Per ‘vendicarsi’, i coloni israeliani hanno scatenato il caos nel mio villaggio

Apr 11, 2022 | Notizie

I coloni hanno attaccato Tuba il giorno dopo la sparatoria di Bnei Brak, e i soldati non hanno fatto nulla per fermarli. Questo è il costante stato di terrore in cui viviamo.

di Ali Awad 

4 aprile 2022

Guardare i parabrezza delle auto distrutte nel mio villaggio mi terrorizza. Grosse pietre che i coloni israeliani hanno lanciato attraverso i vetri giacciono sui sedili. Le scene mi ricordano il pogrom che i coloni avevano compiuto lo scorso settembre a Mufagara, a pochi chilometri da casa mia a Tuba, nella Cisgiordania occupata.

La giornata era iniziata abbastanza normalmente. Mercoledì mattina, i pastori del mio villaggio sono usciti a pascolare le loro greggi, e io sono andato con mio nonno di Tuba a piantare degli ulivi sulla nostra terra a Umm al-Khair, in una zona vicina delle colline di Hebron Sud.

Più tardi, ho ricevuto una chiamata dal mio vicino Radwan Abu Jendia. “I coloni stanno facendo pascolare le loro pecore nei nostri campi”, ha detto. “Dovremmo filmare quello che sta succedendo e chiamare le autorità per farli smettere di danneggiare la nostra terra”. Ho riattaccato e ho chiamato gli attivisti della zona per andare a fare delle foto. Ho continuato ad innaffiare gli alberi, pensando che se almeno avessimo avuto delle foto, la polizia e l’esercito israeliano avrebbero visto una prova chiara e si sarebbero presi la responsabilità di fermare i coloni.

Tuttavia, appena un’ora dopo, Radwan mi ha chiamato di nuovo. “I coloni stanno distruggendo Tuba”, ha urlato, spiegando che stavano distruggendo le proprietà della gente. Sono subito tornato di corsa al mio villaggio e ho chiamato altri per venire subito ad aiutarci per fermare l’attacco.

Quando sono arrivato a casa del mio vicino, Omar Abu Jendia, la prima cosa che ho visto sono stati i vetri rotti della sua auto, che era parcheggiata proprio vicino a casa sua. I soldati israeliani stavano bloccando la famiglia di Omar e la mia davanti alla sua casa. Uno dei coloni era ancora all’interno del villaggio, proprio accanto alle auto distrutte, in piedi accanto ai soldati e filmava con la sua telecamera. Tutti gridavano ai soldati: “Ma i coloni stanno ancora pascolando sulla nostra terra!

Ho deciso di camminare verso i pascoli per cercare di attirare l’attenzione dei soldati, sperando che alla fine avrebbero fatto portare via le pecore ai coloni. Erano solo cento metri da casa mia, e ad ogni passo i soldati continuavano a gridarmi in ebraico di fermarmi. Ho risposto con calma: “Sono nel mio villaggio e mi è permesso camminare qui”. Prima di raggiungere i coloni, un soldato si è avvicinato e mi ha detto: “Non voglio discutere con te. Se superi questa linea, ti arresto”. Mi sono fermato perché non volevo litigare; volevo solo preservare il cibo delle nostre greggi e assicurarmi che i coloni se ne andassero.

I soldati si sono avvicinati ai coloni, ma invece di farli andare via, hanno ascoltato le richieste degli invasori. Sono tornati e si sono diretti verso il mio vicino Riad Awad, che era appena arrivato sulla scena. Era in piedi proprio accanto a me quando il comandante israeliano, con le manette di plastica, ha detto immediatamente a Riad: “Sei in arresto per aver lanciato pietre”.

Il comandante e altri soldati lo hanno poi spinto violentemente a terra. Riad e sua sorella continuavano a cercare di capire cosa stava succedendo, spiegando ripetutamente: “Non abbiamo fatto niente; sono i coloni che hanno tirato pietre al nostro villaggio!” I soldati non ascoltavano e spingevano Riad ancora più a terra. Ho filmato un video in cui un soldato gli spingeva indietro le gambe e un altro gli piegava la schiena e si sedeva su di lui, mentre gli altri lo ammanettavano e lo costringevano a salire sul veicolo militare.

I coloni hanno continuato a pascolare nel nostro campo, mentre i soldati ci hanno fatto tornare a piedi verso le nostre case. Alla fine, dopo quasi due ore di molestie, è arrivato un furgone della polizia israeliana. Pensavamo che fosse la nostra ultima possibilità di spiegare l’attacco. Tuttavia, gli ufficiali di polizia sono andati immediatamente dal comandante dell’esercito che aveva arrestato Riad, sentendo le sue affermazioni eravamo noi in realtà i sospettati.

Gli ufficiali sono poi venuti da me e, parlando in ebraico, mi hanno chiesto: “Cosa sta succedendo, e cosa ci fai qui?”. Ho spiegato quello che era successo, aggiungendo: “L’esercito era lì mentre i coloni lanciavano pietre, e ora invece stanno arrestando il mio amico”. Entrambi hanno risposto: “Non sono affari tuoi, e se resti qui ancora un po’, sarai arrestato anche tu”.

Omar, mio nonno ed io abbiamo deciso di andare alla stazione di polizia israeliana nell’insediamento di Kiryat Arba, vicino a Hebron, per presentare una denuncia contro i coloni. Mentre andavamo alla stazione, l’esercito ha istituito un checkpoint volante all’uscita del nostro villaggio. Ci è stato impedito di passare per più di un’ora, e quando abbiamo chiesto al comandante dell’esercito il motivo, ha detto semplicemente che aveva ricevuto un ordine in tal senso.

Alla fine siamo arrivati alla stazione di polizia, e quando Omar e mio nonno sono entrati, hanno scoperto che Riad veniva interrogato come sospettato; uno dei coloni che ci aveva attaccato stava presentando una denuncia contro di lui. Ore dopo, l’interrogatore ha deciso di rilasciare Riad con una multa e lo ha bandito per 10 giorni dal luogo in cui i coloni avevano commesso l’attacco – che è casa sua. Dove sarebbe dovuto andare dopo essere stato rilasciato?

Costante stato di terrore

L’attacco di mercoledì a Tuba è avvenuto il giorno dopo una sparatoria nella città israeliana di Bnei Brak, a chilometri di distanza dal mio villaggio, dall’altra parte della cosiddetta Linea Verde. Sospettiamo che i coloni abbiano deciso di invadere il nostro villaggio quella mattina come “vendetta” per la sparatoria. Ma mentre il mondo mandava messaggi di solidarietà agli israeliani uccisi e feriti dagli attacchi, non si diceva nulla della violenza e del caos che si abbatteva sui palestinesi quella stessa settimana – e di fatto, ogni settimana – anche nel mio villaggio.

I coloni che ci hanno attaccato provengono da Havat Ma’on, un avamposto illegale costruito alla fine degli anni ’90 su terra privata palestinese, e che fa parte di una catena di insediamenti che separa il mio villaggio di Tuba dal resto della Cisgiordania occupata.

I coloni di questo avamposto sono abitualmente violenti nei nostri confronti. Da 18 anni, i bambini di Tuba devono andare a scuola a piedi con una pattuglia militare israeliana che li protegge. Havat Ma’on controlla anche gran parte della terra intorno a Tuba, e i proprietari palestinesi non possono coltivare i loro campi per paura della violenza dei coloni. I coloni entrano anche nei villaggi palestinesi per pascolare o distruggere i nostri raccolti con le loro greggi. Tutti questi attacchi, naturalmente, avvengono con la protezione e il sostegno dell’esercito e della polizia israeliana.

La mia comunità e altre nelle colline dell’Hebron meridionale si sono tristemente abituate a questa violenza dei coloni, sapendo che tali attacchi potrebbero avvenire in qualsiasi momento. Ma per me, quello che è successo mercoledì fa riecheggiare in modo impressionante lo spaventoso pogrom avvenuto nel vicino villaggio di Mufagara diversi mesi fa.

A Mufagara, tutte le distruzioni avvenute hanno avuto luogo in presenza dell’esercito, che è stato fermo a guardare mentre i coloni distruggevano case e decine di auto, accoltellavano animali e ferivano persone con pietre; un bambino di quattro anni ha avuto il cranio rotto mentre dormiva nel suo letto, colpito da una pietra lanciata dai coloni. Invece di fermare la violenza, i soldati hanno partecipato attivamente al pogrom, sparando gas lacrimogeni contro i residenti palestinesi e arrestando sei vittime dopo che erano state attaccate dai coloni. Gli aggressori hanno lasciato Mufagara senza un solo arresto.

Cosa spinge i soldati a trattarci così ingiustamente? Perché sono io ad essere aggredito e arrestato, mentre il mio aggressore se la cava? Non ho risposte a queste domande. Per anni, i soldati non hanno impedito ai coloni israeliani di infliggere il terrore, ma ora è diventato ancora peggio: l’esercito stesso è felice di far parte di questa violenza regolare.

Questo non mi sorprende. Viviamo in un costante stato di terrore e subiamo ogni giorno la violenza di questo stesso terrore. L’esercito sostiene di essere qui per la sicurezza di tutti, ma i suoi sforzi per sfollare i palestinesi, rubare le nostre risorse e confiscare la nostra terra in tandem con i coloni mostra realmente ciò per cui che è qui l’esercito israeliano. La loro missione è portata avanti non solo attraverso la loro discriminazione razziale sul terreno, ma anche attraverso il sistema giudiziario, dove l’esercito israeliano sta combattendo per espellerci dalle nostre case a Masafer Yatta con la scusa di una zona di addestramento e di tiro militare.

Non potrebbe essere più chiaro: la violenza dei coloni è violenza di stato. E se questa non è pulizia etnica – se questo non è terrore – allora cos’è?

Ali Awad è un attivista per i diritti umani e uno scrittore di Tuba, nelle colline di Hebron sud. Ha una laurea in letteratura inglese e attualmente sta prendendo un master in inglese alla Al-Quds University.

traduzione a cura di AssoPace Palestina

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