Nonostante le critiche dall’estero, Israele è unita sull’annessione

da | Mag 31, 2020 | Riflessioni

I piani israeliani di annessione della valle del Giordano e di parti della Cisgiordania hanno attirato critiche da tutto il mondo, ma la maggior parte degli Israeliani è a favore di questo obiettivo.

di Efraim Inbar

Al-Monitor, 29 maggio 2020

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Una bandiera israeliana sventola nella valle del Giordano nei territori occupati della Cisgiordania. 1 febbraio 2020 (Foto REUTERS/ Ammar Awad )

Il piano del governo di unità nazionale di estendere il controllo sulla valle del Giordano ha prodotto molte più critiche all’estero che in Israele. L’aspro dibattito ideologico sul futuro dei territori conquistati nel 1967 è finito. La penisola del Sinai è stata abbandonata tra il 1979 e l’82. Il significato delle alture del Golan per la sicurezza è sempre stato un elemento di consenso tra gli Israeliani, con più del 70% a sostegno del mantenimento del controllo di Israele su quel territorio.

La guerra civile in Siria non ha fatto altro che rafforzare queste convinzioni popolari, mentre il riconoscimento americano della sovranità di Israele sulle Alture del Golan nel 2019, ha messo a tacere questa vicenda. Anche Gaza non è più una questione contesa dopo il ritiro unilaterale del 2005.

Per quel che riguarda la Giudea e la Samaria, c’è una maggioranza a favore della separazione con il mantenimento dei blocchi degli insediamenti, di Gerusalemme (in particolare il Monte del Tempio) e la Valle del Giordano. Un recente sondaggio, commissionato dall’Istituto di Strategia e Sicurezza di Gerusalemme ha confermato che il 60% degli Israeliani (e più del 70% nella popolazione ebraica) sono a favore dell’estensione della giurisdizione israeliana su queste aree. L’attuale composizione della Knesset è a favore dell’ inclusione della Valle del Giordano all’interno di Israele.

Il processo di Oslo con i Palestinesi era nutrito da un desiderio di separazione dalle aree arabe più densamente popolate. L’istituzione di un’Autorità Palestinese nel 1994 è stata de facto una separazione, anche se confusa, e solo pochi Israeliani aspirano a riconquistare le città della Cisgiordania. Inoltre, Israele ha costruito una barriera di sicurezza nella Cisgiordania nel 2002 segnando un potenziale futuro confine e affermando la decisione di disimpegnarsi dai centri abitati palestinesi.

Secondo un sondaggio del 2018 del Peace Index, metà del pubblico ebraico israeliano ritiene che i Palestinesi meritino uno stato indipendente, ma credono che la soluzione dei due stati non si possa concretamente realizzare.

L’attuale dibattito sul territorio si concentra sulla quantità di terra che si debba lasciare al controllo palestinese. Per lo più questo tema non è affrontato in termini ideologici, ma secondo una visione pragmatica di ciò che serve alla sicurezza di Israele. Pare che gli Israeliani pensino di essere bloccati in un tragico conflitto con i Palestinesi e che lo stato ebraico sia condannato e vivere in condizione di allerta per tutto il futuro prevedibile.

Il rifiuto palestinese delle proposte di partizione (fatte dal primo ministro Ehud Barak nel 2000, da Ehud Olmert nel 2007 e dal presidente americano Barak Obama nel 2014) rafforza la sensazione israeliana di non avere scelta. Fino ad ora, le critiche dell’estrema sinistra in Israele e all’estero sono ben lungi dall’aver intaccato il consenso e la solidarietà israeliane. I partiti associati al fallito processo di pace di Oslo hanno pagato duramente in termini elettorali.

La risoluzione di molte delle fratture sociali, ha creato una società israeliana più forte in grado di sopportare le inevitabili prove di un conflitto che si protrarrà nel futuro.

Da tempo sono sparite le discussioni sul migliore possibile sistema economico per Israele. Quasi tutti gli Israeliani concordano sul fatto che il capitalismo è il miglior modo per garantire ricchezza. Le politiche del governo su questo piano sono largamente sostenute. Il Likud, e soprattutto il primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno sostenuto una economia di mercato per la maggior parte dei loro due decenni di governo. La maggior parte dei partiti israeliani aderiscono all’ideologia del libero mercato mentre il Labor, che critica l’orientamento capitalista del paese, ha avuto scarsi risultati alle ultime elezioni.

Anche un’altra frattura sociale, quella tra Askenaziti e Sefarditi, è diventata meno divisiva. È aumentato il numero di matrimoni misti (più del 20%) diventati più socialmente accettabili, offuscando così le differenze etniche. L’erosione delle esperienze socialiste e la privatizzazione di un’economia centralizzata dopo il 1977, hanno contribuito alla crescita di una classe media non askenazita. È aumentato considerevolmente il numero di politici sefarditi a livello locale e nazionale insieme ad un parallelo aumento nei quadri dirigenti dell’esercito.

La mobilità sociale è stata promossa da un maggiore accesso all’istruzione superiore. L’apertura di numerose istituzioni di istruzione superiore negli ultimi trent’anni ha prodotto uno straordinario aumento della quota di studenti universitari di origine sefardita. L’Istituto di Statistica Israeliano ha smesso di tenerne conto perché i giovani sotto i quarant’anni non si definiscono più come sefarditi, ma come israeliani, perché sono nati nel paese.

Le tensioni prevedibili tra i nuovi arrivati e i cittadini stabilizzati in un paese come Israele fondato sull’assimilazione degli immigrati, non esistono più. La maggior parte degli immigrati dalla ex Unione Sovietica, nonostante alcune difficoltà, sono bene integrati. Anche gli Ebrei etiopi che vengono da un ambiente molto diverso, hanno affrontato delle difficoltà, ma si sono gradualmente integrati, come si può desumere dal crescente numero di giovani ufficiali nelle unità di combattenti, tra gli studenti universitari, tra i membri della Knesset e tra i ministri nel nuovo governo di unità nazionale.

Forse l’unica frattura nella società israeliana ancora rilevante sul piano sociale, culturale e politico è quella tra religiosi e laici. Tuttavia, il conflitto non è tra due campi chiaramente identificabili tra i quali si potrebbe trovare un ragionevole compromesso. La quota di Ebrei ortodossi nella società è in crescita (circa il 32%), mentre i laici stanno perdendo terreno (la proporzione di coloro che si definiscono Ebrei laici è del 40% circa). Un gran numero di Israeliani si definiscono anche tradizionalisti all’interno del continuum laici-ortodossi. Proprio perché ci sono Ebrei di diversi gradi di osservanza e di sapere, questo significa che c’è spazio per una mediazione e per una reciproca comprensione. Uno studio di Van Leer del 2019 suggerisce che l’approccio della polarizzazione laici-religiosi è superficiale in Israele e non riflette la complessità della realtà.

Non tutto è perfetto nella società israeliana o nell’economia del paese. Tuttavia, il livello di vita è in costante crescita. Quando si è prodotta la crisi del coronavirus in Israele, il rapporto annuale delle Nazioni Unite sulla Felicità nel Mondo per il 2020 (pubblicato in marzo) colloca Israele al quattordicesimo posto nel mondo. Il paese è slittato in basso di un punto rispetto allo scorso anno e di tre punti rispetto all’undicesimo posto del 2018. Il Voice Index Israeliano pubblicato in maggio del 2019 ha mostrato che l’82% degli Israeliani sono fieri dei successi del loro paese.

Questi dati smentiscono l’immagine diffusa di una società israeliana profondamente lacerata e mostrano una forte coesione sociale in grado di resistere alle pressioni esterne contro una decisione popolare.

Traduzione di Gabriella Rossetti – AssopacePalestina

https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2020/05/israel-society-united-annexation-jordan-valley.html?utm_campaign=20200529&utm_source=sailthru&utm_medium=email&utm_term=Daily%20Newsletter

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