Per la legge israeliana ‘ebraicità equivale a proprietà’

Lug 23, 2021 | Riflessioni

di Rabea Eghbariah,

Mondoweiss, 9 luglio 2021.   

Nell’ambito del progetto coloniale israeliano, quadri giuridici distinti sono estesi a uno spazio giuridico frammentato, ma condividono una chiara logica comune. Questa logica unificante è che all’ebraicità corrisponde il diritto di proprietà e ciò è al centro di questo sistema di dominio del colonialismo di insediamento.

La polizia di Gerusalemme protegge i coloni che hanno occupato un’ abitazione palestinese a Sheikh Jarrah. Foto di JAMAL AWAD/APA IMAGES)

Nel dibattito pubblico su Sheikh Jarrah è la legge ad essere diventata il punto focale della controversia. Contro la tesi palestinese della pulizia etnica, la propaganda israelianacontinua a tentare di descrivere l’imminente espulsione dei palestinesi di Sheikh Jarrah come una “disputa immobiliare”, sottolineando che il ricorso è ancora in sospeso presso la Corte Suprema israeliana. Ma le rivendicazioni di terreni e abitazioni, cioè le “dispute immobiliari”, sono il fulcro sia del progetto israeliano di colonizzazione che della resistenza palestinese. I tribunali israeliani, Corte Suprema inclusa, non sono arbitri neutrali, ma al contrario sono protagonisti in un progetto nazionale-coloniale che dispensa valore, sofferenza e risorse in base a criteri etnico-nazionali.

Il ruolo del diritto nel progetto di colonizzazione si capisce esaminando il modo in cui quadri legali distinti, estesi a uno spazio legale frammentato, condividano tuttavia una logica comune. Questa logica condivisa diventa evidente quando si analizzano i ricorsi circa le terre e le sentenze dei tribunali israeliani: le agenzie statali israeliane e i gruppi di coloni ebrei sono trattati a priori come proprietari legittimi, mentre, nel migliore dei casi, i palestinesi non ebrei sono considerati degli inquilini che non hanno diritto alla proprietà, ma occupano la terra solo per concessione delle autorità israeliane. Stando a questa logica, le terre di proprietà statale sono convertite in terre ebraiche, come sancito ulteriormente nel 2018 dall’emendamento costituzionale della legge sullo Stato-Nazione ebraico che afferma che “lo sviluppo della colonizzazione ebraica è un valore nazionale”, ed esige che lo Stato debba agire attivamente in suo favore. Parafrasando la famosa frase di Cheryl Harris [autrice di ‘Whiteness as property’ – Bianchezza come proprietà, 2005, in K. Thomas e G. Zanetti (a c. di); ed. it. Legge, razza e diritti. La Critical Race Theory negli Stati Uniti, Diabasis, Reggio Emilia] io definisco questo modo di pensare “l’ebraicità come proprietà” secondo la legge israeliana. 

L’elaborazione di ebraicità come proprietà secondo il diritto israeliano è centrale per una struttura che può essere definita coloniale: la terra è un prerequisito e una risorsa materiale su cui si regge una società di coloni che prospera a spese degli abitanti autoctoni. Entro questa struttura, il diritto agisce come una tecnologia d’avanguardia: è la legge che consente, facilita e impone l’esproprio continuo ai danni dei palestinesi e la ridistribuzione delle loro risorse a favore degli ebrei israeliani. La combinazione di una distribuzione di terre e proprietà fortemente politicizzata e razzializzata, in presenza di un sistema giuridico che perpetua e facilita questa distribuzione, produce quello che da tempo molti palestinesi chiamano pulizia etnica. Dispute circa le proprietà e la guerra giuridica contro i palestinesi non sono il contrario della pulizia etnica: sono proprio uno dei suoi metodi.

Una cronologia degli sfratti secondo la legge: Umm al-Hiran, Khan al-Ahmar e Sheikh Jarrah

Possiamo rintracciare la logica dell’ebraicità come proprietà per la legge israeliana ripercorrendo tre cause su “dispute immobiliari” che sono microcosmi di tre contesti legali diversi: Umm al-Hiran, Khan al-Ahmar e Sheikh Jarrah (cittadine situate rispettivamente in Israele, Cisgiordania e Gerusalemme Est). A sopraintendere a tutte queste diverse realtà c’è la Corte Suprema israeliana, che è l’unica istituzione che delibera sui ricorsi dei palestinesi provenienti da frammenti territoriali e concettuali diversi. Ognuna di queste cause è soggetta a leggi diverse e gli abitanti sono soggetti a situazioni legali differenti: a Umm al-Hiran ci sono dei cittadini di Israele che teoricamente godrebbero della protezione costituzionale secondo il diritto civile israeliano; gli abitanti di Khan al-Ahmar risiedono in Cisgiordania (Area C), soggetti al controllo diretto dell’esercito israeliano, e quelli di Sheikh Jarrah sono residenti (ma non cittadini) di Israele sottoposti a un status legale distinto che permette, fra altre cose e in certe condizioni, la revoca del loro permesso di residenza

Il caso di Umm al-Hiran dimostra come le tutele costituzionali si azzerino e le “terre statali” siano usate per spossessare e rimuovere i palestinesi. Fra gli anni ’50 e gli inizi degli anni ’60 Israele ha sfrattato non solo i palestinesi dalla gran parte delle loro terre, ma ha anche trasformato il 93% dei terreni sotto il suo controllo in proprietà statale. Ha ottenuto ciò rendendo più difficile fornire prove per dimostrarne la proprietà, ricorrendo a espropri di massa e usando altre leggi, inclusa quella sulla Legge Proprietà degli Assenti. In Cisgiordania e a Gaza ha usato in modo simile leggi giordane e ottomane in vigore sino al 1967 e permesso al governatore militare di acquisire il controllo di terre in quanto “terre statali” (principalmente, ma non solo, in quella che è diventata l’Area C dopo gli accordi di Oslo). In flagrante violazione del diritto internazionale, la Corte Suprema di Israele ha più volte consentito l’insediamento di colonie israeliane in questi territori. 

Le terre statali sono in pratica trasformate in terra ebraica, per rendere concreta l’ebraicità in quanto proprietà. Dal 1948 Israele non ha fondato una sola località palestinese per i palestinesi, mentre dagli inizi degli anni ‘90 ha creato più di 900 “località ebraiche” in Israele e quadruplicato il numero di coloni in Cisgiordania. Allo stesso tempo, la continua presenza palestinese sulle terre è stata spesso interpretata come un mero favore concesso dallo Stato di Israele, ma che non può costituire un diritto di proprietà. Umm al-Hiran ne è un classico esempio: nel 1948 gli abitanti sono stati sfrattati e spossessati delle loro terre di Khirbet Zubaleh e insediati dalle autorità israeliane a Umm al-Hiran nel 1956. Nel 2002, il governo israeliano ha deciso di fondare la città di Hiran, provocando un altro spostamento dei palestinesi di Umm al-Hiran. All’inizio lo Stato ha affermato che gli abitanti di Umm al-Hiran erano degli squatter su terre statali, ma in tribunale poi ha ammesso che avevano abitato lì per generazioni con il permesso dello stesso Stato israeliano. 

Eiakim Rubinstein, giudice della Corte Suprema, ha deliberato che “i membri della tribù non hanno acquisito il diritto di proprietà delle terre ai sensi delle nostre leggi sulle proprietà, sebbene (da generazioni) ci risiedano con un permesso”. Apprendiamo che questo permesso potrebbe essere revocato facilmente, ignorando quelle garanzie costituzionali che dovrebbero essere applicate ai cittadini palestinesi in Israele. Dato che le rivendicazioni territoriali dello Stato hanno la prevalenza su quelle dei palestinesi, lo Stato può proseguire con la sua ridistribuzione razzializzata di terra secondo la logica dell’ ‘ebraicità come diritto di proprietà’. Il risultato è che ora Hiran, una cittadina abitata solo da ebrei, sta per essere edificata sui terreni espropriati agli abitanti di Umm al-Hiran. Una legge che permette l’insediamento di tali comunità segregate, basata su un comitato delle ammissioni che decide sull’ “idoneità sociale e culturale”, è stata confermata dalla Corte Suprema israeliana nel 2014.

La causa relativa a Khan al-Ahmar, i cui abitanti palestinesi hanno presentato una petizione alla Corte Suprema chiedendo di impedire la demolizione del loro villaggio, dimostra che in Cisgiordania la Corte fa affidamento su un altro strumento: l’“abuso edilizio”, un’accusa mossa quando i palestinesi non riescono a ottenere dalle autorità israeliane di occupazione le licenze edilizie previste dalla legge. Ma ottenerli è praticamente impossibile. Non si può negare la natura sistemica di questa illegalità: fra il 2016 e il 2018, per esempio, Israele ha respinto oltre il 98% delle richieste di permesso edilizio presentate dai palestinesi nell’Area C. Lo stesso “regime di permessi” è diventato uno strumento per creare illegalità e imporla ai villaggi palestinesi.

Per la Corte, il fatto che le autorità israeliane in Cisgiordania per decenni non abbiano rilasciato nessuna licenza edilizia o stilato dei piani regolatori a Khan al-Ahmar non è stato neppure un fattore deterrente per decidere che l’intero villaggio è illegale, anche se esisteva persino prima dell’occupazione israeliana della Cisgiordania. Secondo loro il problema è sorprendentemente chiaro: “Il punto di partenza di questa decisione sta nel fatto che le costruzioni sul sito di Khan Al-Ahmar, la scuola e le abitazioni, sono illegali”, ecco come inizia la decisione del 2018 della Corte sul caso di Khan al-Ahmar (scritta dal giudice Noam Solberg, lui stesso colono di un insediamento illegale in Cisgiordania). 

Costruita l’illegalità contro le comunità palestinesi, la strada è spianata per la demolizione di edifici, la rimozione degli abitanti palestinesi e la ridistribuzione di terre a favore di coloni israeliani. (Comunque il governo israeliano non ha ancora proceduto all’evacuazione di Khan al-Ahmar a causa della pressione internazionale. Ora le petizioni delle organizzazioni di coloni israeliane chiedono di “applicare la legge” e demolire il villaggio e restano in sospeso presso quella stessa Corte Suprema che ha dichiarato legittimi i piani per rimuoverlo).

A Sheikh Jarrah diventa più importante una concomitanza di dispositivi giuridici: la legge sulla Proprietà degli Assenti e quella su questioni legali e amministrative. Insieme queste leggi permettono a gruppi di coloni ebrei di rivendicare proprietà a Gerusalemme Est presumibilmente appartenute a ebrei prima del 1948, ma negando lo stesso diritto ai palestinesi che possedevano proprietà prima di quella data a Gerusalemme Ovest o altrove. Di nuovo, la presenza continua dei palestinesi su questi terreni con il permesso delle autorità governative (in questo caso, giordane) diventa irrilevante nelle “dispute sulla proprietà” esaminate dai tribunali israeliani. 

Altri tribunali di prima istanza hanno consistentemente respinto i ricorsi dei palestinesi di Sheikh Jarrah e la Corte Suprema dovrebbe deliberare alla fine di quest’anno. Nel frattempo il Procuratore generale ha dichiarato alla Corte che non intende intervenire nel presente procedimento giudiziario e sulle decisioni degli altri tribunali che hanno ordinato lo sfratto forzoso dei palestinesi dalle loro case in favore di gruppi di coloni ebrei. In altre parole il Procuratore Generale ha deciso che lo Stato non ha un ruolo nella disputa e che le “parti civili,” dato che le organizzazioni di coloni israeliani e gli abitanti palestinesi di Sheikh Jarrah stanno semplicemente disputandosi delle proprietà. Questo atteggiamento non solo ignora l’infrastruttura legale discriminatoria che permette tali dispute, ma in effetti chiede anche alla Corte Suprema di deliberare in modo tale da mantenere e validare il sistema legale israeliano che distribuisce la proprietà a ebrei israeliani a discapito dei palestinesi.

Frammentazione legale

Le leggi adottate in ognuno di questi casi sono diverse, così come l’identità dei ricorrenti israeliani (Stato di Israele o organizzazioni di coloni), la procedura (civile o amministrativa), il criterio del riesame, le dottrine legali, l’applicabilità delle protezioni costituzionali israeliane e altro ancora. Ma lo schema è chiaro: la costruzione coerente di leggi formalmente neutrali per spogliare i palestinesi della terra e ridistribuirla a ebrei israeliani. Indipendentemente dal quadro giuridico in gioco, in pratica i palestinesi non riescono a presentare azioni legali per dimostrare la proprietà: sono meramente soggetti ai ricorsi dello Stato e dei coloni.

Mentre i palestinesi sono sottoposti alla frammentazione, agli ebrei israeliani si applica un sistema legale unificato con in gioco protezioni costituzionali indipendentemente dalle suddivisioni concettuali e territoriali.

Ciò diventa ancora più chiaro quando i casi di spossessamento delle terre subiti da palestinesi, come dimostrato brevemente qui sopra, sono confrontati con la decisione del 2005 della Corte Suprema Israeliana sulla legalità dello sgombero degli insediamenti israeliani a Gaza. In quel caso la Corte Suprema deliberò che le disposizioni giuridiche che limitano la possibilità dei coloni israeliani di richiedere un indennizzo erano incostituzionali, dato che costituivano una violazione del diritto costituzionale alla proprietà. La Corte Suprema crea ed estende norme costituzionali ai coloni ebrei in territori internazionalmente riconosciuti come occupati per proteggere l’ebraicità in quanto diritto di proprietà, mentre nega ai palestinesi il diritto alla proprietà e ignora del tutto la costituzione quando si tratta di Umm al-Hiran, Khan al-Ahmar o Sheikh Jarrah. 

Il presupposto unificante dell’ebraicità come proprietà, centrale in un sistema di dominio coloniale, rende coerente al suo interno questo sistema giuridico frammentario. La possibilità di rivendicare l’ebraicità come proprietà è ulteriormente rafforzata dalle leggi sull’immigrazione che permettono a qualsiasi ebreo/a, ovunque nel mondo, di diventare immediatamente un/una cittadino/a israeliano/a e rivendicare diritti di proprietà sotto controllo israeliano. Lo stesso intreccio di leggi su immigrazione e cittadinanza è usato simultaneamente per frammentare ulteriormente i palestinesi, revocando lo status di residente, negando il diritto al ritorno ai rifugiati palestinesi, vietando il ricongiungimento delle famiglie palestinesi e l’ingresso ad altri palestinesi della diaspora

Jacob, il colono israeliano-americano in un video diventato virale in cui dice alla famiglia El-Kurd di Sheikh Jarrah che “se non ve la rubo io (la casa della famiglia El-Kurd), lo farà qualcun altro,” dimostra chiaramente la logica della legge israeliana. Jacob riconosce che si tratta di un furto, ma in conclusione la legge israeliana lo premia quando rivendica l’ebraicità per ottenere la proprietà. È grazie alle macchinazioni della legge israeliana che il ladro diventa il proprietario.

https://mondoweiss.net/2021/07/jewishness-as-property-under-israeli-law/

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio – Zeitun)

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1 commento

  1. Sebastiano Comis

    —come ha detto max blumenthal

    Non ogni sionista
    crede che dio esista
    ma tutti credono che la Palestina
    sia loro per promessa divina.

    Rispondi

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