Ecco cosa ho scoperto quando ho passato una giornata con il giornalista più controverso di Israele, Gideon Levy.

di Robert Fisk

Giornalismo e Israele si possono combinare nella storia di Levy. Il suo rapporto di amore e odio con l’uno può confondersi con l’orrore che ha della strada che sta prendendo l’altro, il suo paese.

27 settembre 2018

Gideon Levy, il più esplicito corrispondente del più esplicito quotidiano di Israele, Haaretz, conversa nel giardino della sua casa di Tel Aviv (Nelofer Pazira)

Gideon Levy, il più esplicito corrispondente del più esplicito quotidiano di Israele, Haaretz, conversa nel giardino della sua casa di Tel Aviv (Nelofer Pazira)

Gideon Levy è un po’ un re filosofo anche se, seduto nel suo fazzoletto di giardino in un sobborgo di Tel Aviv, cappello di paglia che nasconde occhi scuri e maliziosi, c’è qualcosa che ricorda un personaggio di Graham Greene in questo giornalista che è il più provocatorio e famigerato di Haaretz. Coraggioso, sovversivo, malinconico –in modo duro e senza compromessi– è il tipo di giornalista che o si venera o si detesta. I re filosofi del genere di Platone sono forse necessari per la nostra salute morale, ma non vanno bene per la pressione sanguigna. Per cui la vita di Levy è stata minacciata dai suoi concittadini israeliani per avere egli detto la verità; e questo è il miglior premio giornalistico che si possa ottenere.

Ama il giornalismo ma è sconcertato dal suo declino. Il suo inglese è perfetto ma ogni tanto si scompone nella furia. Ecco un arrabbiato Levy sull’effetto che possono avere gli articoli di giornale: “Nel 1986 ho scritto di una Beduina palestinese che aveva perso il bambino dopo avere partorito a un posto di blocco. Aveva provato a tre diversi posti di blocco [israeliani], non ce l’aveva fatta e aveva partorito in macchina. [Gli Israeliani] non le lasciarono portare il bambino all’ospedale. Lei lo portò a piedi per due chilometri fino all’[ospedale di Gerusalemme Est] Augusta Victoria. Il bambino morì. Quando pubblicai questa storia, non dico che Israele rimase col fiato sospeso, ma fu un grosso scandalo, il governo se ne occupò, due militari furono processati …”.

Poi Levy se la prende con le anime belle. “Ora parlo dei liberali. Ci sono degli [Israeliani] che sono felici di ogni morte palestinese. Ma i liberali tirano fuori un sacco di argomenti solo per lavarsi la coscienza e stare tranquilli: ‘Non puoi sapere cos’è successo là, non sei stato sul posto, e naturalmente riesci a vedere solo parte del quadro …’ Ed è molto difficile raccontare ancora queste storie, e questa è la frustrazione più grande. Vedono i cecchini uccidere un bambino che saluta con la mano. Lo fanno vedere in TV: cecchini che uccidono un’infermiera in uniforme, una graziosa infermiera. Vedono una ragazzina di quindici anni schiaffeggiare un soldato e andare in prigione per otto mesi. E giustificano tutto”.

Si capisce perché, non molto tempo fa a Levy è stata assegnata una guardia del corpo. “Sai Robert, per tanti anni mi hanno detto: ‘cerca di essere un po’ più moderato … di’ qualcosa di patriottico. Di’ qualcosa di bello su Israele. Sai, alla fine del giorno, noi diciamo e scriviamo ciò che pensiamo, e non pensiamo alle conseguenze. E devo dirti, molto onestamente, che il prezzo che oggi paga un giornalista russo o turco è molto più alto di qualunque prezzo. Non esageriamo. In fin dei conti, io sono ancora un libero cittadino e godo ancora di piena libertà, e dico sul serio: piena libertà di scrivere qualunque cosa voglio, principalmente per via del mio giornale, che è di grande sostegno”.

“Sai, il mio editore è forse l’unico editore al mondo che è pronto a pagare milioni in termini di abbonamenti disdetti per un articolo scritto da me, un editore che direbbe a qualunque abbonato che si infuria con me: ‘Sai cosa? Forse Haaretz non è il giornale per te!’. Dimmi un editore che farebbe questo discorso. Pertanto io godo di piena libertà. Dico qualsiasi cosa sento o penso”.

Il che dice qualcosa su Israele e anche sul direttore del giornale di Levy. Ma Israele non sfugge mai al suo bisturi. “La cosa peggiore che combattiamo è l’indifferenza”, dice. “L’apatia, che è così abbondante in Israele. Quindi se io riesco almeno a scuoterli in qualche modo, a farli andare su tutte le furie, a farli arrabbiare con me, a farli arrabbiare con ciò che dico … sai, spesso penso che se li faccio arrabbiare così tanto, vuol dire che da qualche parte nella loro coscienza sanno che qualcosa ci sta bruciando sotto i piedi, che qualcosa è andato storto. Ma ci sono momenti in cui hai paura, specialmente la sera prima che [un articolo] sia pubblicato. ‘Oh, mi sono spinto troppo in là stavolta?’. E poi, quando lo rileggo, dico sempre: ‘avrei dovuto essere molto più estremo!’ Penso sempre che non mi sono spinto abbastanza in là”.

Giornalismo e Israele si possono combinare nella storia di Levy. Il suo rapporto di amore e odio con l’uno può confondersi con l’orrore che ha della strada che sta prendendo l’altro, il suo paese (nel quale i suoi genitori vennero a rifugiarsi dall’Europa, quando era ancora Palestina). “L’unica cosa che mi manca veramente –questo è proprio un fatto mio personale– è che le mie storie più grosse venivano dalla striscia di Gaza. E ormai da 11 anni mi viene impedito di andarci, perché da 11 anni Israele non consente a nessun Israeliano di entrare a Gaza, neanche se ha la doppia cittadinanza. Anche se aprissero [Gaza], pochissimi Israeliani si prenderebbero la briga di andarci. Forse Hamas li fermerebbe. È un ordine israeliano che i giornalisti israeliani non hanno mai contestato, a parte me nessuno lo ha contestato. Perché non gliene potrebbe importare di meno: sanno tutto dal portavoce dell’esercito israeliano, perché dovrebbero prendersi la briga di andare a Gaza?

Ma per Levy è un fatto professionale: “È una perdita molto grave perché le storie più forti erano sempre a Gaza e sono ancora a Gaza. E il fatto che io non possa essere a Gaza in questi giorni … Insomma, alla domanda, ‘qual è il posto in cui più ti piacerebbe andare nel mondo? Bali?’ io dico sempre la mia verità: Gaza. Datemi una settimana a Gaza adesso. E non voglio altro”.

I blog non hanno l’autorevolezza dei giornali, dice Levy. “Ma io comunque dico ai giovani –sempre se chiedono– andate avanti. [Il giornalismo] è un grande lavoro, una professione meravigliosa. Non pensavo di diventare giornalista. Volevo diventare primo ministro. Le mie due prime scelte erano o autista di autobus o primo ministro. Per qualche motivo nessuna delle due è riuscita. Sì, si tratta di leadership. L’autista dell’autobus è il leader. Voglio dire, stabilisci cosa devono fare gli altri. Ma ugualmente continuo a dire ai giovani, ‘non troverete mai una professione simile, con tante opportunità. Avete bisogno solo di una cosa: soprattutto, avete bisogno di essere curiosi’. È una qualità piuttosto rara, molto più rara di quanto tu pensi, perché noi giornalisti crediamo che tutti siano curiosi quanto noi”.

Il pessimismo abita molti Israeliani, ma nessuno più di Levy. “Guarda, ora abbiamo a che fare con 700.000 coloni [ebrei]. È irrealistico pensare che qualcuno evacui 700.000 coloni. Senza la loro completa evacuazione, non c’è possibilità di avere uno stato palestinese. Tutti lo sanno e tutti continuano con le solite litanie perché conviene a tutti: [dire] ‘due Stati, due Stati’ conviene all’Autorità Palestinese, all’Unione Europea, agli Stati Uniti, e in questo modo puoi continuare l’occupazione per altri cento anni, pensando che un giorno ci sarà una soluzione a due Stati. Non succederà mai più. Abbiamo perso quel treno e quel treno non tornerà mai più alla stazione”.

E ora torniamo a Levy, sui peccati del giornalismo moderno. “Diciamolo! Ora tutto si basa sui social media. Il nostro giornalismo sta morendo. Ora è tutta una questione di tweet raffinati. Ma per scrivere un tweet raffinato, non devi andare da nessuna parte – devi solo sederti nella tua stanza con un bicchiere di whisky, e poi essere molto molto sofisticato, con un certo senso dello humour, e molto cinico – molto cinico – perché questo è forse il problema principale. Voglio dire che tra i giornalisti, molto pochi hanno veramente a cuore qualcosa – a parte l’essere brillanti. Immagino ci siano delle eccezioni, ma non ne vedo in Israele. E non ne vedo in Cisgiordania. Loro sono attivisti, non giornalisti. Ci sono molti giovani attivisti, che sono adorabili.”

Levy è d’accordo che Amira Hass di Haaretz, che vive nella Cisgiordania palestinese, è sua pari, almeno per gli anni – lui ne ha 65 – e “lei fa fare al giornalismo un passo avanti, perché lei vive con loro. Penso sia una cosa veramente senza precedenti: una giornalista che ‘vive con il nemico’. Lei paga anche un grosso prezzo, nel senso che è meno rilevante qui [in Israele], per il fatto di vivere .”

Ma il giornalismo torna ripetutamente sotto la lente critica del microscopio di Levy. “Abbiamo dei giovani che andrebbero in aree di guerra al solo scopo di mostrare il loro coraggio. Sono stati in Iraq, sono stati in Siria, sono stati in Iran. Di solito tornano con delle foto di loro stessi nella reception dell’hotel, oppure in un qualche cosiddetto campo di battaglia. Quando sono stato a Sarajevo nel 1993, ci sono andato anche per cercarvi l’ingiustizia. Non ci sono andato solo per ‘fare il reportage’. Ho cercato la ‘malvagità’ di una guerra. Penso che si sia vista molta malvagità a Sarajevo. Io ho visto cose a Sarajevo che non ho mai visto qui: donne anziane che scavano il terreno per cercare radici per avere qualcosa da mangiare. L’ho visto con i miei occhi. Ma non nei territori occupati [da Israele]: queste cose qui non le vedi.”

I corrispondenti stranieri se la passano un po’ meglio. “Vedo giornalisti, anche ora, in piedi accanto alla recinzione di Gaza, giornalisti che possono entrare a Gaza –in questi mesi di sangue, con circa 200 vittime disarmate– e loro stanno vicino alla recinzione, ben lontani. Entrare a Gaza non è pericoloso ora per i giornalisti stranieri. Ma io vedo, perfino alla BBC –e ogni tanto perfino su Al-Jazeera (Al Jazeera naturalmente è molto meglio)– che presentano addirittura i loro report da una collina nel sud di Israele. E prendono alcuni filmati, ovviamente sui social media, da giornalisti locali. Ma non è la stessa cosa.”

Da persistente critico di Israele e della malvagità del suo furto coloniale di terra e del suo vile trattamento dei Palestinesi, mi trovo curiosamente in contrasto con Levy – non tanto per la sua condanna dei giornalisti, quanto per la sua demolizione dell’immagine di Israele. I lettori israeliani sarebbero realmente più interessati alla morte di un cane israeliano piuttosto che al massacro di 20 Palestinesi? Sono così poco istruiti, come dice Levy? C’è in lui qualche eco del solito “o tempora o mores”.

“Israele sta diventando uno dei Paesi più ignoranti al mondo,” dice questo Cicerone sessantacinquenne. “Qualcuno ha detto che è meglio tenere il popolo nell’ignoranza… La nuova generazione non sa nulla di nulla. Prova a parlare ai giovani di qui: non hanno idea di niente. Le cose più banali: chiedi loro chi era Ben Gurion, chiedi loro chi era Moshe Dayan. Chiedi loro cos’è la ‘Green Line’. Chiedi loro dov’è Jenin. Niente. Ed anche prima del lavaggio del cervello, l’ignoranza; parte di ciò che loro sanno è totalmente sbagliato”.

Parla con il giovane israeliano medio ed un cameriere europeo parlerà un inglese migliore, sostiene Levy. La conoscenza dell’Olocausto e il viaggiare all’estero per un giovane israeliano “sarà principalmente un’esperienza di un viaggio col suo liceo ad Auschwitz, dove ti si dice che il potere è la sola cosa che bisogna possedere: il potere militare, questa è l’unica garanzia, null’altro che il potere militare; e che Israele ha il diritto di fare qualsiasi cosa dopo l’Olocausto. Queste sono le lezioni. Ma questo non ha nulla a che fare con la conoscenza”.

Sì, dice il nostro re filosofo, c’è “un sottile strato di intellettuali brillanti”, ma una recente ricerca ha suggerito che metà della gioventù israeliana riceve un’istruzione da Terzo Mondo. Noi –e qui io sono incluso nella generazione di Levy– siamo venuti al mondo dopo “eventi molto drammatici”. La Seconda Guerra Mondiale. La fondazione, nel suo caso, dello Stato di Israele. I suoi genitori “si salvarono all’ultimo momento” dall’Europa.

“C’era un bagaglio storico sulle nostre spalle e nessun Twitter e nessun Facebook ha potuto cancellarlo. Oggi è più vuoto, in definitiva, in termini di eventi storici. Perfino in questa regione. Cosa sta succedendo qui? Nulla più del solito. Cinquant’anni di occupazione e niente è di fatto cambiato. Siamo nella stessa identica situazione… certo, più insediamenti, certo, più brutalità e certo, una minor sensazione che tutto ciò sia temporaneo. È molto chiaro ora che non sarà temporaneo. Questo è parte integrante di Israele”.

Ho chiesto a Levy se il sistema elettorale proporzionale produce in Israele governi di coalizione senza speranza. “Ciò che riceviamo è ciò che siamo” replica lui con aria tetra. “E Israele è molto nazionalista e molto di destra e molto religioso –molto più di quanto tu possa pensare– e il governo israeliano riflette molto bene il popolo israeliano. E Netanyahu è il migliore presentatore di Israele. Lui è di gran lunga troppo istruito per Israele –ma dal suo punto di vista, questo è Israele. Potere, potere e potere –mantenendo lo status quo per sempre, non credendo affatto agli Arabi. Non credendo in nessun tipo di accordo con gli Arabi, mai. E vivendo solo sulla nostra spada, uno stato di guerra totale”.

Le relazioni con gli Stati Uniti sono semplici. “Non sono sicuro che il popolo si renda conto ora di quanto Netanyahu detti la politica americana. Tutto ciò che viene deciso ora –l’UNRWA (L’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi), tutti i tagli– tutto viene da Israele. A Trump non potrebbe importare di meno. Pensi che lui sapesse che cos’era l’UNRWA prima? Ora il razzismo è diventato politicamente corretto. Ma allora, dov’è che tutto è andato storto? “Prima di tutto, nel 1967: questo è il peccato più grande. Tutto comincia lì. E se vuoi il 1948, perché il 1948 non si è mai concluso nel 1948. Avremmo potuto veramente aprire un nuovo capitolo”. Eppure ci sono esempi di grandi uomini, insiste, anche dopo la Seconda Guerra Mondiale. Mandela, per esempio.

Ma il giornalista più irascibile e provocatorio di Israele dice anche: “Forse siamo troppo vecchi e siamo solo acidi e gelosi, a pensare che noi eravamo migliori…”. All’apice della sua orazione, appena dietro di noi, un enorme gatto bianco salta spaventato dal fondo del giardino, inseguito da un gatto grigio ancor più grande, con i denti digrignati e sibilanti, che alza foglie e polvere. Il gatto più piccolo, sospetto rappresenti i nemici di Levy. E a dispetto dei suoi 65 anni, potete indovinare chi mi ricordi il gatto più grande.

https://www.independent.co.uk/voices/gideon-levy-robert-fisk-haaretz-israel-palestine-gaza-a8557691.html

Traduzione di Dora Rizzardo e Chiara Ascari

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