto la fortuna di marciare, dietro di lui, il 31 agosto di quell’anno, da Alexandra, il quartiere orribilmente povero di Johannesburg, a Sandron, il quartiere orribilmente ricco, assieme a tutti i movimenti rurali e metropolitani che si opponevano alle privatizzazioni, agli sfratti, alla biopirateria, allo sfruttamento dell’acqua, dei semi, dei geni e a tutti gli «aiuti» che mascheravano un nuovo ecocolonialismo e un più aggressivo capitalismo. 

HO AVUTO SOPRATTUTTO la fortuna di sentirlo parlare – circondato dagli Anziani Saggi e da Grandi Madri vestite di colori e di sole – di tutto il dolore del Sudafrica , dell’apartheid, del genocidio della sua gente, a cui contrapponeva una strana parola, che non esiste nella lingua italiana e che non esiste nemmeno nella nostra mente: Ubuntu, una parola splendida della lingua ngunibantu che significa molte cose. Nella famiglia è la solidarietà e la prossimità di soccorso; nel villaggio è la cooperazione e il senso collettivo di appartenenza; nella nazione è lo spirito comunitario e il riconoscimento politico di essere intessuti in una Rete sociale e naturale nonché la consapevolezza , come dice un motto presente in almeno sei lingue sudafricane, che «motho ke motho ka motho yo mongue», ovvero che «una persona è una persona in quanto relazionata ad altre persone», nobile formulazione di interdipendenza umana che esprime l’essenza stessa di quel messaggio di amicizia su cui si è fondata la “Carta della Libertà” dell’African National Congress e poi la prima Costituzione libera sudafricana. 

NEL LINGUAGGIO di Tutu, Ubuntu però significava soprattutto il principio etico della riconciliazione e del perdono, un principio inderogabile di «umanità verso gli altri» scaturito dal legame religioso di dono reciproco e benevolenza che lega ontologicamente l’intera Umanità. Lo aveva fatto valere nella Commissione per la Verità e la Riconciliazione, istituita nel 1995 dal Parlamento sudafricano e dal Presidente Nelson Mandela, con «lo scopo di ricercare la verità, attraverso l’analisi e la comprensione degli avvenimenti del passato in relazione alle cause e alle circostanze nelle quali gravi violazioni dei diritti umani hanno avuto luogo e in modo da impedire il ripetersi delle sofferenze e delle ingiustizie dell’apartheid», nonché «di promuovere l’unità e la conciliazione morale in nome del benessere di molti cittadini del Sudafrica e della pace». 

LA COMMSSIONE LAVORÒ per tre anni. Nel Rapporto finale, consegnato da Tutu a Mandela dopo pubbliche audizioni in tutto il Paese, raccogliendo confessioni, testimonianze, lamenti dei sopravvissuti e delle vittime , il quadro di violenza dell’apartheid era agghiacciante. Nessuna pietà sembrava possibile di fronte al resoconto delle torture, degli omicidi, degli stupri, delle menomazioni fisiche e psicologiche commesse sulla popolazione nera non solo da privati cittadini, ma da tutto l’apparato istituzionale e civile degli «afrikaners» – dall’ex Presidente Botha, all’ex Ministro della difesa Malan, nonché dal Consiglio di Sicurezza dello Stato, dai Servizi Segreti e dalla Polizia sudafricana. Eppure anche di fronte a tutto questo, Tutu pronunciò questa strana parola: Ubuntu, perdono, riconciliazione e perdono. Agli occhi stupiti del mondo, la Commissione divenne così uno strano tribunale, incomprensibile entro i canoni della giustizia occidentale. Non poteva condannare ma poteva solo assolvere, però dopo aver accertato la verità. I torturatori, gli assassini, gli stupratori dovevano cioè confessare pubblicamente i crimini commessi dal 1961 al 1994, dopo di chè venivano amnistiati.

 UNA COSA APPUNTO incomprensibile – come si vede nei bei film di Boorman, di Roodt , di Suleman – che aveva come fine uscire dal codice della violenza e dalla spirale della vendetta e soprattutto, ridare dignità alle vittime. «Ogni volta – scriveva Tutu nella Relazione finale – ogni volta la gente ha implorato di conoscere cosa è successo al proprio padre, alla madre, alla sorella, al fratello, alla figlia e al figlio. Sapere dove tutti sono seppelliti. E ogni volta la Commissione ha scoperto aggressioni, torture, assassini….ogni volta ha dovuto ferire le vittime…ma si è trattato di un male necessario perché ha obbligato i sudafricani ad affrontare una realtà che avevano scelto di ignorare, facendo finta di non vedere. La Commissione cioè ha imposto la verità, senza censure e senza rimozioni». La verità – la forza della verità, come diceva Gandhi da analoghe posizioni non violente – vale per le vittime più della vendetta. Se i torturatori non si fossero fatti avanti per dirla, i crimini sarebbero caduti nel silenzio mentre la dimenticanza sarebbe caduta sulle vittime, sulle loro storie, sui loro nomi (la Commissione scelse infatti di pubblicare tutti i nomi delle vittime e non solo dei torturatori). 

DESMOND TUTU, premio Nobel per la Pace, scelse cioè di dare alle vittime una riparazione simbolica, la stessa che dovremmo offrire oggi alle vittime dei naufragi, alle loro storie, ai loro nomi. Inoltre rese possibile la costruzione della nuova nazione colpendo al cuore l’ideologia dell’apartheid. L’apartheid aveva impostato il suo sistema di discriminazione sull’ideologia dello «sviluppo separato», ovvero sulla accentuazione e l’irrigidimento delle differenze etniche, razziali, culturali, presupposte come «ontologiche» e addirittura fondate sulla differenza che Dio, nell’atto della creazione, volle dare alle razze. Dire invece che la nuova nazione doveva saper rispettare le differenze all’interno di un più alto concetto di Umanità, all’interno dell’Ubuntu, significava invece fare una rivoluzione e non solo sul piano religioso, ma antropologico e politico. Perdonare significava quindi reintrecciare i vissuti e riconciliarsi un modo per assicurare ai diversi l’amicizia e la pace in nome di una memoria comune, un passato comune, una pietà comune. Perché, come disse ancora Tutu in quel memorabile seminario di lotta e di speranza, «dove una menoria comune è assente, dove gli uomini non sono più partecipi di uno stesso passato, non ci può essere alcuna effettiva comunità, non ci può essere Ubuntu». La richiesta di perdono era quindi una richiesta di vita, una promessa di cambiamento. Non era, conluse Tutu, «un voler girare le spalle alla belva, ma un sacro dire ‘mai più’».

In ricordo di Desmond Tutu. Contro l’Apartheid e dalla parte palestinesi

 Oggi, all’età di 90 anni, è scomparso l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu. Da tutti i media è ricordato come simbolo di resistenza contro l’Apartheid in Sudafrica. Ma si omette un spetto della sua vita di Resistenza. Tutu, al quale nel 1984 fu conferito il Premio Nobel per la Pace, si è schierato con tutti gli oppressi, in particolare, dalla parte del popolo palestinese in lotta contro Israele. Vogliamo ricordarlo con un articolo scritto pr il quotidiano inglese di the Guardian, quasi un anno fa, il 30 dicembre del 2020, intitolato “Joe Biden should end the US pretence over Israel’s ‘secret’ nuclear weapons”, dove denunciava come ogni amministrazione USA fosse benevole con ISraele e le sue armi nucleari che potevano uccidere milioni di persone. Scrisse l’arcivescovo: “ogni recente amministrazione statunitense ha eseguito un rituale perverso quando è entrata in carica. Tutti hanno accettato di minare la legge degli Stati Uniti firmando lettere segrete che stabiliscono che non riconosceranno qualcosa che tutti sanno: che Israele ha un arsenale di armi nucleari.” Aggiunge che “parte della ragione di ciò è impedire alle persone di concentrarsi sulla capacità di Israele di ridurre in polvere dozzine di città. L’arcivescovo ha denunciato, inoltre, il regime dell’apartheid che vivono i palestinese causato da Israele”.

Vi lasciamo alla lettura del suo articolo nella certezza che l’esempio di Desmond Tutu non arà cancellato con la sua morte.

di Desmond Tutu

Questo fallimento nell’affrontare la minaccia rappresentata dall’orribile arsenale di Israele dà al suo primo ministro, Benjamin Netanyahu, un senso di potere e impunità, consentendo a Israele di dettare i termini ad altri.

Ma un altro effetto dell’approccio dello struzzo dell’amministrazione statunitense è che evita di invocare le leggi degli Stati Uniti, che chiedono la fine della generosità dei contribuenti per i proliferatori di armi nucleari.

Israele infatti è un produttore di armi nucleari multiple. Ci sono prove schiaccianti che abbia offerto di vendere armi nucleari al regime dell’apartheid in Sud Africa negli anni ’70 e abbia persino condotto un test nucleare congiunto.

Il governo degli Stati Uniti ha cercato di nascondere questi fatti. Inoltre, non ha mai firmato il trattato di non proliferazione nucleare.

Eppure i governi degli Stati Uniti e di Israele hanno spinto per l’invasione dell’Iraq sulla base di bugie sull’arrivo di nuvole di funghi. Come ha detto l’informatore nucleare israeliano Mordechai Vanunu : le armi nucleari non erano in Iraq, sono in Israele.

Gli emendamenti degli ex senatori Stuart Symington e John Glenn al Foreign Assistance Act vietano l’assistenza economica e militare degli Stati Uniti ai proliferatori nucleari e ai paesi che acquisiscono armi nucleari. Mentre era presidente, Jimmy Carter ha invocato tali disposizioni contro India e Pakistan. Ma nessun presidente lo ha fatto nei confronti di Israele. Al contrario. C’è stato un accordo orale da quando il presidente Richard Nixon ha accettato l ‘”ambiguità nucleare” di Israele – in modo efficace per consentire a Israele il potere che viene fornito con le armi nucleari senza responsabilità. E da quando il presidente Bill Clinton, secondo la rivista New Yorker , ci sono state queste lettere segrete. I presidenti e i politici degli Stati Uniti si sono rifiutati di ammetterlo che Israele ha armi nucleari anche se la legge offre un’esenzione che consentirebbe di continuare a finanziare se il presidente certificasse al Congresso che l’aiuto a un proliferatore sarebbe un interesse vitale degli Stati Uniti.

Il prodotto interno lordo pro capite di Israele è paragonabile a quello della Gran Bretagna. 

Tuttavia, i fondi dei contribuenti statunitensi in Israele superano quelli di qualsiasi altro paese. Adeguato all’inflazione, l’importo pubblicamente noto nel corso degli anni si avvicina ora a $ 300 miliardi . Questa farsa dovrebbe finire. Il governo degli Stati Uniti dovrebbe sostenere le sue leggi e tagliare i finanziamenti a Israele a causa della sua acquisizione e proliferazione di armi nucleari.

La futura amministrazione Biden dovrebbe riconoscere apertamente Israele come uno dei principali sponsor statali della proliferazione nucleare in Medio Oriente e attuare adeguatamente la legge statunitense. 

Altri governi, in particolare quello del Sud Africa, dovrebbero insistere sullo stato di diritto e su un disarmo significativo e sollecitare immediatamente il governo degli Stati Uniti ad agire con la massima forza possibile.

L’apartheid è stato orribile in Sud Africa ed è orribile quando Israele pratica la propria forma di apartheid contro i palestinesi, con posti di blocco e un sistema di politiche oppressive. In effetti, un altro statuto degli Stati Uniti, la legge Leahy, proibisce gli aiuti militari statunitensi ai governi che violano sistematicamente i diritti umani.

È del tutto possibile che uno dei motivi per cui la versione israeliana dell’apartheid sia sopravvissuta a quella del Sudafrica sia che Israele sia riuscito a mantenere il suo sistema oppressivo usando non solo le pistole dei soldati, ma anche tenendo questa pistola nucleare puntata sulla testa di milioni di persone. 

La soluzione per questo non è che i palestinesi e altri arabi cerchino di ottenere tali armi. La soluzione è pace, giustizia e disarmo. Il Sudafrica ha imparato che poteva avere vera pace e giustizia solo se avesse la verità che avrebbe portato alla riconciliazione. Ma nessuno di questi arriverà a meno che la verità non venga affrontata direttamente – e ci sono poche verità più critiche da affrontare di un arsenale di armi nucleari nelle mani di un governo dell’apartheid.

DESMOND TUTU: QUESTA È LA MIA SUPPLICA AL POPOLO DI ISRAELE

  •  27 DICEMBRE 2021

Il giorno di Natale 2021 è morto a 90 anni l’arcivescovo emerito sudafricano Desmond Tutu. Haaretz il giorno dopo ripubblica l’articolo che aveva scritto in esclusiva per Haaretz nel 2014, dove chiedeva un boicottaggio globale di Israele e esortava israeliani e palestinesi a guardare oltre i loro leader per una soluzione sostenibile alla crisi in Terra Santa

A Cape Town nel 2014. Credit AP

Le ultime settimane hanno visto un’azione senza precedenti da parte dei membri della società civile di tutto il mondo contro l’ingiustizia della risposta sproporzionatamente brutale di Israele al lancio di missili dalla Palestina.

Se metti insieme tutte le persone che si sono radunate lo scorso fine settimana per chiedere giustizia in Israele e Palestina – a Città del Capo, Washington, DC, New York, Nuova Delhi, Londra, Dublino e Sydney, e in tutte le altre città – questa è stata probabilmente la più grande protesta attiva dei cittadini intorno a un’unica causa mai avvenuta nella storia del mondo.

Un quarto di secolo fa sono andato ad alcune manifestazioni molto partecipate contro l’apartheid. Non avrei mai immaginato che avremmo visto di nuovo manifestazioni di quelle dimensioni, ma l’affluenza di sabato scorso a Cape Town è stata altrettanto grande se non maggiore. I partecipanti includevano giovani e meno giovani, musulmani, cristiani, ebrei, indù, buddisti, agnostici, atei, neri, bianchi, rossi e verdi… come ci si aspetterebbe da una nazione vibrante, tollerante e multiculturale.

Ho chiesto alla folla di cantare con me: “Siamo contrari all’ingiustizia dell’occupazione illegale della Palestina. Siamo contrari alle uccisioni indiscriminate a Gaza. Siamo contrari all’umiliazione inflitta ai palestinesi ai posti di blocco e ai posti di blocco. Siamo contrari alla violenza perpetrata da tutte le parti. Ma non siamo contrari agli ebrei».

All’inizio della settimana, ho chiesto la sospensione di Israele dall’Unione Internazionale degli Architetti, che si riuniva in Sudafrica.

Ho fatto appello alle sorelle e ai fratelli israeliani presenti alla conferenza affinché dissociassero attivamente se stessi e la loro professione dalla progettazione e costruzione di infrastrutture legate alla perpetuazione dell’ingiustizia, tra cui la barriera di separazione, i terminali di sicurezza e i posti di blocco e gli insediamenti costruiti sulla terra palestinese occupata.

“Vi imploro di portare a casa questo messaggio: vi prego di invertire la tendenza contro la violenza e l’odio unendovi al movimento nonviolento per la giustizia per tutte le persone della regione”, ho detto.

Nelle ultime settimane, più di 1,6 milioni di persone in tutto il mondo hanno aderito a questo movimento aderendo a una campagna di Avaaz che invita le società che traggono profitto dall’occupazione israeliana e/o implicate negli abusi e nella repressione dei palestinesi a ritirarsi. La campagna si rivolge specificamente al fondo pensione olandese ABP; Banca Barclays; fornitore di sistemi di sicurezza G4S; società di trasporti francese Veolia; società di computer Hewlett-Packard; e fornitore di bulldozer Caterpillar.

Il mese scorso, 17 governi dell’UE hanno esortato i propri cittadini a evitare di fare affari o investire negli insediamenti illegali israeliani.

Di recente abbiamo anche assistito al prelievo da parte del fondo pensione olandese PGGM di decine di milioni di euro dalle banche israeliane; il disinvestimento da G4S da parte della Bill and Melinda Gates Foundation; e la US Presbyterian Church ha tolto circa 21 milioni di dollari da HP, Motorola Solutions e Caterpillar.

È un movimento che sta prendendo piede.

La violenza genera violenza e odio, che genera solo altra violenza e odio.

Noi sudafricani conosciamo la violenza e l’odio. Comprendiamo il dolore di essere la puzzola del mondo; quando sembra che nessuno capisca o sia anche disposto ad ascoltare la nostra prospettiva. È da dove veniamo.

Conosciamo anche i benefici che alla fine ci ha portato il dialogo tra i nostri leader; quando alle organizzazioni etichettate come “terroristiche” è stato tolto il bando e i loro leader, incluso Nelson Mandela, sono stati rilasciati dalla prigione, dal bando e dall’esilio.

Sappiamo che quando i nostri leader hanno cominciato a parlarsi, la ragione della violenza che aveva devastato la nostra società si è dissipata ed è scomparsa. Atti di terrorismo perpetrati dopo l’inizio dei colloqui – come gli attacchi a una chiesa e a un pub – sono stati quasi universalmente condannati e il partito ritenuto responsabile snobbato alle urne.

L’euforia che seguì il nostro voto insieme per la prima volta non fu appannaggio solo dei sudafricani neri. Il vero trionfo del nostro insediamento pacifico è stato che tutti si sentivano inclusi. E più tardi, quando abbiamo svelato una costituzione così tollerante, compassionevole e inclusiva da rendere Dio orgoglioso, ci siamo sentiti tutti liberati.

Naturalmente, il fatto di avere un quadro di leader straordinari è stato d’aiuto.

Ma ciò che alla fine ha costretto questi leader a riunirsi attorno al tavolo dei negoziati è stato il cocktail di strumenti persuasivi e non violenti che erano stati sviluppati per isolare il Sudafrica, dal punto di vista economico, accademico, culturale e psicologico.

Ad un certo punto – il punto di svolta – l’allora governo si rese conto che il costo del tentativo di preservare l’apartheid superava i benefici.

Il ritiro del commercio con il Sudafrica da parte delle multinazionali con una coscienza negli anni ’80 è stata in definitiva una delle leve chiave che hanno messo in ginocchio lo stato dell’apartheid, senza spargimento di sangue. Quelle aziende hanno capito che contribuendo all’economia del Sud Africa, stavano contribuendo al mantenimento di uno status quo ingiusto.

Coloro che continuano a fare affari con Israele, che contribuiscono a un senso di “normalità” nella società israeliana, stanno rendendo un disservizio al popolo di Israele e Palestina. Stanno contribuendo alla perpetuazione di uno status quo profondamente ingiusto.

Coloro che contribuiscono all’isolamento temporaneo di Israele affermano che israeliani e palestinesi hanno ugualmente diritto alla dignità e alla pace.

In definitiva, gli eventi a Gaza nel corso dell’ultimo mese metteranno alla prova chi crede nel valore degli esseri umani.

Sta diventando sempre più chiaro che politici e diplomatici non riescono a trovare risposte e che la responsabilità di mediare una soluzione sostenibile alla crisi in Terra Santa spetta alla società civile e allo stesso popolo di Israele e Palestina.

Oltre alla recente devastazione di Gaza, gli esseri umani perbene ovunque – compresi molti in Israele – sono profondamente turbati dalle quotidiane violazioni della dignità umana e della libertà di movimento a cui sono sottoposti i palestinesi ai posti di blocco e ai posti di blocco. E le politiche israeliane di occupazione illegale e la costruzione di insediamenti di zone cuscinetto sui territori occupati aggravano la difficoltà di raggiungere in futuro un accordo che sia accettabile per tutti.

Lo Stato di Israele si comporta come se non ci fosse un domani. La sua gente non vivrà le vite pacifiche e sicure che brama – e a cui ha diritto – finché i suoi leader perpetueranno le condizioni che sostengono il conflitto.

Ho condannato i responsabili in Palestina per aver lanciato missili e razzi contro Israele. Stanno alimentando le fiamme dell’odio. Sono contrario a tutte le manifestazioni di violenza.

Ma dobbiamo essere molto chiari sul fatto che il popolo palestinese ha tutto il diritto di lottare per la propria dignità e libertà. È una lotta che ha il sostegno di molti in tutto il mondo.

Nessun problema creato dall’uomo è intrattabile quando gli umani mettono insieme le loro teste con il sincero desiderio di superarli. Nessuna pace è impossibile quando le persone sono determinate a raggiungerla.

La pace richiede che i popoli di Israele e Palestina riconoscano l’essere umano in se stessi e gli uni negli altri; comprendano la loro interdipendenza.

Missili, bombe e rozze invettive non fanno parte della soluzione. Non esiste una soluzione militare.

È più probabile che la soluzione venga da quella cassetta degli attrezzi nonviolenta che abbiamo sviluppato in Sudafrica negli anni ’80, per persuadere il governo della necessità di modificare le sue politiche.

Il motivo per cui questi strumenti – boicottaggio, sanzioni e disinvestimento – si sono rivelati efficaci alla fine è perché hanno ricevuto una massa critica di sostegno, sia all’interno che all’esterno del paese. Il tipo di sostegno a cui abbiamo assistito in tutto il mondo nelle ultime settimane, nei confronti della Palestina.

Il mio appello al popolo di Israele è di vedere oltre il momento, di vedere oltre la rabbia di sentirsi perennemente sotto assedio, di vedere un mondo in cui Israele e Palestina possano coesistere, un mondo in cui regni la dignità e il rispetto reciproci.

Richiede un cambiamento di mentalità. Un cambiamento di mentalità che riconosce che tentare di perpetuare l’attuale status quo significa condannare le generazioni future alla violenza e all’insicurezza. Un cambiamento di mentalità che smette di considerare le legittime critiche alle politiche di uno stato come un attacco all’ebraismo. Un cambiamento di mentalità che inizia a casa e si diffonde attraverso le comunità, le nazioni e le regioni, fino alla diaspora sparsa nel mondo che condividiamo. L’unico mondo che condividiamo.

Le persone unite nel perseguimento di una giusta causa sono inarrestabili. Dio non interferisce negli affari delle persone, sperando che cresceremo e impareremo risolvendo noi stessi le nostre difficoltà e differenze. Ma Dio non dorme. Le scritture ebraiche ci dicono che Dio è prevenuto dalla parte dei deboli, dei diseredati, della vedova, dell’orfano, dello straniero che ha liberato gli schiavi in ​​esodo verso una Terra Promessa. Fu il profeta Amos a dire che dovremmo lasciare che la giustizia scorra come un fiume.

La bontà alla fine prevale. La ricerca della libertà per il popolo palestinese dall’umiliazione e dalla persecuzione da parte delle politiche di Israele è una giusta causa. È una causa che il popolo di Israele dovrebbe sostenere.

Nelson Mandela ha affermato che i sudafricani non si sarebbero sentiti liberi finché i palestinesi non fossero stati liberi.

Avrebbe potuto aggiungere che la liberazione della Palestina libererà anche Israele.

Traduzione a cura di redazione Cultura e Libertà

Il Nobel Desmond Tutut: giustizia, non violenza, di Umberto De Giovannangeli, su LEFT (16 gennaio2015)

Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace 1984 con Nelson Mandela, condanna i Grandi della Terra. E chi volta la faccia davanti alle ingiustizie: «Chi non agisce sta dalla parte degli oppressori».

Ovunque c’è un popolo che soffre, un popolo oppresso; ovunque si fa scempio dei diritti umani, ovunque i poveri, gli indifesi, vengono depredati da poteri corrotti e senza scrupoli. Ovunque una comunità rivendica libertà e giustizia, lui è dalla loro parte. È una vita dalla parte dei più deboli quella di Desmond Tutu, 84 anni, premio Nobel per la Pace 1984, assieme a Nelson Mandela, per la sua lotta contro il regime dell’apartheid. Primo arcivescovo nero di Città del Capo, tra gli altri riconoscimenti internazionali ha ricevuto il premio Albert Schweitzer per l’Umanitarismo nel 1986; il premio “Pacem in Terris” nel 1987; il premio per la Pace di Sydney nel 1999; il premio per la Pace Gandhi nel 2007; la Medaglia presidenziale per la Libertà (Usa) nel 2009 e il premio Templeton nel 2013.

 Tutu è da sempre sostenitore del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.

E oggi, in un Medio Oriente in fiamme e con il terrorismo qaedista che colpisce nel cuore dell’Europa con l’“11 settembre” francese, acquista ancor più valore, ciò da lui più volte ribadito pubblicamente: «Noi ci opponiamo all’ingiustizia dell’occupazione illegale della Palestina. Noi ci opponiamo alle uccisioni indiscriminate a Gaza. Noi ci opponiamo all’indegno trattamento dei palestinesi ai checkpoint e ai posti di blocco. Noi ci opponiamo alla violenza da chiunque sia perpetrata. Ma non ci opponiamo agli ebrei».

Nel sostenere la campagna internazionale per il boicottaggio economico d’Israele, Tutu ha affermato: «Chi continua nei propri affari economici con Israele, contribuisce a perpetuare uno status quo assolutamente ingiusto. Coloro i quali contribuiscono al temporaneo isolamento di Israele stanno affermando che tanto gli israeliani quanto i palestinesi hanno lo stesso diritto a dignità e pace».

Per le sue prese di posizioni a sostegno dei diritti del popolo palestinese, Lei è ritenuto dai falchi israeliani un nemico dello Stato ebraico.

Trovo profondamente ingiusta questa accusa che provoca in me un sentimento di dolore. Per mia fortuna, posso annoverare tra i miei più cari amici persone di fede ebraica. E così vale per tanti cittadini israeliani. Io non ho mai messo in discussione il diritto di Israele a vivere all’interno di frontiere sicure. Ma questo non giustifica ciò che Israele ha fatto e continua a fare a un altro popolo per garantire la propria esistenza. Le mie visite in Terrasanta sono state per me un viaggio nel passato, un doloroso viaggio nella memoria, nel dolore. Ha riaperto antiche ferite.

 Nell’umiliazione dei palestinesi ai check point ho rivisto ciò che noi neri provavamo in Sudafrica quando un ufficiale ti impediva di passare. Un’umiliazione sistematica, quella praticata da membri delle forze di sicurezza israeliane, che non risparmia neanche le donne e i bambini. Ho visto madri pregare inutilmente per potersi recare in un villaggio vicino per poter assistere gli anziani genitori impossibilitati a muoversi. Quei check point, assieme al Muro, isolano villaggi, spezzano comunità; quei check point sono l’espressione di un dominio che segna la quotidianità di decine di migliaia di palestinesi. Li prostra, li umilia. Essi mi riportano indietro nel tempo, al Sudafrica dell’apartheid. Ai miei amici israeliani ed ebrei non mi stancherò di ripetere che Israele non potrà mai ottenere la sicurezza attraverso le recinzioni, i muri, i fucili. La sicurezza potrà essere realizzata solo quando i diritti umani di tutti saranno riconosciuti e rispettati. È una lezione della storia che viene dal mio Paese, il Sudafrica.

Le autorità israeliane ribatterebbero che loro esercitano il diritto di difesa…

In passato, anche recente, ho condannato chi in Palestina è responsabili dei lanci di missili e razzi su Israele. Costoro non fanno altro che alimentare il fuoco dell’odio e rafforzare gli estremisti che usano strumentalmente la causa palestinese per propagandare odio e seminare terrore. Io sono contro ogni forma di violenza. Ma occorre essere chiari, il popolo di Palestina ha tutto il diritto di lottare per la propria dignità e libertà. Penso alle sofferenze inflitte alla popolazione di Gaza, non solo con le armi ma anche con l’embargo che dura ormai da anni, una punizione collettiva contraria non solo al Diritto umanitario ma anche alla Convenzione di Ginevra. Penso al Muro in Cisgiordania, alle terre espropriate ai palestinesi per costruire insediamenti o ampliare il Muro. Lo Stato d’Israele agisce come se non esistesse un domani. Ma non esiste una sicurezza fondata sulla sofferenza inflitta quotidianamente a un altro popolo. (…)

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