A differenza della terra rubata, il tempo rubato ai Palestinesi non può essere recuperato

Dic 3, 2020 | Riflessioni

Amira Hass,

Haaretz, 23 novembre 2020.  

I checkpoint sono un’operazione intenzionale il cui diretto risultato è accorciare la vita attiva dei Palestinesi. Il sadismo morbido dell’esercito israeliano

Soldati israeliani al checkpoint di Qalandiya. MOHAMAD TOROKMAN / REUTERS

L’esercito israeliano (IDF) addestra i suoi soldati anche a un sadismo morbido ed efficace, non di tipo fisico ma psicologico. Ogni giorno la missione di dozzine di soldati di età compresa tra 18 e 20 anni è quella di rubare il tempo a centinaia di Palestinesi di tutte le età, per triturarlo in un miscuglio di nervi logori, riunioni mancate, incertezza, appuntamenti col medico annullati, ritardi per la cena con i bambini. Questo ordine viene eseguito mediante l’uso di posti di blocco (checkpoint) interni in Cisgiordania, sia quelli con un’infrastruttura permanente sia quelli mobili e volanti. (Il furto di tempo ai checkpoint di uscita dalla Cisgiordania è sadismo di una forma leggermente diversa.)

I posti di blocco sono un’intenzionale operazione armata il cui diretto risultato è quello di accorciare la vita attiva e creativa di un Palestinese, diciamo, di mezz’ora o un’ora ogni giorno. Il tempo rubato è invisibile. È impossibile da toccare e non sanguina. Il tempo perso non è quello degli Ebrei in un ingorgo, quindi questa perdita di vita non fa “notizia”. Tanto più che si tratta di un’attività di routine, l’esatto opposto della novità. Dopo tutto, a parte il sangue, la stampa ama le “eccezioni” e tutto ciò che è fuori dall’ordinario.

Ma questo articolo tratta proprio dell’ordinario. Per esempio: martedì 10 novembre, alle 21:30, una lunghissima fila di auto aspettava dietro il checkpoint militare fisso all’uscita nord-orientale di Ramallah – El Bireh. La coda della fila era in piazza City Inn, in Nablus Road, la sua testa era sotto la tettoia del checkpoint, tra i suoi blocchi di cemento che si estendono per circa 400 metri. Le luci delle auto come fossero congelate sul posto. Io stavo andando in direzione di Ramallah. La mia corsia d’ingresso al checkpoint era sgombra. Ho visto da lì, nella corsia di uscita, un’auto fermata e due soldati accanto. Quella non si muoveva e tutte le auto dietro di essa erano bloccate.

Non mi sono fermata da una parte fino a quando la fila di macchine non avesse cominciato a muoversi. Non sono scesa dalla macchina per chiedere ai soldati armati cosa stesse succedendo. Questo è un checkpoint che i pedoni non possono attraversare. Non me la sentivo di rischiar la vita per vedere se i soldati si attenevano agli ordini su come fermare un sospetto (urlando “stop” e non sparando immediatamente al pedone). Ma anche senza indagare, lo sapevo per esperienza: una fila così lunga che non avanza, ad un orario che non è quello di punta, vuol dire che è rimasta bloccata in questo modo per molto tempo. Non un solo guidatore ha osato suonare il clacson e rivelare la sua irritazione. Il silenzio delle auto gridava una sorta di rispetto della situazione e di apparente obbedienza. Sotto, c’era lava incandescente.

Tre giorni dopo, venerdì 13 novembre, verso le 16:15, viaggiavo sulla strada Bir Zeit – Nabi Saleh. All’ingresso del piccolo villaggio di Atara c’erano due file di auto: una rivolta verso l’uscita e l’altra verso il villaggio. Due soldati armati stavano in mezzo. Se c’era una jeep militare lì, non me ne sono accorta. Le auto, intente all’obbedienza, non si muovevano.

Anche questa volta non mi sono fermata. Avevo fretta e temevo anche che i soldati si sarebbero vendicati sugli autisti palestinesi e avrebbero allungato il ritardo se avessi cominciato a fare domande. Ho continuato verso ovest. All’ingresso del villaggio di Nabi Saleh si poteva vedere la stessa scena: due file di auto, due soldati e le auto che aspettavano e aspettavano. Lo stesso giorno in Cisgiordania sono stati allestiti 16 posti di blocco volanti. A uno di questi una persona è stata arrestata, secondo il rapporto del dipartimento dei negoziati dell’OLP. Il 15 novembre c’erano 18 posti di blocco volanti e due giorni dopo 12. Quanto potere di fare del male è nelle mani di due soldati armati di fucili.

Ho inviato le seguenti domande al portavoce dell’IDF: Riguardo al checkpoint permanente, era un’auto specifica che è stata controllata a lungo, e di conseguenza si è formata la lunga fila, o era un controllo di routine su ogni singola auto? Sul posto è stato effettuato un arresto? Quando è stato “liberato” l’ingorgo? Perché, quando un’auto viene trattenuta per qualsiasi motivo a questo checkpoint, non viene spostata su un lato (come si fa, ad esempio, al checkpoint di Hizma dove passano i coloni e gli altri Israeliani), in modo che dozzine di altri guidatori non debbano subire lo stesso ritardo?

Per quanto riguarda i due checkpoint volanti, ho chiesto: “Questi checkpoint sono di routine ogni venerdì in quest’area,? In caso negativo, c’era un motivo speciale per metterli in questi due villaggi venerdì scorso, e qual era? Da che ora a che ora sono stati messi quei posti di blocco quel giorno? Sono stati fatti arresti?”

E questa è la risposta-non risposta dell’ufficio del portavoce dell’IDF alle mie domande: “Le forze dell’IDF svolgono una serie di attività operative allo scopo di proteggere la sicurezza dei residenti [leggi, i coloni. Nota dell’autrice] nella regione della Giudea e Samaria. Nell’ambito di queste attività, l’esercito posiziona di tanto in tanto posti di blocco mobili sulla strada ed esegue controlli in base alle valutazioni della situazione e alle relative informazioni di intelligence. Si tratta di uno strumento operativo efficace e spesso sospetti e armi vengono catturati come risultato di queste attività. Va sottolineato che, oltre alla necessaria messa in atto di queste attività, le forze dell’IDF compiono tutti gli sforzi possibili per preservare la normale routine di coloro che viaggiano sulle strade”.

La normale routine di un regime militare straniero e imposto con la forza comporta anche l’abuso psicologico dei soggetti e la loro umiliazione. Il controllo sul tempo dei soggetti è complementare al controllo sulla loro terra, solo che il tempo non può essere recuperato.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-the-israeli-army-s-soft-sadism-1.9322893

Traduzione di Gianluca Ramunno – AssopacePalestina

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