La violenza dei coloni non è “insignificante”, è un’aggiunta alla violenza istituzionale di Israele

Dic 16, 2021 | Riflessioni

di Amira Hass,

Haaretz, 16 dicembre 2021. 

L’affermazione del premier è corretta se conta il numero di persone che prendono parte alle violenze. Tuttavia, nasconde un male più grande: Israele costruisce insediamenti, impedisce lo sviluppo di villaggi palestinesi ed espelle i palestinesi dalla loro terra

Un’auto danneggiata dopo un attacco dei coloni, Khirbat Mufkara, in settembre. Tomer Appelbaum

Mercoledì mattina un ispettore dell’amministrazione civile israeliana ha inviato un ordine di sospensione dei lavori per la recinzione di un parco giochi nel villaggio di Sussia, in Cisgiordania. Emettere l’ordine non è di per sé un atto violento, al contrario, è una misura legittima delle forze dell’ordine, perché il parco giochi è stato costruito senza permesso. Ma questo atto porta al suo interno strati di violenza che il ministro della Pubblica Sicurezza Omar Bar-Lev ha ignorato quando ha parlato solo della violenza dei coloni.

Ha ragione nel vedere nella violenza dei coloni una tendenza inquietante. Dissimula qualcosa, tuttavia, quando non discute il loro obiettivo, che è identico a quello dello stato e del governo di cui è membro: impadronirsi di quanta più terra palestinese possibile e svuotarla del maggior numero possibile di palestinesi.

Circa un mese prima della pubblicazione dell’ordine, un gruppo di ebrei religiosi israeliani è entrato nel parco giochi, che si trova ai margini del villaggio. Un gruppo di soldati armati li proteggeva. Niente di violento in questo, si direbbe. Anzi, proprio l’opposto: chi non sorriderebbe alla vista di giovani adulti che si dondolano su altalene destinate a bambini di otto o nove anni? Tutti noi rimpiangiamo di non essere più bambini.

Coloni nel parco giochi nel villaggio palestinese di Sussia, il mese scorso. Guy Butavia

Ma questi giovani non erano lì per ricordare la loro infanzia. Si sono sparpagliati tra le altalene, la giostra e lo scivolo dei bambini palestinesi per dare l’allarme su quella che vedono come l’impotenza dell’Amministrazione Civile: come tutte le strutture in Sussia, il parco giochi è stato costruito, in mancanza di un’alternativa, senza permesso. Questo perché Sussia si trova nell’Area C, che secondo gli Accordi di Oslo è sotto il controllo esclusivo israeliano, e sebbene i residenti palestinesi di Sussia vivano su terreni privati ​​(dopo che le forze di difesa israeliane a metà degli anni ’80 li hanno espulsi dal loro villaggio originale), l’Amministrazione Civile non rilascia loro i permessi di costruzione.

Gli invasori israeliani del parco giochi palestinese non avrebbero potuto farlo senza la protezione fisica dei soldati armati e senza la protezione dell’intero sistema giudiziario e di polizia israeliano in Cisgiordania. Sono andati lì per fare pressione sull’Amministrazione Civile affinché distrugga le altalene, la giostra e lo scivolo. La semplice minaccia di demolizione è una violenza, poiché costituisce uso della forza per danneggiare, in questo caso, i bambini palestinesi. I bambini ebrei dell’adiacente insediamento di Susya hanno il loro parco giochi. Ogni discriminazione è una forma di violenza perpetrata dai potenti, anche se nessuno viene ucciso o ferito.

Non era solo il parco giochi a disturbare gli invasori del mese scorso. L’associazione no-profit Regavim e l’insediamento di Susya, che è stato fondato ed è ora fiorente grazie al controllo militare israeliano in Cisgiordania, chiedono da anni che l’Amministrazione Civile rada al suolo tutte le case del villaggio palestinese. I residenti di Susya hanno già preso il controllo di alcune terre di Sussia. Non avevano bisogno di usare la violenza diretta per farlo; bastava approfittare del loro potere militare ed economico.

L’Amministrazione Civile, da parte sua, ha respinto i piani edilizi proposti dagli abitanti del villaggio palestinese, e ha raccomandato loro di trasferirsi, “per il loro bene”, in un’area adiacente alla città di Yatta, cioè adiacente all’Area A che secondo gli Accordi di Oslo è sotto il pieno controllo palestinese. All’ordinanza di sospensione dei lavori per il parco giochi – un cavillo procedurale, necessario perché non emesso durante la costruzione del sito – seguirà un’ordinanza di demolizione.

L’ordine di mercoledì simboleggia tutto ciò che Bar-Lev, un sostenitore del partito laburista, ha eluso concentrando le sue critiche sulla violenza degli individui: sotto la copertura della sua violenza istituzionale, Israele, come regime militare, costruisce insediamenti nei territori occupati, impedisce lo sviluppo e persino l’esistenza di villaggi palestinesi ed espelle i palestinesi dalla loro terra verso paesi e città palestinesi già sovrappopolati. In questo senso, la violenza dei coloni è solo un’aggiunta.

Tuttavia, la violenza dei coloni è un’aggiunta importante e difficile da sostenere per i palestinesi. Anche il primo ministro Naftali Bennett è allo stesso tempo corretto e ipocrita quando tratta la violenza dei coloni come un fenomeno insignificante. Ha ragione se parla degli attacchi che per un motivo o per l’altro hanno attirato l’attenzione dei media israeliani: sono trascurabili rispetto al numero di attacchi che non vengono segnalati e non compaiono nei media.

Ed è in malafede, perché indubbiamente sa quanto profitto producano e hanno prodotto gli attacchi segnalati e non segnalati per l’intera impresa di insediamento e per il suo obiettivo di svuotare sempre più territorio dagli abitanti palestinesi. Ad esempio, come B’Tselem ha documentato e calcolato, negli ultimi cinque anni la persistente violenza di un piccolo numero di coloni in quattro piccoli avamposti in Cisgiordania ha permesso loro di prendere il controllo di territorio palestinese pari all’area della città israeliana di Hebron, circa 19 kilometri quadrati ovvero 1.900 ettari. E questo è solo un piccolo esempio. Alcune dozzine di piccoli avamposti illegali, non autorizzati e violenti sono riusciti a prendere il controllo di terra palestinese pari a circa 10 volte la loro estensione, il doppio dell’area edificata di tutti gli insediamenti messi insieme.

Il primo ministro ha ragione se conta il numero delle persone che hanno preso e continuano a prendere parte alle violenze. Non c’è bisogno di un intero Kiryat Arba [un insediamento alla periferia di Hebron]; 12 giovani di questo insediamento possono svegliare un intero quartiere di Hebron, spaventare dozzine di bambini e distruggere 10 auto. Un solo pastore ebreo, su un trattore o su un cavallo, armato di pistola e drone, può distruggere i mezzi di sussistenza di almeno 12 famiglie di pastori palestinesi che non possono più portare le loro greggi al pascolo e coltivare il grano e le verdure per il loro sostentamento.

Tutto ciò che serve è un simile pastore ebreo in ogni zona, aiutato a volte da giovani che hanno abbandonato le scuole superiori. Ad esempio: nella riserva naturale di Umm Zuqa, nella Valle del Giordano settentrionale; nelle terre di Uja, a nord di Gerico; nelle terre di Kobar e Umm Safa, a ovest di Ramallah; nelle terre di al-Tawani. Allo stesso modo, solo una manciata di coloni ha già e continua a prendere il controllo di dozzine di sorgenti che sono state utilizzate per secoli dai contadini palestinesi.

Ma il primo ministro è ipocrita quando si occupa solo degli attacchi più recenti, e fa dimenticare al suo pubblico che questo fenomeno “marginale” va avanti da decenni. Per ovvie ragioni politiche, Bennett non calcola l’enorme numero di persone che chiudono gli occhi davanti alla violenza di pochi: nella polizia israeliana, nell’IDF, nella pubblica accusa e negli stessi insediamenti. In tal modo, hanno incoraggiato e incoraggiano i pochi a continuare e a coinvolgere altri violenti. Non molti, ma abbastanza spavaldi da distruggere il lavoro e la vita di altre dozzine di famiglie palestinesi.

Bennett dimentica anche, nel suo commento al ministro Bar-Lev, il grande esercito di collaboratori che questi pochi coloni assalitori hanno: sono i soldati che difendono gli aggressori o semplicemente stanno in disparte quando quelli assalgono i palestinesi; le forze dell’ordine, che non indagano o non si preoccupano di trovare i sospetti o che chiudono le indagini nel disinteresse del pubblico; l’accusa, che non sporge denuncia; e i consigli di insediamento e gli uffici governativi che finanziano il piccolo numero di individui potenzialmente violenti.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-bar-lev-bennett-s-condemnation-of-settler-violence-deliberately-hides-greer-evil-1.10470819

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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1 commento

  1. Sebastiano Comis

    La Hass dice quello che avevo scritto nel mio commento di due giorni fa a proposito delle dichiarazioni di Bennet sulla violenza dei coloni, che è – dicevo – solo una particella insignificante della violenza dello stato israeliano. E questo a prescindere dal fatto che solo una piccola parte delle aggressioni dei coloni viene denunciata.

    Rispondi

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