Se questo sciopero della fame riuscirà, potrà essere considerato una rivoluzione.

Racconto-intervista di una giornalista ebrea con Ramzy Fayyad, un grande resistente palestinese.

di Orly Noy, +972 Magazine

Ramzi Fayyad entrò in carcere per la prima volta all’età di 10 anni, fu uno dei fondatori delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa e divenne uno dei rappresentanti dei prigionieri politici di Fatah nelle prigioni israeliane. Rispetto all’ultimo decennio, Ramzi Fayyad, che sta lavorando per promuovere il dialogo tra i rappresentanti dei prigionieri liberati, considera gli attuali scioperi della fame come un’opportunità. Orly Noy ha parlato con lui delle condizioni del carcere, del mancato apprendimento dagli errori passati e del perché lo sciopero potrebbe aiutare i palestinesi a livello globale.

Lo sciopero della fame organizzato da prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane è in corso da quattro settimane e, come previsto, dopo il clamore iniziale nei media, è uscito dai riflettori in Israele. Questo è proprio espressione dell’arroganza autoritaria dell’occupante: la profonda indifferenza verso il dramma politico e sociale che si svolge sulle strade della Palestina, che ci interessa solo, e non sempre, se si tratta di “terroristi” che osano richiedere i canali satellitari nelle loro celle.

Ramzi Fayyad. (Orly Noy)

Dal primo giorno, lo sciopero mi ha ricordato un nome: Ramzi Fayyad, ex prigioniero politico che ero solita intervistare 12-13 anni fa, in uno show radio che tenevo al tempo. Ramzi ci parlava di volta in volta dalla prigione di Ktziot, delle condizioni dei prigionieri e della politica palestinese in generale. Devo a queste conversazioni alcune delle mie opinioni più radicate. Nel corso degli anni abbiamo sviluppato una vera e propria amicizia e, attraverso gli amici dall’esterno, abbiamo scambiato foto di famiglia, lettere e doni per bambini. È da lungo tempo, che Ramzi e io non parlavamo. Lo sciopero della fame mi ha riportato subito alle nostre discussioni, e dopo una breve conversazione, ci siamo trovati d’accordo che era ora di incontrarsi nuovamente dopo tutti questi anni. Lui non può entrare in territorio israeliano, quindi sono andata in macchina a visitare lui e la sua famiglia a Jenin.

Ramzi mi aspettava a Huwarra. Anche se gli anni in carcere hanno lasciato un segno profondo su di lui, lo riconosco immediatamente dalle fotografie, e l’incontro è incredibilmente commovente. Tira fuori dalla sua macchina un thermos e due bicchieri, versandoci caffè, “caffè di benvenuto” e cominciamo. Ramzi è sposato e ha due figli – Osama, il più grande di 16 anni, che era un bambino nelle foto che Ramzi mi aveva inviato, e Alaa, suo figlio di nove anni nato dopo la liberazione di Ramzi. Fino a poco tempo fa Ramzi è vissuto nel campo profughi di Jenin, ma due mesi fa lui e la sua famiglia si sono trasferiti all’interno della città.

Come molti palestinesi nella sua generazione, la storia della vita di Ramzi è la storia della resistenza all’occupazione. Il suo primo ricordo è la demolizione della sua casa all’età di tre anni. “La prima volta che sono andato in prigione avevo 10 anni. Mi hanno trattenuto un giorno per un lancio di sassi. Mi hanno preso e mi hanno picchiato sulle gambe con un bastone. Mi hanno chiesto qual è il mio nome e sebbene il mio nome fosse scritto in tutti i miei quaderni, ho dato loro un nome diverso. Non ho detto una parola sugli altri ragazzi che stavano con me “.

“La seconda volta avevo la stessa età di Osama. Abbiamo gettato una bottiglia Molotov e il giorno seguente ci hanno prelevato dalla nostra casa. Questa fu la prima volta che fui interrogato. L’agente dello Shin Bet disse a mia madre: ” saluta tuo figlio, non lo vedrai per tre anni”. A partire dai 16 ai 19 anni, durante la sua reclusione, Ramzi si è unito a Fatah e quando ha lasciato la prigione a 19 anni era già un rappresentante di Fatah nel campo profughi.

Quando iniziò la Seconda Intifada, Ramzi diventò uno dei primi membri delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa e fu aggiunto alla lista dei ricercati di Israele. Durante l’Operazione Scudo Difensivo nel 2003, fu nuovamente catturato e trascorse tre anni e mezzo in detenzione amministrativa. “Mio figlio, Osama, aveva sei mesi. Quando è venuto a trovarmi in Ktziot per la prima volta – senza Lina, sua madre, poiché non aveva permesso – aveva un anno e mezzo e non aveva idea di chi fossi. Quando vide il direttore della prigione con me, gridò “ebreo, ebreo” e si allontanò da me. Più tardi, dopo più visite con Lina ha imparato a riconoscermi come suo padre “.

Sin dalla sua uscita nel 2005, il lavoro principale di Ramzi è stato la promozione del dialogo tra i leader delle varie fazioni della Cisgiordania, tutti ex prigionieri. Per lui, questo è il progetto della sua vita.

“In carcere ci sono conflitti tra i membri delle varie fazioni, ma le controversie vengono risolte con il dialogo. Ecco perché mi sto dedicando a parlare con ex prigionieri di un accordo tra Fatah e Hamas, perché i detenuti si sono impegnati nel dialogo per anni – tra di loro e con l’amministrazione. Usano la loro intelligenza e sanno come negoziare. Ho acquisito molte di queste abilità quando rappresentavo i prigionieri di Fatah e, alla fine, siamo riusciti a raggiungere molti accordi con l’amministrazione del carcere”.

C’è un enorme potenziale tra i prigionieri palestinesi. Hanno il rispetto della popolazione e la leadership non può andare contro di loro. Siamo anche molto più contatto con la situazione reale – come ex prigioniero, vado a visitare le famiglie, ho il polso della situazione, cosa che la leadership non è stata a lungo in grado di fare. Abbiamo già raggiunto un livello di dialogo stretto ed onesto, compresi alcuni accordi significativi. Naturalmente, se questi leader sul terreno raggiungono accordi che danneggiano l’interesse dei loro leader politici, l’avvicinamento rischia di fermarsi. Queste persone parlano un linguaggio molto simile visti gli anni passati in prigione, tanto che se si ascolta senza sapere, non si può dire chi sia Fatah e chi sia Hamas. Questo è il sogno: che finalmente possiamo parlare una sola lingua.

Abbas sta mentendo ai palestinesi. Dice che il suo obiettivo è uno Stato palestinese, ma ciò che realmente vuole raggiungere è una sorta di pace economica. Almeno Israele dice francamente: nessun Stato palestinese, mai. Oggi Israele ha l’opportunità di passare dalla gestione del conflitto al suo termine. Lo stato israeliano è forte, la strada palestinese è debole e divisa, e gli stati arabi vogliono allearsi con Israele contro l’Iran. Così Israele dice: uno stato palestinese? Ce n’è uno a Gaza. In Cisgiordania ci saranno alcune amministrazioni: Jenin, Ramallah, ecc., e, all’interno di ognuna poche famiglie potenti con le quali Israele negozierà direttamente. Il governo palestinese collabora perché il suo denaro e questa intera economia dipendono da Israele e dagli Stati Uniti. Faranno di tutto per preservare il proprio guadagno. L’assassinio di Basil al-Araj non mi ha sorpreso. Il coordinamento della sicurezza è l’unico collegamento che Israele ha con l’AP; Il resto lo fa direttamente con le persone sul terreno.

Agenti israeliani della polizia di frontiera arrestano un giovane Palestinese, dopo una dimostrazione a Bab al-Amud a sostegno dei prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane. Gerusalemme, 29 aprile 2017 (Faiz Abu-Rmeleh/Activestills.org)

“L’occupazione è occupazione. Va bene. Ma noi, come palestinesi, abbiamo anche fallito. Proteggiamo cose che non dovremmo proteggere, come ad esempio la corruzione. Il mio più grande successo in carcere era che tutti sapevano che non avrei mai mentito. Se questo è il nostro modo di procedere, riusciremo. E abbiamo fallito in altri modi. Non sono solo gli israeliani a essere diventati pazzi, ma anche noi. C’è stato un errore nella lotta: lottare contro i civili è un errore. I bambini che portano coltelli sono un grosso errore. Alla fine della Prima Intifada, sono stato una delle persone che hanno commesso l’errore di intraprendere la lotta armata. Ha lasciato fuori tutti coloro che non avevano le armi e le 100 persone con le armi sono diventate 80, poi 60, e poi la lotta è scomparsa. E questo ha dato a Israele la scusa per finire il lavoro. Oggi in tutto il mondo ci si mobilita nelle strade, se tutti i palestinesi scendessero in strada per una settimana l’occupazione finirebbe. Ma, come palestinesi, non abbiamo mai avuto un dialogo interno per capire dove abbiamo sbagliato o per imparare da errori passati. 

“Durante la Prima Intifada la direzione era collegata alla situazione sul terreno – molto più di quanto non lo sia ora. Durante la Seconda Intifada, la leadership – sia Fatah che Hamas – seguivano noi, che eravamo sul territorio, e ciò è un grosso problema. Avremmo dovuto seguirli noi, cioè, questo è il significato della leadership. Non abbiamo prodotto il tipo di leader che possa dire alla gente di uscire dalla propria casa e questo accade. Barghouti è quasi a quel livello, ma non abbiamo nessuno della statura di Nelson Mandela o Khomeini. Abbas è incredibilmente debole; l’unico potere che ha è l’economia dell’Autorità Palestinese che egli mantiene, ma la gente non si fida di lui. Abbiamo leader, ma nessuna leadership. Se Marwan uscisse dal carcere ora, non vincerebbe le elezioni di Fatah; ci è riuscito solo perché era dentro la prigione. Non abbiamo una visione a lungo termine e questo è quello che sto cercando di sviluppare con un gruppo di ex prigionieri. Dobbiamo pensare a che punto e dove vogliamo essere, non tra un anno o due anni, ma tra 20 anni. Sto facendo questo lavoro da un decennio, ed è incredibilmente frustrante. Facciamo un passo avanti e poi subito tre passi indietro. Devo dire che la leadership israeliana è più onesta con la sua gente che la leadership palestinese. Parlano in una sola voce. Nel frattempo, la leadership palestinese si oppone allo sciopero della fame perché rafforza Marwan, ma in pubblico mostra di sostenerlo.”

Stiamo sedendo nella sua stanza degli ospiti nella loro bella casa di Jenin. Lina, sua moglie, si unisce talvolta alla conversazione. Era molto giovane quando si sposarono e si ritrovò da sola con un piccolo neonato, quando Ramzi fu imprigionato. Nel frattempo, i due figli, Osama e Alaa tornano a casa dalla scuola. Mi stringono la mano per cortesia e mostrano curiosità.

“Dovresti sapere che abbiamo avuto un vero dibattito su cosa dire loro prima che tu arrivassi. Non hanno mai incontrato gli ebrei prima. Osama aveva già sentito molte storie su di te, ha familiarità con te, ma ad Alaa, non sapevamo cosa dire. È un bambino, sa che suo padre è rimasto in carcere per molti anni, odia Abbas e crede nella resistenza armata. Ho detto che sei una mia amica e che mi hai aiutato molto in prigione. Non ha detto niente, ma più tardi ho sentito dire al suo cugino “Vieni a casa nostra, c’è una giornalista ebrea” – sai, non dicono gli israeliani, dicono gli ebrei – “Ma è più amica dei Palestinesi che di Israele! “Sono contento che egli pensi queste cose da solo e sto cercando di non influenzarlo. A questa età, il padre è sacro per lui e io voglio che lui decida le cose da solo “.

Dopo pranzo, torniamo a parlare dello sciopero dei prigionieri. Ramzi ha grandi speranze per la sua buona riuscita.

Lo sciopero sta rafforzando i rapporti fra le fazioni. Avrà successo se ci sarà una rivoluzione popolare o se l’Autorità palestinese interromperà il coordinamento della sicurezza con Israele. Attualmente, lo sciopero comprende 1.100 prigionieri di Fatah, 200 dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, 150 della Jihad islamico e 150 di Hamas. All’inizio Hamas si è opposto allo sciopero, ma a causa della pressione che stanno affrontando a Gaza, credo sia possibile che Hamas porti la sua gente in strada e si presenti come difensore dei prigionieri.

 

Palestinesi nel corso di una protesta a sostegno dei prigionieri in sciopero della fame nelle carceri israeliane nella città di Betlemme in Cisgiordania. 4 maggio 2017. (Flash90)

Sono ottimista su questo sciopero. La popolazione palestinese ha aspettato molto tempo per vedere un qualche passo e questa mossa è arrivata al momento giusto. Rafforza la posizione politica dei palestinesi, rafforza le strade che sono unanimemente con i prigionieri, incoraggia le fazioni a muoversi verso l’unità e, in ultima analisi, aiuta Abbas – è una mano forte da giocare a livello globale. Il primo successo dello sciopero sarà la crescita della lotta popolare, ma il successo veramente importante sarebbe raggiungere un accordo fra Fatah e Hamas, seguito poi dall’organizzazione delle elezioni. È ancora lontano, ma credo che ci saranno sorprese. Se si accorgeranno che stanno perdendo il sostegno delle strade, lo faranno. Altrimenti, Dio non voglia, ci troveremo in una guerra interna, o Hamas intraprenderà un ciclo di violenze contro Israele. Entrambe queste situazioni sono negative per il popolo palestinese. “

Israele sta assumendo una linea dura con questi prigionieri. Pensi che lo Stato possa riuscire a romperli?

“Non credo. Guarda, queste persone non hanno niente da perdere. Quando facevo lo sciopero della fame, Israele minacciava di peggiorare le nostre condizioni, e alcuni abbandonarono lo sciopero. Ma tutte queste condizioni sono già state tolte ai prigionieri oggi, quindi perché dovrebbero interrompere? Oltre a questo, le esperienze di ciascuno dei prigionieri in sciopero della fame hanno insegnato molto ai prigionieri. Sanno esattamente quanto tempo possono sopravvivere e come. Anche io ho fatto lo sciopero della fame, e so che non si muore così in fretta. Il secondo e il terzo giorno sono incredibilmente difficili, ma in seguito il corpo si abitua alla debolezza e impara a vivere con essa. Non credo che valga la pena per Israele vedere foto pubblicate di prigionieri ospedalizzati, forse è meglio dare loro una radio e lasciarli parlare al telefono una volta al mese. Finché questo sciopero dura, Israele pagherà un prezzo politico pesante. Personalmente, spero che questo sciopero continui almeno un altro mese. Ci dà l’opportunità di lavorare tra la popolazione, c’è una sensazione che qualcosa sta fermentando”.

Alla fine della nostra conversazione, Ramzi e la sua famiglia mi portano a fare un giro intorno a Jenin. Attraverso il campo profughi, che la famiglia ha recentemente lasciato. Mi mostrano dove i carri armati sono entrati durante l’operazione “Scudo Difensivo”. “Quasi tutto quello che vedi qui è stato ricostruito dopo che è stato distrutto”, dice Ramzi. Da lì ci dirigiamo verso il centro della città, dove sorge la grande tenda a sostegno dei prigionieri in sciopero della fame. Alcuni ex prigionieri hanno iniziato il proprio sciopero della fame due giorni fa, in solidarietà con gli amici all’interno delle prigioni: per comprendere veramente l’importanza di questo sciopero per la popolazione palestinese, bisogna vedere il trambusto all’interno di questa tenda.

Prigionieri politici palestinesi usciti di carcere fanno uno sciopero della fame per solidarietà con i Palestinesi in carcere. Jenin. (Orly Noy)

Successivamente, andiamo a vedere il cimitero, e la sezione che è stata aggiunta durante l’Operazione Scudo Difensivo. Poi abbiamo un piccolo picnic nel boschetto accanto, dove si trovavano gli insediamenti Kadim e Ganim prima della loro rimozione nel 2005. Durante tutto il tempo in cui gli insediamenti erano qui, mi spiegano, ai palestinesi era vietato entrare in questo boschetto, che è più grande dello stesso campo profughi. Lina prende alcune foglie fragranti per il tè, e Alaa percorre un breve tragitto con la macchina di suo padre. Mi offre un giro, impallidisco e rifiuto con una grande risata.

Alla fine della giornata, mi accompagnano fino alla strada di Hawwara: Ramzi e la sua famiglia davanti, e io in una macchina dietro con Alaa di nove anni, che ha scelto di tenermi compagnia nel tragitto montuoso di Nablus. È un ragazzo incredibilmente intelligente, allegro e aperto. Mi racconta del suo viaggio a Qalqiliya con la sua classe, del cucciolo che hanno recentemente adottato, dei suoi spettacoli televisivi preferiti e dei suoi compagni di classe. Chiedo cosa vuole fare da grande. «Il medico», risponde immediatamente. Che tipo di dottore? “Il cardiologo”, risponde dopo aver riflettuto brevemente. Parliamo un po’ della differenza tra il cuore e il cervello. Alla fine, proprio prima di salutarci, dice: “È vero che non puoi vivere senza un cervello o un cuore, ma senza un cervello non puoi pensare e senza cuore non puoi sentire. Ma se devo scegliere, penso ancora che preferirei essere un cardiochirurgo.”

Traduzione di Flavia Donati

https://972mag.com/if-this-hunger-strike-succeeds-it-could-mean-revolution/127273/

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