Israele: le politiche discriminatorie della terra schiacciano i Palestinesi

Mag 17, 2020 | Riflessioni

Le città palestinesi sono compresse, mentre quelle ebraiche possono espandersi

Human Rights Watch, 12 maggio, 2020

Jisr al-Zarqa, l’unica città palestinese di Israele affacciata sul Mediterraneo, delimitata a sud da un terrapieno che la separa dalla città prevalentemente ebraica di Cesarea; a nord dal Kibbutz Ma’agan Michael, con i suoi allevamenti di pesce; ad est, dall’Autostrada 2. Foto aerea scattata tra il 2011 e il 2015. © Lowshot Ltd

(Jisr al-Zarqa) — La pratica del governo israeliano di comprimere le comunità palestinesi, si estende oltre la Cisgiordania e Gaza, ed include villaggi e cittadine palestinesi all’interno di Israele, ha detto oggi Human Rights Watch (Osservatorio per i Diritti Umani). La pratica discrimina i cittadini palestinesi di Israele a favore dei cittadini ebrei, riducendo drasticamente l’accesso dei Palestinesi alla terra; accesso necessario per costruire abitazioni in cui accomodare la crescita naturale della popolazione.

Decenni di confisca delle terre e di pianificazione discriminatoria delle stesse, hanno confinato molti cittadini palestinesi in città e villaggi densamente popolati, che hanno poca possibilità di espandersi. Nel contempo, il governo israeliano fa spazio alla crescita e all’espansione delle comunità confinanti, prevalentemente ebraiche, molte delle quali costruite sulle rovine di villaggi palestinesi distrutti nel 1948. Molte piccole città israeliane hanno inoltre comitati di ammissione per i nuovi abitanti che, di fatto, impediscono ai Palestinesi di viverci.

“Le politiche israeliane da ambedue le parti della Linea Verde, confinano i Palestinesi all’interno di centri densamente abitati, mentre, allo stesso tempo, cercano di ampliare il territorio disponibile per le comunità ebraiche” ha detto Eric Goldstein, attuale direttore esecutivo di Human Rights Watch per il Medio Oriente. “Queste pratiche sono ben conosciute quando si tratta dei Territori Occupati, ma le autorità israeliane stanno mettendo in atto pratiche discriminatorie per la terra anche all’interno di Israele”.

Lo Stato israeliano controlla direttamente il 93% della terra nel paese, inclusa Gerusalemme Est occupata. Un’agenzia governativa –l’Agenzia Israeliana per la Terra (ILA)– controlla e distribuisce queste terre demaniali. Circa la metà dei membri che governano l’agenzia appartiene al Jewish National Fund (JNF), il cui compito esplicito è quello di sviluppare e affittare la terra agli Ebrei e a nessun altro segmento della popolazione. Il Fondo possiede il 13% delle terre di Israele, che lo Stato ha il compito di utilizzare “allo scopo di insediarvi degli Ebrei”.

La città palestinese di Jisr-al_Zarqa e le comunità confinanti, prevalentemente ebree. Dati dell’Ufficio Centrale di Statistica Israeliano. Immagine satellitare del 27 Ottobre 2019.© Planet Labs 2020.

I cittadini palestinesi di Israele costituiscono il 21 % della popolazione del paese, ma gruppi israeliani e palestinesi per la difesa dei diritti hanno stimato nel 2017 che meno del 3% di tutta la terra di Israele rientra sotto la giurisdizione delle municipalità palestinesi. La maggioranza dei Palestinesi in Israele vive in queste comunità, sebbene alcuni vivano in “città miste” come Haifa e Acri.

Per preparare questa relazione, Human Rights Watch ha confrontato città palestinesi confinanti con comunità ebraiche o a maggioranza ebraica, in 3 dei 6 distretti di Israele, intervistando 25 dipendenti o ex-dipendenti delle varie municipalità, rappresentanti di commissioni per la pianificazione regionale, residenti e urbanisti. Human Rights Watch ha anche visitato ogni singolo luogo, ha controllato la documentazione relativa al territorio e le fotografie aeree. Human Rights Watch ha anche ricevuto una dettagliata risposta dall’Amministrazione Israeliana per la Pianificazione (IPA) in relazione a questa ricerca.

A partire dal 1948 e nei decenni successivi, le autorità israeliane hanno sequestrato centinaia di migliaia di dunam di terra ai Palestinesi (10 dunam equivalgono a un ettaro). Il grosso della confisca è avvenuto tra il 1949 –quando Israele pose sotto controllo militare la maggior parte dei Palestinesi presenti in Israele– e il 1966, quando il controllo militare terminò. Durante questo periodo, le autorità israeliane confinarono i Palestinesi in Israele in dozzine di enclave e restrinsero drasticamente la loro libertà di movimento. Per sequestrare le terre che appartenevano ai Palestinesi che nel frattempo erano diventati rifugiati, oppure ai cittadini palestinesi che erano sfollati all’interno del territorio israeliano stesso, usarono anche vari regolamenti militari e nuove leggi, arrivando perfino a dichiarare la loro terra “proprietà di un assente”, confiscandola e facendola poi diventare proprietà demaniale. Uno storico stima che 350 dei 370 centri e villaggi ebraici fondati dal governo israeliano tra il 1948 e il 1953, siano stati costruiti su terra confiscata ai Palestinesi.

Le politiche del territorio degli anni più recenti non solo non sono riuscite a fare marcia indietro rispetto ai sequestri precedenti, ma, in molti casi, hanno ristretto ulteriormente la terra disponibile per la crescita dei residenti. A partire dal 1948, il Governo ha autorizzato la creazione di più di 900 “località ebraiche” in Israele, ma nessuna per i Palestinesi, se si eccettua una manciata di cittadine e villaggi la cui costruzione è stata pianificata dal governo nel Negev e in Galilea, soprattutto per concentrarvi comunità beduine precedentemente dislocate.

Negli anni ’70, le autorità israeliane hanno portato le città e i villaggi palestinesi all’interno del sistema centralizzato di pianificazione statale, ma il processo di pianificazione non ha aumentato in modo significativo la quantità di terra disponibile per l’edilizia residenziale. Le autorità hanno destinato ad “uso agricolo” o ad “area verde” ampie porzioni delle città e dei villaggi palestinesi, vietando di adibirle ad aree edificabili o costruendo strade ed altri progetti infrastrutturali che ne impediscono l’espansione. Uno studio commissionato nel 2003 dal governo israeliano, ha constatato che “molte città e villaggi arabi erano circondati da aree destinate a zone di sicurezza, Consigli regionali, parchi e riserve naturali o autostrade; usi che prevenivano o impedivano la possibilità di una loro futura espansione”.

La densità della popolazione nella città palestinese di Jisr al-Zarqa e delle comunità prevalentemente ebraiche con cui confina a Nord e a Sud. Immagine da satellite, registrata il 27 Ottobre 2019.© Planet Labs 2020.

Queste restrizioni creano un problema di densità abitativa e una crisi degli alloggi nelle comunità palestinesi. Il Centro Arabo per una Pianificazione Alternativa, che ha sede in Israele, ha detto a Human Rights Watch, di stimare che un 15- 20% delle case nelle città e nei villaggi palestinesi manca di permessi; alcune perché le richieste dei proprietari sono state rigettate, e altre perché i proprietari stessi non le hanno presentate, ben sapendo che le autorità le avrebbero respinte, sulla base del fatto che non erano conformi alla pianificazione esistente. Il gruppo stima che tra 60.000 e 70.000 abitazioni in Israele, esclusa Gerusalemme, siano a rischio di totale demolizione. Un emendamento del 2017 alla Legge Israeliana di Pianificazione e Costruzione del 1965, conosciuta come “Legge Kaminitz”, incrementa “l’applicazione e la conseguente penalizzazione di reati edilizi”. A luglio 2015, il 97% dei 1348 ordini giudiziari di demolizione emanati, riguardava strutture dislocate in città palestinesi.

Al contrario, nei casi studiati da Human Rights Watch, le autorità di pianificazione hanno destinato terre e progetti adeguati a comunità prevalentemente ebraiche, che presentavano analoghe caratteristiche e dislocazione di quelle palestinesi, per facilitarne la crescita.

Rispondendo alle domande poste da Human Rights Watch, una dirigente dell’ IPA ha contestato che Israele stia comprimendo la crescita di città e villaggi palestinesi. L’IPA –ha detto– ha approvato o sta al momento preparando un grande piano per 119 delle 132 località palestinesi in Israele. Sulla base di questo piano, tra il 2012 e il 2019, l’autorità ha approvato 160.000 unità abitative in queste aree, di cui 42.000 nel 2019, e “ha legalizzato migliaia delle strutture esistenti.”

Mentre questi sforzi hanno avuto come risultato un certo sviluppo residenziale in alcune cittadine, molto deve essere ancora fatto, con tanti progetti che sono ancora in attesa di ulteriore approvazione per giungere a fruizione e, ad oggi, poco è stato fatto per cambiare la realtà di queste città e villaggi palestinesi “inscatolati”.

La legge israeliana permette a città del Negev e della Galilea (che comprendono due terzi della terra in Israele) –città fino a 400 famiglie– di costituire Comitati per l’Ammissione che possono rigettare la domanda di stabilirsi lì, se i richiedenti “non sono compatibili con la vita sociale della comunità” o per la loro incompatibilità con il “tessuto socio-culturale”. Questi Comitati, di fatto, permettono l’esclusione dei Palestinesi dalle piccole città ebree, che Adalah, un gruppo di diritti umani con sede ad Haifa, ha stimato, nel 2014, costituire il 43% di tutte le cittadine di Israele, sebbene costituiscano una percentuale molto più piccola della popolazione del paese. In uno studio del 2015, Joseph Jabareen, un professore del Technion-Israel Institute of Technology ad Haifa, ha trovato che ci sono più di 900 piccole cittadine –inclusi kibbutzim– in tutta Israele che possono selezionare chi vive al loro interno e che non hanno alcun cittadino palestinese che viva lì.

Jisr al-Zarqa, con l’ acquacultura appartenente al kibbutz Ma’gan Michael sullo sfondo. Foto aerea presa tra il 2011 e il 2015.© Lowshot Ltd

Nel 2008, Human Rights Watch ha documentato politiche e pratiche discriminatorie israeliane, che nel sud di Israele hanno lasciato vivere decine di migliaia di Beduini palestinesi in insediamenti informali e “non riconosciuti”, dove le loro case sono minacciate costantemente dal rischio di demolizione, e, nel 2010, una pianificazione altrettanto discriminatoria in un villaggio palestinese vicino a Tel Aviv.

La legge internazionale dei Diritti Umani proibisce la discriminazione etnica e razziale, condanna la “segregazione razziale” e salvaguarda il diritto ad avere una abitazione dignitosa. Il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (ICESR) –che Israele ha ratificato– richiede agli Stati di assicurarsi che la politica e la legislazione realizzino, in modo graduale, il diritto ad una abitazione dignitosa per tutti i segmenti della società. Il gruppo incaricato di interpretare il patto, ha detto che “la possibilità di godere di questo diritto… non può essere soggetta a nessun tipo di discriminazione” e che “favorire l’accesso alla terra da parte di segmenti della società impoveriti o senza terra, dovrebbe costituire una preoccupazione centrale”.

Per affrontare la scarsità di abitazioni tra i cittadini palestinesi di Israele e l’eredità lasciata dalla confisca della terra in città e villaggi palestinesi, le autorità israeliane –nel mappare la distribuzione di aree demaniali– dovrebbero dare la priorità ai bisogni di crescita delle comunità palestinesi, distribuire terra demaniale e permettere l’espansione territoriale delle città palestinesi, eliminando la scappatoia legale che, attraverso il Comitato di Ammissione, consente di discriminarli.

“La politica della terra di Israele tratta le città all’interno dei suoi confini in termini crudamente diseguali, a seconda che gli abitanti siano Ebrei o Palestinesi” ha detto Goldstein. “Dopo decenni di confisca di terra palestinese, Israele confina i Palestinesi in città sovraffollate, consentendo al contempo il fiorire delle città ebree confinanti che li escludono.”

La pianificazione in Israele

La legge israeliana attribuisce la pianificazione per la maggior parte al governo centrale –storicamente al Ministero degli Interni ma, dal 2015, tali competenze sono passate in gran parte al Ministero delle Finanze. La legge di Pianificazione ed Edilizia del 1965 istituisce una gerarchia di tre livelli, che disegnano ed attuano grandi piani a livello nazionale, distrettuale e locale. Al livello più alto, il National Board for Planning and Building (Commissione Nazionale per la Pianificazione e la Costruzione) prepara dei macro-piani nazionali che rappresentano una visione globale del paese, dall’uso della terra allo sviluppo, e la sottopone al governo per l’approvazione. Commissioni distrettuali e locali formulano poi i propri piani sulla base di quello nazionale.

Mentre il processo di pianificazione è concepito per dare possibilità d’azione a livello regionale e locale, in pratica marginalizza i cittadini palestinesi di Israele, la cui rappresentanza nelle sedi di pianificazione governativa è molto inferiore al loro rapporto con l’intera popolazione palestinese e ai cui bisogni raramente viene data la priorità. Al di fuori delle Commissioni Governative, l’unica opzione rimasta al singolo individuo è quella di presentare obiezioni scritte su piani particolari.

La risposta del Governo Israeliano

L’IPA ha risposto, in una lettera datata 18 marzo e indirizzata a Human Rights Watch, dicendo che non è d’accordo sul fatto che “la politica israeliana restringa e comprima le città e i villaggi arabi”. Sottolinea che “ha impiegato davvero un grande sforzo nella pianificazione per far avanzare e rafforzare le comunità arabe, attraverso l’intera gerarchia degli Istituti di pianificazione” e di aver creato una “tremenda energia di pianificazione in queste comunità”.

L’IPA attribuisce la difficoltà della pianificazione in queste comunità, tra l’altro, alle “molte enclave rurali non utilizzate”, soprattutto all’alta percentuale di terra posseduta privatamente, stimando che circa il 20% della popolazione possiede l’80% della terra. Cita inoltre la “poca terra disponibile per uso pubblico… costruzioni in gran parte non regolamentate. . . situazioni topografiche difficili” e la prevalenza di abitazioni unifamiliari sparse, che “precludono soluzioni per le giovani coppie” e portano a “costruzioni che durano per generazioni”, “costringendo le autorità a fornire infrastrutture su un’area estesa.”

L’IPA sostiene che i suoi recenti sforzi di pianificazione affrontano queste sfide, “legalizzando miglia di unità abitative già esistenti” e distribuendo “territorio demaniale che permetta una costruzione su larga scala di unità abitative” e “spazi pubblici necessari per queste ulteriori unità abitative”. Il risultato, secondo l’IPA, sono “piani generali che includono nuove aree per lo sviluppo su scala estremamente ampia, e che sono adatti a contenere un numero di unità abitative che supera di molto i bisogni programmatici e demografici della comunità”.

Nel dicembre 2015, le autorità hanno approvato un “piano di sviluppo economico per il settore arabo di più di 10 miliardi di shekel (2.93 miliardi di dollari USA)” della durata di cinque anni. Valutandone l’andamento in una “relazione intermedia” pubblicata nel 2019, il gruppo israeliano “Bimkon: Planners for Planning Rights” ha notato un aumento di attività di pianificazione urbanistica nelle città palestinesi, incluse iniziative per permettere una maggiore attività edilizia, ma ha osservato che la scarsità di unità abitative nelle municipalità palestinesi continuerà, se lo Stato non assegnerà loro più terra demaniale.

La relazione integrale di Human Rights Watch continua con l’analisi dettagliata di alcune località particolari, ed è consultabile al link:

https://www.hrw.org/news/2020/05/12/israel-discriminatory-land-policies-hem-palestinians

Traduzione di Anna Maria Torriglia – Assopace Palestina

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