Un popolo in piedi

Giu 17, 2021 | Riflessioni

di Serge Halimi,  

Le Monde diplomatique il manifesto, giugno 2021. 

Latuff 2009

Negli ultimi quindici anni Gaza ha subito cinque interventi punitivi: 2006 («Pioggia d’estate»); 2008- 2009 («Piombo fuso»); 2012 («Pilastro di difesa»); 2014 («Margine di protezione»); e 2021 («Guardiano delle mura»). Israele ha scelto questi nomi per far passare gli aggressori da assediati. Sempre da quindici anni, gli stessi personaggi snocciolano gli stessi slogan per legittimare le stesse ritorsioni. Lo squilibrio dei mezzi impegnati rende il termine «guerra» inappropriato. Da un lato uno degli eserciti più potenti e meglio equipaggiati del mondo, che dispone dell’appoggio illimitato degli Stati uniti e che sottopone i suoi avversari a un continuo blocco terrestre e marittimo (1). Dall’altro neanche un carro armato, un aereo o una nave e nessuna capitale disposta offrire un sostegno (se non a parole). Di conseguenza, c’è voluto tutto l’aplomb di un ambasciatore israeliano in Francia per rimproverare ai palestinesi «uno dei crimini di guerra più abietti del XXI secolo (2)». Il numero di vittime dalle due parti in questi cinque conflitti è una risposta sufficiente.

Come tutti sanno, gli israeliani dicono di «rispondere » o «replicare» alle aggressioni di cui sono oggetto. La storia che raccontano, e che la maggior parte dei media riprende, non inizia mai un secondo prima del rapimento di uno dei loro soldati o di un lancio di missili contro di loro. La cronologia degli scontri omette così le vessazioni ordinarie inflitte ai palestinesi, i controlli permanenti, l’occupazione militare, il blocco di un territorio privo di aeroporti, il muro di separazione, la demolizione delle loro case, la colonizzazione delle loro terre.

Ora, se domani Hamas scomparisse, tutto questo rimarrebbe. Israele, che ha aiutato questo movimento a decollare e che contribuisce al suo finanziamento, lo sa bene. Ma puntare il dito su un simile avversario ha una sua utilità. Consente infatti di presentare la lotta di un popolo per disporre di uno Stato come uno scontro per definizione insolubile con un’organizzazione religiosa messianica. Intervenendo con brutalità contro dei fedeli sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme, le autorità israeliane non potevano ignorare che avrebbero fatto il gioco del movimento islamista.

Per quanto cinica e trasparente possa essere, l’operazione del primo ministro Benyamin Netanyahu si è dispiegata senza ostacoli. Nessuna risoluzione dell’Onu (che Israele avrebbe potuto ignorare ancora una volta), nessuna sanzione, nessun richiamo di ambasciatori, nessuna sospensione delle forniture di armi. Come Washington, anche l’Unione europea ha ripreso le formule della destra israeliana; il governo francese – con il sostegno di Marine Le Pen, di Bernard-Henri Lévy e del sindaco socialista di Parigi Anne Hidalgo – si è ridestato solo per vietare una manifestazione di solidarietà verso i palestinesi. Verrebbe da pensare che più Israele è potente, meno è democratico, e più il mondo intero si prostra ai suoi piedi.

Tuttavia, come cinque guerre hanno appena dimostrato, questa «Cupola di ferro» diplomatica non garantirà la tranquillità di Israele. La violenza della resistenza risponde sempre alla violenza dell’oppressione, almeno fino a quando un popolo non è del tutto schiacciato e sottomesso. Il popolo palestinese è ancora in piedi.

(1) Si legga Olivier Pironet, «A Gaza, un popolo in gabbia», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2019.

(2) Daniel Saada, su Europe 1, il 12 maggio del 2021.

Serge Halimi è il direttore di Le Monde Diplomatique.

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