Apartheid israeliano? Basta vedere questa legge razzista

Giu 20, 2021 | Riflessioni

di Gideon Levy,

Haaretz, 20 giugno 2021. 

Una donna con una bandiera nazionale israeliana cammina in un vicolo nella città vecchia di Gerusalemme, giugno 2021. RONEN ZVULUN/ REUTERS

Alcune leggi sono una macchia sui libri di legge di Israele e finché non vengono rimosse Israele non può essere considerato una democrazia. Una delle più deprecabili è la legge che impedisce ai suoi cittadini arabi di riunire le loro famiglie.

Quando sorge una discussione per decidere se Israele sia uno stato di apartheid, e i suoi propagandisti affermano che non lo è, citano come prova l’assenza di leggi razziste nei codici del paese. La legge che molto probabilmente verrà riconfermata questa settimana, per la diciottesima volta consecutiva, è la prova definitiva del fatto che non solo ci sono pratiche di apartheid in questo paese, ma ci sono anche le leggi dell’apartheid. “È meglio non evitare la verità: la sua esistenza nei libri di legge rende Israele uno stato di apartheid”, ha scritto l’editore di Haaretz Amos Schocken nel 2008. Sono passati tredici anni e questa affermazione è più vera che mai.

Questa legge la dice tutta: incarna l’essenza del sionismo e il concetto di “stato ebraico”; riflette discutibili pretesti legati alla sicurezza che giustificano qualsiasi abominio in questo paese; esemplifica la sorprendente somiglianza tra la destra ultranazionalista e la sinistra sionista, e mostra l’uso subdolo che Israele fa delle misure emergenziali e provvisorie. Una legge approvata come misura temporanea nel 2003, che nel 2006 è stata considerata dal giudice della Corte Suprema Edmond Levy come una legge in scadenza entro i due mesi successivi, festeggia i 18 anni di esistenza.

La legge è diventata ora oggetto di un duello tra governo e opposizione, dove è chiaro che l’opposizione di destra sosterrà l’estensione di questa legge –il razzismo vince su qualsiasi altra cosa– senza che nessuno si occupi della sostanza della legge e del suo impatto sull’immagine di Israele.

Per farla breve: dopo la Legge del Ritorno, questa è la legge che esemplifica più di ogni altra il dominio del suprematismo ebraico in questo paese. Un ebreo può condividere la sua vita con chi vuole, un arabo no. Proprio così, disperatamente e dolorosamente semplice. Qualsiasi paese che trattasse i suoi cittadini ebrei in questo modo verrebbe coperto di insulti. 

Un giovane di Kafr Qasem che si innamora di una donna della città di Nablus, in Cisgiordania, non può vivere con lei nel suo paese, Israele. Un giovane del vicino villaggio di Kfar Sava può vivere nel suo paese con chi vuole. Una donna dell’insediamento di Itamar, che si affaccia su Nablus, può in teoria sposare qualcuno della tribù dei Masai del Kenya o un indù del Nepal. Potrebbe incontrare qualche difficoltà, ma il percorso è aperto a qualsiasi cittadino ebreo israeliano per realizzare la propria coppia nel suo paese – lo so per esperienza personale.

Questo non è il caso di un cittadino arabo che desidera vivere con qualcuno del sesso opposto, qualcuno che potrebbe trovarsi a cinque minuti di macchina, spesso un parente.

La Linea Verde del 1967, ormai quasi del tutto cancellata, esiste ancora quando si parla di arabi. Questa vergogna è avvolta in scuse legate alla sopravvivenza e alla sicurezza contro il terrorismo e alla minaccia demografica. Non c’è fine alla paura e alla descrizione delle minacce imminenti per Israele: migliaia di terroristi attraverseranno questo paese e lo distruggeranno. Ogni arabo israeliano sposerà otto donne della Cisgiordania e della Striscia di Gaza e la maggioranza ebraica sarà persa per sempre.

Sopra a tutto questo incombe un (presunto) stato di emergenza, che ha prodotto in primo luogo questa legge. È solo temporaneo, finirà tra un anno o due, proprio come l’occupazione, madre di ogni provvisorietà eterna.

Non meno sorprendente è la condotta del Partito Laburista nei confronti di questa legge. È sempre favorevole al suo prolungamento, partito di sinistra o meno; sempre accompagnando il tutto con un ipocrita torcersi le mani e con giusti sospiri. Nel 2016, il deputato laburista Nachman Shai, un portavoce per antonomasia dell’ipocrisia Mapai, ha dichiarato di non essere convinto della necessità della legge, ma che il suo partito l’avrebbe sostenuta.

Entro sei mesi, gli fu promesso, ci sarebbe stata una seria discussione sulla sua necessità. È passato un anno e Shai ha nuovamente sostenuto il prolungamento della legge, questa volta in modo lirico: “Sosterremo la legge tenendo costantemente presente che riguarda persone a cui deve essere mostrato rispetto”. Come? Con un dolce baklava?

Shai è ora ministro per gli affari della diaspora –solo la diaspora ebraica, ovviamente– e il suo partito sosterrà di nuovo questa legge, solo una volta di più, solo temporaneamente, solo per il bene dell’esistenza e della sicurezza ebraica del paese.

Per dirlo chiaramente: se Labour e Meretz sostengono questa legge, qui non c’è più nessun sionista. Se la legge passa, lo stato non è democratico ed ebraico. Il momento della verità è vicino e la fine è così prevista.

https://www.haaretz.com/opinion/.premium-israeli-apartheid-look-no-further-than-this-racist-law-1.9921372

Traduzione di Donato Cioli – AssopacePalestina

1 commento

  1. Pier Luigi Caramelli

    Non c’è mai limite al peggio…Infatti a suggellare la legge in questione è arrivata nel 2018 quella sullo Stato Nazione del popolo ebraico.

    Rispondi

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