Chi ha paura della nonviolenza?

di Michael Chabon e Ayelet Waldmanjan.

The New York Times, 27 gennaio 2017

Issa Amro nel 2015. Credit Hazem Bader/Agence France Presse – Getty Images

Issa Amro è stato recentemente al centro di vicende giudiziarie promosse dall’Autorità Palestinese. Arrestato il 2 settembre 2017 con l’accusa di “crimini elettronici” per aver denunciato su Facebook la detenzione di un giornalista che chiedeva le dimissioni del Presidente Abbas, è stato rilasciato su cauzione il 9 settembre, sull’onda di numerose proteste da tutto il mondo. Amro è anche in attesa di processo da parte di un tribunale militare israeliano per una serie di accuse clamorosamente insussistenti. L’articolo seguente risale ad alcuni mesi fa, ma è interessante perché contribuisce ad illustrare la personalità di questo difensore nonviolento dei diritti umani.

Issa Amro, originario di Hebron e importante sostenitore palestinese della resistenza non violenta, da circa due mesi sta aspettando di sapere quando dovrà affrontare il processo presso un tribunale militare israeliano. È stato accusato di una serie di reati che vanno dal manifestare senza permesso “all’insultare un militare”.

Le due accuse più gravi riguardano l’aggressione ad un paio di militari e ad un coordinatore della sicurezza in una colonia. In entrambi i casi, uno è del 2010 e l’altro del 2013, l’esercito sostiene che Amro abbia spintonato i suoi antagonisti.

Amro respinge le accuse e sottolinea che, in entrambi i casi, è stato lui a subire violenza fisica. L’accusa di aver offeso un soldato riguarda un incidente in cui un poliziotto di frontiera prende il documento di identità di Amro. Quest’ultimo afferma di aver detto all’ufficiale: “Rivoglio il mio documento di identità, non sono ricercato e se tu avessi chiamato per controllare lo sapresti. Ma non hai chiamato, lo so, non sono stupido.” Ma il militare sostiene che Amro ha dato dello stupido a lui e gli ha detto che “non avrebbe potuto arrestarlo”.

Ad ogni modo, la controversia su chi sia stato chiamato “stupido” da Amro non è l’unica assurdità di queste accuse. Amro è anche accusato di aver aggredito un colono israeliano durante un alterco a proposito di una videocamera che, secondo quando riferito, si è svolto durante una manifestazione di protesta. Amro è accusato di aver sputato sul colono, di averlo spintonato e di aver gettato a terra la sua videocamera. Ma Amro afferma che, sebbene fosse presente alla manifestazione, lui era già stato arrestato ed era sotto custodia militare quando l’incidente ha avuto luogo.

Assurdità così spietate sono all’ordine del giorno nei territori occupati, ma da nessun’altra parte sono così frequenti come ad Hebron. Nel centro di questa città di circa 200.000 Palestinesi, un gruppo di 800 coloni israeliani occupa posizioni massicciamente fortificate, controllate da 650 militari israeliani. Per far fronte a questa situazione intrinsecamente infiammabile, l’esercito israeliano ha trasformato intere fasce dell’area centrale della città in “zone sterili”, in cui i Palestinesi non hanno più il permesso di andare.

Amro ha 36 anni, è uno dei leader di comunità di maggior successo ed è cresciuto nella Hebron del governo di minoranza e delle zone sterili. Per 13 anni è stato impegnato in una innovativa campagna per la nonviolenza contro l’occupazione israeliana. Attraverso l’organizzazione da lui fondata, Youth Against Settlements (Gioventù Contro le Colonie), fornisce uno spazio –un centro sociale– e un punto di espressione per i giovani che vogliono manifestare la loro resistenza all’occupazione in modo nonviolento.

Ogni settimana fino a cento bambini si radunano al centro, dove Amro mostra film stimolanti e li istruisce sui princìpi politici della non-violenza. Li coinvolge in progetti di manutenzione delle vie cittadine, di riparazione delle ringhiere delle scale e delle condutture dell’acqua. Gestiscono un centro estivo ed hanno costruito e messo in funzione una scuola materna. Per questo lavoro, le Nazioni Unite, nel 2010, hanno conferito ad Amro il premio di “Difensore dell’anno dei Diritti Umani in Palestina”.

Dopo l’inizio, nell’ottobre 2015, di quella che è stata chiamata “l’Intifada dei coltelli”, il lavoro di Amro è diventato più difficile. Lo scorso ottobre era seduto nel giardino del centro sociale quando ricevette una chiamata urgente da un vicino: accovacciata presso l’ingresso del checkpoint di Beit Hadassah, che dista circa 200 metri dal centro, c’era una ragazza con un coltello.

Il vicino aveva capito che il piano della ragazza era cercare di pugnalare un soldato israeliano e sapeva che il probabile risultato di un tale attacco sarebbe stato l’uccisione della ragazza e non del soldato. Il vicino sapeva anche che, per evitare la violenza, Issa Amro era la persona da chiamare.

Amro corse al checkpoint e trovò lì la ragazza, rannicchiata e tremante. Si inginocchiò accanto a lei ed iniziò a parlarle. Le disse che se avesse portato a termine l’attacco, sarebbe probabilmente morta. Lei rispose: “Non mi importa, non c’è speranza per me”. Amro le disse che la sua morte non avrebbe aiutato la Palestina e che la comunità aveva bisogno di lei. Le parlò degli innumerevoli modi con cui ci si può opporre all’occupazione senza violenza e senza martìri.

“Lei non mi credeva”, racconta Amro, “ma ho iniziato a fornirle esempi su esempi.” Le citò gli insegnamenti del Corano sulla santità della vita e il peccato del suicidio e, col passare del tempo, dice, “potevo vedere che si aggrappava ad un filo di speranza.” Alla fine, lei gli diede il coltello e lui la consegnò alla polizia palestinese.

Da allora ha ricevuto altre urgenti richieste di aiuto per evitare la violenza. In uno di questi casi, una giovane donna gli mandava messaggi su Facebook dicendo che voleva utilizzare un coltello e diventare una martire della causa palestinese. Lui la scoraggiò invocando la causa della nonviolenza e si mise in comunicazione con gli amici della donna che, andati a casa di lei, intervennero con successo.

Questo è l’uomo che ora rischia una lunga condanna in una prigione militare israeliana per reati che comprendono un insulto bambinesco che lui asserisce di non aver mai proferito ed un’aggressione che, a suo dire, non avrebbe assolutamente potuto compiere. La pubblica accusa deve ancora rispondere ad una mozione del legale di Amro che chiede di lasciar cadere 14 delle 18 imputazioni sulla base di un “abuso di giustizia”. La persecuzione di Amro da parte dell’accusa è stata ampiamente condannata.

Agli occhi del mondo, la scelta per la nonviolenza di Amro lo ha reso un portavoce particolarmente in vista ed ha suscitato l’interesse della sua gente. L’anno scorso ha ricevuto visite da membri del parlamento e, anche quando si avvicinava la data inizialmente prevista del suo processo, è andato in Belgio, dove ha parlato con alcuni membri del Parlamento Europeo e ne ha incontrato il presidente.

Sicuro di sé, eloquente e di fermi princìpi, con il suo crescente profilo pubblico Amro è motivo di imbarazzo per il regime militare israeliano che controlla la Palestina. Come disse Amos Gilad, il direttore dell’ufficio degli Affari Politici e Militari del Ministero della Difesa israeliano ad alcuni funzionari americani, in un commento venuto alla luce tramite WikiLeaks, “Noi non siamo bravi a fare Gandhi.”

Ci sono Palestinesi che uccidono, che indossano giubbotti esplosivi, usano veicoli come armi, aggrediscono con coltelli soldati e civili israeliani. Issa Amro non è uno di loro. Al contrario, il suo impegno di resistenza nonviolenta come unico percorso legittimo verso un cambiamento duraturo, è la migliore speranza di pace sia per i Palestinesi che per gli Israeliani.

Se Israele molesta e persegue leader di comunità come Issa Amro, la gioventù palestinese non avrà modelli di resistenza a cui rivolgere la propria frustrazione e disperazione, se non l’esempio di persone come Mohammad Tarayreh, che il 30 giugno 2016, nella colonia di Kiryat Arba, alla periferia di Hebron, entrò nella camera della tredicenne israeliana Hallel Yaffa Ariel pugnalandola a morte. Legando il pugno alzato della resistenza, lasceranno solo la mano che impugna il coltello.

Michael Chabon è un romanziere e recente autore di “Moonglow”. Ayelet Waldman è un romanziere, memorialista e recente autore di “A Really Good Day.”

https://www.nytimes.com/2017/01/27/opinion/whos-afraid-of-nonviolence.html?mwrsm=Email

Traduzione di Gigliola Albertano

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