Guerre per l’acqua in Cisgiordania

Ago 15, 2021 | Riflessioni

di Ramzy Baroud,

Mondoweiss, 11 agosto 2021. 

Le proteste in corso nel villaggio di Beita, in Cisgiordania, riguardano i diritti alla terra, all’acqua e ai diritti umani fondamentali.

Manifestanti palestinesi si scontrano con le forze di sicurezza israeliane durante il tentativo di evacuare il st-in dei manifestanti sul monte Alarmah, nel villaggio cisgiordano di Beita vicino a Nablus, 28 febbraio 2020. (foto: SHADI JARAR’AH/APA IMAGES)

C’è una guerra israeliana in corso, ma nascosta, contro i Palestinesi, anche se raramente viene evidenziata o addirittura conosciuta. È una guerra per l’acqua, in corso da decenni. 

Il 26 e il 27 luglio si sono verificati due eventi separati ma intrinsecamente collegati nell’area di Ein al-Hilweh, nella valle del Giordano occupata, vicino alla città di Beita, a sud di Nablus. 

Nel primo incidente, i coloni ebrei dell’insediamento illegale di Maskiyot hanno iniziato a costruire nella sorgente di Ein al-Hilweh, che è stata una fonte di acqua dolce per i villaggi e per centinaia di famiglie palestinesi in quella zona. Il sequestro della sorgente va avanti da mesi, il tutto sotto l’occhio vigile dell’esercito di occupazione israeliano. 

Ora, la sorgente di Ein al-Hilweh, come la maggior parte della terra e delle risorse idriche della Valle del Giordano, è stata sequestrata da Israele.

Meno di 24 ore dopo, Shadi Omar Salim, un impiegato municipale palestinese, è stato ucciso dai soldati israeliani nella città di Beita. L’esercito israeliano ha rapidamente rilasciato una dichiarazione che, com’era prevedibile, ha incolpato il palestinese per la sua stessa morte.  

La vittima palestinese si è avvicinata ai soldati, mentre “teneva in mano un oggetto identificato come una sbarra di ferro ” prima di essere ucciso, secondo l’esercito israeliano.  

Se l’affermazione della “sbarra di ferro” fosse vera, potrebbe essere correlata al fatto che Salim era un tecnico dell’acqua. In effetti, l’operaio palestinese stava tornando a casa dal lavoro.

Beita, che ha assistito a molte violenze nelle ultime settimane, sta affrontando una minaccia esistenziale. Un insediamento ebraico illegale, chiamato Givat Eviatar, è in costruzione in cima alla montagna palestinese di Sabih, in arabo Jabal Sabih. Come al solito, ogni volta che viene costruito un insediamento ebraico, la vita e il sostentamento dei Palestinesi sono minacciati. Da qui le proteste palestinesi in corso nella zona.  

La lotta di Beita è un esempio della più ampia lotta palestinese: civili disarmati che combattono contro uno stato di insediamento coloniale che in sostanza desidera sostituire un villaggio o una città palestinese con un insediamento ebraico. 

C’è un altro aspetto di quella che può sembrare una storia tipica, in cui l’esercito israeliano e i coloni ebrei lavorano insieme per pulire etnicamente i palestinesi: la Mekorot. Quest’ultima è una compagnia idrica israeliana di proprietà statale che ruba letteralmente l’acqua palestinese e la rivende ai Palestinesi a un prezzo esorbitante. 

Non sorprende che Mekorot operi anche vicino a Beita. L’operaio palestinese, Salim, è stato ucciso perché il suo lavoro di fornire acqua alla gente di Beita era una minaccia diretta ai progetti coloniali israeliani in questa regione. 

Mettiamo questo in un contesto più ampio. Israele non si limita a occupare la terra palestinese, ma usurpa anche sistematicamente tutte le sue risorse, compresa l’acqua, in flagrante violazione del diritto internazionale che garantisce i diritti fondamentali di una nazione occupata. 

La Cisgiordania occupata ottiene la maggior parte della sua acqua dalla falda acquifera montana, che è divisa in tre falde acquifere più piccole: la falda acquifera occidentale, la falda acquifera orientale e la falda acquifera nord-orientale. In teoria, i Palestinesi hanno acqua in abbondanza, almeno sufficiente per soddisfare il fabbisogno idrico minimo di 102-120 litri al giorno, come raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). In pratica, tuttavia, non è così. Purtroppo, Israele si appropria direttamente della maggior parte dell’acqua di queste falde acquifere. Alcuni lo chiamano “cattura dell’acqua”; I Palestinesi lo chiamano, più precisamente, “furto”. 

Mentre in Israele il consumo giornaliero pro capite di acqua è stimato a 300 litri, i coloni ebrei illegali in Cisgiordania consumano oltre 800 litri al giorno. Quest’ultimo numero diventa ancora più oltraggioso se paragonato alla esigua quantità di cui gode un Palestinese, quella di 70 litri al giorno.  

Questo problema è accentuato nella cosiddetta ‘Area C’ in Cisgiordania, per un motivo. L'”Area C” è costituita da quasi il 60 percento della dimensione totale della Cisgiordania e, a differenza delle “Aree A” e “B”, è la meno popolata. È una terra per lo più fertile e comprende la Valle del Giordano, conosciuta come il ‘granaio della Palestina’.   

Nonostante il governo israeliano avesse, nel 2019, deciso di posticipare la sua annessione formale di quell’area, un’annessione di fatto è in vigore da anni. L’appropriazione illegale della sorgente di Ein al-Hilweh da parte di coloni ebrei illegali fa parte di uno stratagemma più ampio che mira ad appropriarsi della Valle del Giordano, un ettaro, una sorgente e una montagna alla volta.  

Degli oltre 150.000 Palestinesi che vivono nell”Area C’, quasi il 40% – oltre 200 comunità – soffre di “grave carenza di acqua pulita”. A tale carenza si può potrebbe rimedio se ai Palestinesi venisse permesso di perforare nuovi pozzi, espandere quelli attuali o utilizzare le moderne tecnologie per trovare altre fonti di acqua dolce. Non solo l’esercito israeliano vieta loro di farlo, ma anche l’acqua piovana è vietata ai Palestinesi.  

“Israele controlla persino la raccolta dell’acqua piovana in gran parte della Cisgiordania e le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana di proprietà delle comunità palestinesi vengono spesso distrutte dall’esercito israeliano”, conclude un rapporto di Amnesty International, pubblicato nel 2017. 

Da allora, la situazione è peggiorata ulteriormente, soprattutto perché l’idea di annettere ufficialmente un terzo della Cisgiordania ha ottenuto un ampio sostegno nella Knesset e nella società israeliana. Ora, ogni mossa fatta dall’esercito israeliano e dai coloni ebrei in Cisgiordania è diretta a quel fine, controllando la terra e le sue risorse, negando ai palestinesi l’accesso ai loro mezzi di sopravvivenza e, in definitiva, facendo in sostanza una vera pulizia etnica.

 Le proteste di Beita continuano, nonostante il pesante prezzo pagato. Lo scorso giugno, un ragazzo di 15 anni, Ahmad Bani-Shamsa, è stato ucciso quando un proiettile dell’esercito israeliano lo ha colpito alla testa. All’epoca, Defense for Children International-Palestine ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che Bani-Shamsa non rappresentava alcuna minaccia per l’esercito israeliano.  

In realtà è Beita ad essere costantemente minacciata da Israele, così come la Valle del Giordano, l'”Area C”, la Cisgiordania e l’intera Palestina. La protesta a Beita è una protesta per i diritti alla terra, all’acqua e ai diritti umani fondamentali. Bani-Shamsa e, più tardi, Salim, furono uccisi a sangue freddo semplicemente perché le loro proteste erano irritanti per il grande disegno dell’Israele coloniale. 

L’ironia di tutto ciò è che Israele sembra amare tutto della Palestina: la terra, le risorse, il cibo e persino l’affascinante storia, ma non i Palestinesi indigeni. 

Ramzy Baroud è giornalista, autore ed editore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestine Story (Pluto Press, Londra, 2018). Ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi sulla Palestina presso l’Università di Exeter ed è borsista non residente presso l’Orfalea Center for Global and International Studies, UCSB.

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Traduzione di Donato Cioli – AssoPacePalestina

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