Balfour dette l’avvio a una tragedia nazionale per il popolo palestinese. Con il BDS siamo passati al contrattacco.

di Omar Barghouti

Newsweek, 2 novembre 2017.

Quando, durante la Nakba del 1948, i miliziani sionisti, armi alla mano, cacciarono dalla sua casa di Safad mia nonna Rasmiyyah e la sua famiglia, l’operazione di insediamento coloniale messa in moto dalla Dichiarazione Balfour e culminata poi in pulizia etnica diventò qualcosa di più di una tragedia nazionale per chi era nato in Palestina. Diventò un fatto personale.

Da mia nonna, ora scomparsa, ho ereditato la sua passione per la dignità umana e la sua tenacia nel perseguire la giustizia. È quindi del tutto naturale che, nell’attuale dibattito sul lascito di Balfour, io abbia deciso di mettere in primo piano tutt’e due quelle propensioni.

In questo centenario, molti analisti stanno discutendo su cosa davvero ha significato la Dichiarazione Balfour e se sia stato legale o meno che nel 1917 l’impero britannico abbia offerto ai colonialisti ebrei d’Europa una “casa nazionale” in Palestina, in “pieno disprezzo sia dell’esistenza che dei desideri della maggioranza autoctona,” come ebbe a dire Edward Said.

Quello che è poco presente nel dibattito, al di là delle più che legittime richieste di scuse e di risarcimenti dalla Gran Bretagna, è l’imperativo ad agire ora per porre fine all‘ininterrotta Nakba palestinese e alla complicità, non solo della Gran Bretagna ma soprattutto degli USA e delle altre potenze occidentali, nel mantenere un sistema di ingiustizia che dura da cento anni. Se continuano ad armare Israele, a proteggerlo dalle sanzioni delle Nazioni Unite e a trattarlo come uno stato al di sopra della legge internazionale, non fanno altro che aggravare la patente disumanità insita nell’eredità di Balfour.

Qualcuno potrà avere delle obiezioni a caratterizzare il progetto sionista per la Palestina (appoggiato dai Britannici) come un caso di colonialismo d’insediamento, ma anche alcuni autorevoli leader della destra sionista ne hanno preso onestamente atto. Nel 1923, ad esempio, Ze’ev Jabotinsky scrisse: “Ogni popolazione autoctona del mondo si oppone ai colonizzatori fintanto che intravede almeno una minima speranza di potersi liberare dal pericolo di essere colonizzata … La colonizzazione sionista o si ferma, o va avanti anche senza il consenso della popolazione nativa.”

Partecipanti a un finto ricevimento al Walled Off Hotel dell’artista Bansky a
Betlemme, Cisgiordania, a favore dei bambini palestinesi, 1 novembre 2017.

Jabotinsky suggeriva un “muro di ferro” sionista per sopraffare la popolazione indigena, anche al fine di colonizzare le nostre menti insinuandovi la perdita di ogni speranza. Oggi Israele, sostenuto dagli USA e dall’Unione Europea, costruisce muri di cemento e usa ogni violenza per distruggere le nostre speranze e imprimere a fuoco nella nostra coscienza collettiva l’idea che è impossibile resistere alla sua egemonia coloniale.

Il primo passo per una decolonizzazione etica e per una guarigione dalle ferite, deve essere allora, per noi Palestinesi, quello di esorcizzare la disperazione che abbiamo interiorizzato in decenni di brutale dominazione militare israeliana e di negazione dei nostri fondamentali diritti umani. Dobbiamo intraprendere un profondo processo di decolonizzazione delle nostre menti con una robusta ma realistica dose di speranza.

Una grande fonte di speranza per i Palestinesi è oggi il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) che è un’azione globale, a guida palestinese, per la libertà, la giustizia e l’eguaglianza.

Oltre a ricollegare la lotta palestinese per la libertà con le altre lotte internazionali per la giustizia razziale, identitaria, economica, di genere, sociale ed ecologica, il BDS sta esercitando una forte pressione popolare nonviolenta su istituzioni, corporazioni e anche governi che sono implicati nel sostenere le violazioni israeliane dei diritti umani. Un recente sondaggio della BBC mostra che Israele è diventato uno degli stati meno amati del mondo.

Ispirandosi al movimento USA per i Diritti Civili e al movimento sudafricano contro l’apartheid, il BDS è stato lanciato nel 2005 da una larghissima coalizione della società civile palestinese. Le sue richieste sono: la fine dell’occupazione israeliana iniziata nel 1967; la fine della sua discriminazione razziale legalizzata (che corrisponde alla definizione di apartheid secondo l’ONU); la difesa del diritto al ritorno, stabilito dalle Nazioni Unite, dei rifugiati palestinesi alle loro case e alle loro terre.

Vedendo la forza delle speranze suscitate del BDS e vedendo l’accresciuto impatto del movimento su grandi fondi pensionistici, sindacati, governi studenteschi, associazioni accademiche, movimenti sociali, artisti e una parte di Hollywood, le lobby israeliane sono ricorse a misure repressive, disperate e probabilmente fuori legge consistenti in una battaglia legale per soffocare il movimento.

Ad esempio, la città di Dickinson, Texas, alcune settimane fa ha emanato disposizioni anti-BDS in base alle quali i soccorsi umanitari per l’uragano sono condizionati alla promessa di non boicottare Israele o le sue colonie illegali. L’Unione Americana per le Libertà Civili (ACLU) ha condannato questo come una “vergognosa violazione del Primo Emendamento, che rievoca i giuramenti di fedeltà dell’era McCarthy…”

L’ACLU ha anche intrapreso una causa federale in cui sostiene che una legge anti-BDS del Kansas, che obbliga tutti gli appaltatori dello stato ad attestare che non boicottano Israele, viola il Primo Emendamento della Costituzione americana.

La pressione di Israele per misure anti-BDS incostituzionali a livello di stato o di Congresso, lungi dal proteggere la sua impunità, non fa altro che alienargli l’opinione pubblica liberale. Secondo un sondaggio del 2016, questo può anche in parte spiegare perché quasi la metà degli Americani sia favorevole a sanzioni contro Israele affinché metta fine all’occupazione.

Le recenti rivelazioni su uno scandalo che riguarda la guerra segreta di Israele contro il BDS non faranno altro che esacerbare questo distacco dell’opinione pubblica. Secondo notizie di media israeliani, Israele ha ingaggiato un grande studio legale per intimidire e mettere a tacere attivisti BDS in Nord America, Europa e altrove. Il legale israeliano autore principale di queste rivelazioni ha lanciato l’avvertimento che Israele potrebbe essere sul punto di oltrepassare “i confini della criminalità.”

Se la guerra legale di Israele contro il BDS viene sconfitta sulla soglia della Corte Suprema USA, questo potrebbe aprire la strada a un’epoca nuova di responsabilizzazione per Israele.

Balfour si agiterà nella tomba se quei nativi le cui aspirazioni aveva con tanta arroganza ignorato come irrilevanti cominceranno a invertire il corso degli eventi con l’aiuto di un’integra solidarietà internazionale degli uomini di coscienza.

Ho promesso a mia nonna che non avrei smesso di far la mia parte in questa missione per i diritti umani finché non avessero prevalso giustizia e dignità. Non verrò meno a quella promessa.

Omar Barghouti è uno dei fondatori del movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per i diritti dei Palestinesi. È uno dei vincitori del Premio Gandhi per la Pace del 2017.

http://www.newsweek.com/balfour-sparked-national-tragedy-palestinian-people-now-we-are-fighting-back-699470

Traduzione di Donato Cioli

A cura di AssopacePalestina

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