Sì, Israele vuole la pace. Dopo essersi sbarazzato dei Palestinesi.

Feb 25, 2020 | Riflessioni

I cartelloni affissi a Tel Aviv, che mostrano i leader palestinesi bendati e in ginocchio, rivelano ciò che molti Israeliani pensano.

di Orly Noy

+972 Magazine, 17 febbraio 2020

Un manifesto affisso a Tel Aviv da Israel Victory Project, gruppo di estrema destra, mostra i leader palestinesi Ismail Haniyeh e Mahmoud Abbas bendati e inginocchiati. La didascalia recita: “La pace si fa con i nemici sconfitti”. (Oren Ziv)

Nel corso dell’ultima settimana, pedoni e automobilisti a Tel Aviv hanno notato un manifesto particolarmente inquietante affisso da una parte all’altra della città. Il manifesto, realizzato dal gruppo di estrema destra Israel Victory Project, mostrava il Presidente palestinese Mahmoud Abbas e il leader di Hamas Ismail Haniyeh bendati e in ginocchio su uno sfondo di macerie. La didascalia diceva: “La pace si fa solo con i nemici sconfitti”.

Già da domenica mattina, il sindaco di Tel Aviv Ron Huldai ha ordinato di togliere i manifesti, affermando che le immagini “incitano al tipo di violenza che ricorda l’ISIS e i nazisti”. Ma ciò che era realmente inquietante nei manifesti non era l’incitamento. Israele non ha bisogno di cheerleader quando si tratta di violenza rivolta contro i Palestinesi. Ciò che è particolarmente nauseante è il modo in cui il manifesto espone davanti a tutti gli aspetti più bui, più malati, dello sguardo collettivo di Israele sui nostri vicini.

Innanzi tutto il testo stesso. “La pace si fa solo con i nemici sconfitti”. Chiunque speri di mettere in ginocchio i suoi nemici (per di più bendati) non ha alcun interesse a un accordo di pace, è unicamente interessato alla sottomissione. Questa è l’amara verità alla base di tutti i “colloqui di pace” e negoziati con i Palestinesi: Israele vuole mettere i Palestinesi in ginocchio e costringerli ad accettare vergognosi patti, ringraziando per di più gli Israeliani per le “dolorose concessioni” che sono stati costretti a sopportare.

Che Abbas sia rappresentato con le mani in alto in segno di sconfitta, come in una scena di esecuzione, rivela ancora un’altra verità: Israele non ha mai fatto davvero distinzioni fra le varie correnti politiche palestinesi, o il loro approccio all’occupazione israeliana. Per Israele non c’è una vera distinzione fra il leader di un movimento che crede nella lotta armata, e uno che garantisce la prosecuzione del coordinamento della sicurezza con Israele, allo scopo di evitare che i bus esplodano nel cuore delle città israeliane.

La verità è che tutti devono essere messi in ginocchio. Tutti devono sottomettersi.

Dopo 50 anni di brutale occupazione militare e più di 70 anni di oppressione, qual è il significato della sconfitta a cui l’Israel Victory Project pensa che Israele debba aspirare? La totale distruzione sullo sfondo fornisce un suggerimento. Sconfitta significa che il popolo palestinese deve rotolarsi in mezzo a morte e decimazione mentre “i più morali aerei da combattimento” al mondo lo sorvolano. Questo, secondo il manifesto, è l’obiettivo strategico di Israele. E se questo è l’obiettivo, allora la valle di morte che Israele ha realizzato a Gaza è un clamoroso successo.

E tuttavia il popolo palestinese rifiuta di sottomettersi e continua a combattere per la propria liberazione. A che punto, allora, Israele deciderà che i Palestinesi sono stati sconfitti abbastanza da “fare la pace”? E come si ottiene questa sconfitta finale, assoluta? Attraverso il costante assassinio di manifestanti disarmati vicino al confine di Gaza? Continuando con la demolizione delle case? Accelerando la pulizia etnica in Cisgiordania? Moltiplicando il numero di Palestinesi in detenzione amministrativa? Continuando a distruggere l’economia palestinese? Quanti altri ragazzi palestinesi devono stare nelle prigioni israeliane, alcuni senza processo, perché Israele possa ufficialmente annunciare la sconfitta del popolo palestinese? Quanti altri ragazzi palestinesi devono perdere gli occhi perché possiamo godere la sconfitta del nemico?

Palestinesi che partecipano alla manifestazione “Grande marcia del ritorno” al confine Israele-Gaza, vicino al quartiere Shuja’iyya di Gaza City, 4 ottobre 2019. (Hassan Jedi/Flash90)

Quando l’obiettivo è la sconfitta totale, tutti i mezzi sono giustificati. Questo è esattamente ciò che il leader dei coloni Uri Elizur aveva in mente quando scrisse il suo ignobile articolo, nel quale sostanzialmente propugnava il genocidio del popolo palestinese, e che Ayelet Shaked, solo pochi mesi prima di essere nominata Ministro della giustizia, condivise sulla sua pagina Facebook nel 2014:

Il popolo palestinese ci ha dichiarato guerra, e noi dobbiamo rispondere con la guerra. Non un’operazione lenta, non una a bassa intensità, non un’escalation controllata, non distruzione di infrastrutture del terrorismo, non assassinii mirati. Basta con gli obiettivi indiretti. Questa è una guerra. Le parole hanno un significato. Questa è una guerra. Non è una guerra contro il terrorismo, e non è una guerra contro gli estremisti, e addirittura non è una guerra contro l’Autorità Palestinese. Anche questi sono modi per eludere la realtà. Questa è una guerra fra due popoli. Chi è il nemico? Il popolo palestinese… Che cosa c’è di così sconvolgente nel comprendere che l’intero popolo palestinese è il nemico? Ogni guerra è fra due popoli, e in ogni guerra il popolo che ha cominciato la guerra, quell’intero popolo, è il nemico. Una dichiarazione di guerra non è un crimine di guerra. Rispondere con la guerra certamente non lo è. Neppure lo è l’uso del termine “guerra”, né una chiara definizione di chi è il nemico. Al contrario: la moralità della guerra (sì, esiste anche questa) si fonda sull’assunto che ci sono guerre a questo mondo, e che la guerra non è il normale stato delle cose e che nelle guerre il nemico di solito è un intero popolo, incluse le sue donne e i suoi anziani, le sue città e i suoi villaggi, le sue proprietà e le sue infrastrutture.

Dopo che ci saremo sbarazzati di un intero popolo, inclusi i suoi anziani e le sue donne, le sue città e i suoi villaggi, le sue proprietà e le sue infrastrutture, forse allora concluderemo che loro sono stati “giustamente sconfitti” e noi potremo finalmente fare la pace.

Orly Noy è una redattrice presso Local Call, un’attivista politica, e traduce poesia e prosa in Farsi. È membro del consiglio di amministrazione di B’Tselem e attivista per il partito Balad. I suoi scritti hanno a che fare con i temi che intersecano e definiscono la sua identità come Mizrahi (ebrea orientale), persona di sinistra, donna, migrante temporanea che vive dentro ad una perenne immigrante, e il costante dialogo fra loro.

https://www.972mag.com/israel-peace-palestinians-tel-aviv/

Traduzione di Rossella Rossetto

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