Il dilemma palestinese, anzi dovrei dire il multilemma

di Majed Bamya

“Va bene, allora dimmi cosa diavolo pensi che dovremmo fare”. Questo è ciò che mi viene da chiedere ogni volta che ho una discussione con qualcuno che mi dice cosa non dovremmo fare.

Insomma, santo Dio, non siamo la prima nazione che si batte per la libertà: prendi una qualunque lotta contro l’oppressione, di qualunque tipo, e spiegami perché ciò che consideri legittimo in quel caso diventa illegittimo se lo fanno i Palestinesi. Allora, scegli una soluzione, dicci che la sosterrai se la adottiamo e noi la metteremo in pratica.

Resistenza armata? Se vogliamo dire la verità, questo è il metodo a cui sono ricorse molte nazioni per ottenere la libertà, e andava bene così nel loro caso. Allora, se noi ci impegniamo a osservare le regole della legge umanitaria internazionale, sosterrai il nostro diritto a fare una resistenza armata? Come no, ma perché? Eppure la approvi per tanti altri paesi ai giorni nostri. Ma nel nostro caso non si chiama resistenza armata, si chiama violenza, e la violenza è sempre sbagliata, almeno quando la usiamo noi, non sempre quando la usa Israele. Non mi sembra corretto, ma io credo nell’azione pacifica e quindi restano ancora altre opzioni da esaminare. Va bene, vediamone un’altra.

Resistenza pacifica? Sì, questa la approvi, però l’onere della prova che le nostre dimostrazioni sono pacifiche spetta a noi, non a quelli che sparano ai dimostranti. E se tra i dimostranti ce n’è uno che non è pacifico, beh in questo caso non si può davvero rimproverare Israele se spara a qualcuno o a chicchessia. Magari sei d’accordo a definirla una risposta sproporzionata, ma questo è il massimo che puoi ammettere. E se la dimostrazione è davvero pacifica al 100% e Israele spara ai dimostranti? Beh, dirai ancora che è una risposta sproporzionata e forse aggiungerai qualche altra parola alla tua dichiarazione. E se qualcuno tra i dimostranti tira un sasso da decine di metri verso soldati ben equipaggiati e coperti? Tu allora deplorerai e condannerai la violenza. Fosse successo da qualche altra parte, magari condanneresti la repressione, ma qui faresti appello ad entrambe le parti, i civili indifesi e gli assassini in divisa, perché mantengano la calma. E poi rinnoverai il tuo impegno a sostenere il diritto incondizionato alla sicurezza di Israele. Un diritto unilaterale che si traduce nella licenza assoluta di uccidere i Palestinesi, ti piaccia o no. E se te lo stai chiedendo, ebbene sì, questo è razzismo.

OK, proviamo con un’altra possibilità:

BDS. Questo è certamente un metodo pacifico, ed è stato elogiato come uno degli strumenti che sconfissero l’apartheid. Con questo non ci possiamo certo sbagliare. Aspetta un momento, com’è che qualcuno di voi lo considera un metodo criminale, antisemitico, tanto che nessuno di voi è disposto a sostenerlo? Com’è possibile? Insomma, si può anche discutere la base razionale e la portata del BDS, ma non possiamo semplicemente scartarlo come strumento, o no? Il BDS secondo voi va condannato anche se è diretto contro uno stato che viola la legge internazionale e anche se difende la libertà e l’uguaglianza? OK, non avremo il vostro appoggio e forse avremo la vostra disapprovazione –cosa assurda– ma pazienza. Almeno non ci darete addosso per questo. Cosa? Invocherete sanzioni contro chi appoggia il BDS, mentre non farete nulla contro i criminali di guerra? Accidenti, la cosa diventa complicata.

Va bene, proviamone un’altra.

Parliamo di sanzioni mirate che si rivolgano contro specifiche azioni politiche e contro chi le mette in atto. Un simile approccio mirato non può certo esser definito razzista o antisemita. Come sarebbe a dire che non approvate le sanzioni? Eppure ne fate dappertutto. Ma non quando si tratta di Israele, malgrado 70 anni di crimini.

Proviamo ancora con un’altra.

Potremmo chiedere l’obbligo di rispondere delle proprie azioni, compreso il ricorso alla giustizia internazionale. Perché non ti piace un’azione di questo tipo? Perché non ci aiuti a realizzarla? Ma per lo meno non ci ostacolerai se ci proviamo. No, ho parlato troppo presto. Alcuni di voi pensano, su basi politiche e giuridiche, che noi non dobbiamo avere la possibilità di chiedere che ognuno si assuma le proprie responsabilità. Potete cercare di camuffare le cose come volete, ma quello che vi preme è solo salvaguardare l’impunità di Israele. Altri pensano che abbia un costo diplomatico troppo alto. Qualcuno dice addirittura che potrebbe ostacolare gli sforzi di pace. Ma di quali sforzi di pace stiamo parlando? I crimini di guerra sarebbero compatibili con gli sforzi di pace, mentre far giustizia dei criminali di guerra non sarebbe compatibile con la pace? Sono io che non capisco o c’è qualcuno che ha perso la testa?

Insomma, fammi capire: tu sostieni i diritti dei Palestinesi, vuoi la pace per il bene sia della Palestina che di Israele, ma dici che non si può fare niente di pratico e di concreto per raggiungere questo scopo? Naturalmente tu hai una tua posizione, usi la diplomazia e sei disposto a dare aiuto, ma forse non ti sei accorto che Israele gioca usando tutt’altre regole. E io non mi ricordo di una potenza coloniale che si sia svegliata una mattina e abbia detto: OK, ragazzi, mi avete convinto; metto fine all’occupazione e facciamo pace. Se questa è la prospettiva, sarai d’accordo che i Palestinesi non la possono accettare. Ma forse c’è ancora un’opzione a cui ricorrere.

Naturalmente c’è bisogno di negoziati ma, con l’attuale asimmetria di potenza, mi devi spiegare come sarà mai possibile che Israele voglia un giorno negoziare per una pace giusta e duratura se si continua a garantire a Israele –con il pretesto della sicurezza– il diritto all’uso incontrollato della violenza, l’immunità per tutti i crimini che commette per perseguire le sue politiche coloniali, mentre si criminalizza qualunque tipo di resistenza usato da altre nazioni se viene usato dai Palestinesi. Loro godono di benefici, noi ne paghiamo il prezzo, mentre dovrebbe essere il contrario. Allora, se pensi ancora di sapere cosa noi non dovremmo fare, rifletti un momento e dicci cosa diavolo dovremmo fare. E chiediti in tutta onestà se sacralizzare il diritto di Israele alla sicurezza sia veramente la cosa giusta da fare quando quel diritto viene usato iniquamente per giustificare crimini di guerra, e chiediti se criminalizzare qualunque forma di resistenza palestinese ci aiuti davvero a raggiungere la pace.

Majed Bamja è il ministro per gli affari esteri dello stato di Palestina, ha fatto parte della delegazione palestinese presso l’UE e ha fatto parte del Parlamento Europeo.

Traduzione di Donato Cioli

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