Il miglior modo per evitare un’indagine della Corte Penale Internazionale: non commettere crimini di guerra

Feb 20, 2021 | Riflessioni

di: Avner Gvaryahu,

+972 magazine, 15 febbraio 2021. 

Con le sue colonie e le sue operazioni militari, Israele si è aperto la strada per L’Aia.

Palestinesi davanti agli edifici distrutti dalle forze militari israeliane nella città di Beit Lahiya nella Striscia di Gaza settentrionale, 4 agosto 2014. (Emad Nasser/Flash90)

La decisione emessa dalla Corte Penale Internazionale (CPI) lo scorso venerdì, che ha confermato di poter indagare sui presunti crimini di guerra commessi da Israele e da gruppi palestinesi nei Territori Occupati, è stata pronunciata da un collegio di giudici internazionali, ma è una produzione molto israeliana.

Secondo il mondo in cui vivono il primo ministro Benjamin Netanyahu e i suoi sostenitori, la strada di Israele verso L’Aia passa perfidamente attraverso le immacolate aule dei governi europei, dove attivisti e politici decisi a danneggiare l’unico Stato ebraico del mondo covano complotti antisemiti, usando il diritto internazionale come copertura. 

La verità, tuttavia, è molto più dolorosa. Operazione militare dopo operazione militare, Israele ha ignorato la bandiera nera –segnale di ordini immorali che dovrebbero essere rifiutati– che sventola sulle regole di ingaggio dettate dal suo governo e dai grandi capi dell’IDF [l’esercito israeliano]. Abbiamo occupato terre, edificato colonie e coperto avamposti illegali come se non ci fosse un domani, non ci fossero né i Palestinesi né un mondo che ci osserva. In breve, siamo finiti a L’Aia perché è esattamente dove ci siamo diretti da moltissimo tempo.

Durante la guerra a Gaza nell’estate del 2014, l’azione dell’IDF è costata la vita a 2.202 Palestinesi, quasi due terzi dei quali non prendevano parte attiva al conflitto e 526 erano bambini. Secondo l’ONG B’Tselem, 18.000 case sono state distrutte o gravemente danneggiate e più di 100.000 persone sono rimaste senza casa.

Fumo che sale su Rafah, nella Striscia di Gaza meridionale, a seguito degli attacchi aerei israeliani, 1 agosto 2014. (Abed Rahim Khatib/Flash90)

Quando chiedemmo quali erano le regole di ingaggio dell’esercito a Gaza, un soldato che dava la sua testimonianza alla mia organizzazione, Breaking the Silence, spiegò la logica che aveva portato a queste statistiche terrificanti: “Se sembra un uomo, spara. È semplice: sei in una fottutissima zona di guerra. Poche ore prima che tu entrassi, l’intera area era stata bombardata. Se c’è qualcuno che non sembra totalmente innocuo, sparagli”.

“Come si capisce se è innocuo?” chiese l’intervistatore. Il soldato replicò: “Se vedi che la persona è alta meno di un metro e quaranta o se è una donna. Si vede da lontano. Se è un uomo, spari”.

‘Un’approvazione morale a colpire i civili’

I casi di singoli soldati che hanno infranto rigide regole d’ingaggio rivelano solo una minima parte di questa violenza gratuita; questo vale anche per la manciata di indagini interne condotte dall’esercito, che sono principalmente mirate a soldati di basso grado e di solito finiscono senza ulteriori azioni. Il vero problema è il più generale approccio ufficiale di Israele all’uso della forza.

Nella guerra del Libano del 2006, per esempio, l’esercito ha usato la cosiddetta “dottrina Dahiya”: l’uso sproporzionato della potenza di fuoco, dall’aria e da terra, contro le città e i villaggi. I devastanti risultati erano del tutto prevedibili.

Nello stesso anno, l’IDF produsse un documento noto come “L’etica militare nella lotta al terrorismo”, che esponeva le “considerazioni morali, etiche e legali che dovrebbero guidare uno stato democratico quando affronta attività terroristiche commesse contro i suoi cittadini”.

Un soldato israeliano dirige un carro armato Merakva, dopo il ritiro dalla Striscia di Gaza, 3 agosto 2014. (Flash90)

Otto anni dopo, mentre era in corso la guerra a Gaza del 2014, il generale di brigata Ilan Paz, ora in pensione, descrisse la pericolosa combinazione di queste due regole militari:

“In passato, sono stato un membro del comitato dell’IDF che ha esaminato il codice etico per la lotta al terrorismo in contesti civili e ha cambiato [quel codice]. Il comitato era guidato dal general maggiore Amos Yadlin, allora comandante dei collegi militari, con il prof. Asa Kasher e altri membri. Quando il comitato concluse il suo lavoro, rifiutai di approvare le sue raccomandazioni. Perché pensavo che dessero un’approvazione morale a colpire i civili. I risultati furono evidenti durante l’Operazione Margine Protettivo [nel 2014]. Non mi riferisco agli errori, questi accadono in guerra. Mi riferisco al protocollo, al codice etico, alla sua attuazione e ai suoi risultati tragici. Non c’è giustificazione per un danno di questa portata, né ci potrà mai essere”.

Questo è in gran parte il motivo per cui Breaking the Silence, come molti altri gruppi per i diritti umani, ha stabilito anni fa che l’esercito israeliano non dovrebbe avere la responsabilità di indagare su se stesso. L’introduzione al nostro opuscolo di testimonianze e fotografie della guerra del 2014, “Ecco come abbiamo combattuto a Gaza“, si conclude con le seguenti osservazioni:

“I risultati che emergono dalle testimonianze richiedono un’indagine onesta e accurata su come le forze dell’IDF sono state attivate durante l’Operazione Margine Protettivo. Tale indagine sarà efficace e significativa solo se condotta da un’entità esterna e indipendente, da attori che possono esaminare i comportamenti ai più alti livelli della sicurezza e delle istituzioni politiche. Ogni deroga a ciò, come abbiamo visto in passato, porterà a scaricare la responsabilità degli atti sui gradi inferiori, impedendo in tal modo la possibilità di realizzare un cambiamento fondamentale che possa impedire il ripetersi della dura realtà a cui abbiamo assistito nell’estate del 2014”.

Nessun trucco legale

È allettante per gli Israeliani pensare che la CPI sia stata istituita per riempire un vuoto che esiste in modo evidente nei paesi “meno sviluppati”, dove le milizie rivali si sparano l’una con l’altra e necessitano di un intervento internazionale. Ma i crimini di guerra non avvengono solo “laggiù”.

L’apertura ufficiale della sede permanente della Corte Penale Internazionale, 19 aprile 2016. (UN Photo/Rick Bajornas)

Prendete l’impresa di insediamento di Israele, una politica che è stata ufficialmente e metodicamente perseguita dallo Stato per decenni e che infrange norme interazionali vincolanti. In sostanza, questa politica sfida nozioni ampiamente diffuse di cosa sia accettabile secondo le leggi di guerra e cerca di istituzionalizzare ulteriormente il sistema di governanti e sudditi tra gli Israeliani ebrei e i Palestinesi. L’annessione de facto della Cisgiordania occupata consolida implacabilmente questa oppressione.

Per anni, noi Israeliani, ci siamo chiusi in una bolla. Abbiamo rifiutato di prestare attenzione a qualsiasi ammonimento sulle nostre azioni. Chiunque tentasse di demolire i muri della nostra indifferenza è stato accusato di commettere tradimento o di rigurgitare antisemitismo. Al tempo stesso, ci siamo convinti che le regole da noi inventate per guidare le nostre azioni ci avrebbero consentito di continuare a spadroneggiare con la forza su milioni di persone senza diritti.

Il segnale ricevuto da L’Aia la scorsa settimana è un’occasione per riconsiderare l’occupazione nel suo insieme. Ci ricorda che per evitare un’indagine della CPI non c’è bisogno di manovre evasive o inganni legali; il solo modo certo per non essere accusati di crimini di guerra è semplicemente non commetterli.

Non so come procederà il tentativo legale della CPI, ma so che non è venuto fuori dal nulla. Siamo finiti esattamente dove stavamo andando. Ma non è troppo tardi per cambiare rotta.  

https://www.972mag.com/israeli-army-icc-war-crimes/?fbclid=IwAR2du9rvGUkRtMFMbZcbvzpgFpBv9DiuFUK_hkHbVViP4W4CfbBnOa9UE6E

Traduzione di Elisabetta Valento – AssoPacePalestina

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