Alle falde della Palestina

Articolo di Michele Giorgio pubblicato su ALIAS il 14.3.2014

Imprese di coscienza. Yasmin, 17 anni, ha una gamba in meno per colpa di un blindato dell’esercito israeliano. Per mettersi alla prova e aiutare le giovani vittime della guerra ha raggiunto la vetta della montagna più alta d’Africa. Così ha vinto la sua “scalata della speranza”.

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Dalla cam­pa­gna di Burin, Yasmin Naj­jar, nei suoi 17 anni di vita, non aveva visto col­line più alte di quelle che domi­nano e pro­teg­gono Nablus, la città dove scap­pano i gio­vani del suo vil­lag­gio in cerca di lavoro e di svago. «Le mon­ta­gne vere le avevo solo viste in tv. Non ho viag­giato molto, qual­che gita con la mia fami­glia, giretti occa­sio­nali a Ramal­lah e in altre città (dei Ter­ri­tori occu­pati, ndr), tutto qui», dice Yasmin con un sor­riso. Ma la vita, si sa, tal­volta ti porta a fare cose che non imma­gi­navi di poter rea­liz­zare solo il giorno prima. E la ragaz­zina di Burin, una ado­le­scente come tante altre, si è ritro­vata a com­piere un’impresa da “alpi­ni­sta” finita sulle pagine dei gior­nali di mezzo mondo: ha sca­lato i quasi 6000 metri del monte Kili­ma­n­jaro, la vetta più alta del con­ti­nente afri­cano. Altro che le basse, sep­pur stu­pende, col­line di Nablus e della Cisgiordania!

Un’impresa dav­vero ecce­zio­nale per­chè rea­liz­zata con un arto ampu­tato, gra­zie anche a una pro­tesi for­nita da una start up tici­nese, la Swis­sleg. Yasmin è disa­bile dall’età di tre anni. Fu inve­stita da un vei­colo dell’esercito israe­liano di fronte a casa sua. I medici furono obbli­gati ad ampu­tarle la gamba sopra il ginoc­chio. Un dramma che ha for­ti­fi­cato il suo carat­tere e accre­sciuto la sua voglia di fare e di cono­scere. Ad accom­pa­gnare Yasmin nella spe­di­zione verso la vetta dell’Africa, è stato un altro ragazzo pale­sti­nese, Mutas­sem Abu Karsh, di Gaza, anch’egli con un arto ampu­tato, il risul­tato di un bom­bar­da­mento israe­liano. Entrambi hanno pian­tato in cima al Kili­ma­m­jaro la ban­diera pale­sti­nese. «Dopo quella sca­lata tanto fati­cosa, è stato emo­zio­nante sven­to­lare la nostra ban­diera così in alto», rac­conta Yasmin mostran­doci il diploma di “sca­la­trice” rice­vuto dalle auto­rità africane.

Qual­cosa di grande

A far sognare la grande impresa alla ragaz­zina di Burin all’inizio è stata Suzanne Al Houby, pale­sti­nese resi­dente negli Emi­rati e prima donna araba a sca­lare l’Everest nel 2011. «Suzanne è ecce­zio­nale – dice Yasmin – ha com­piuto qual­cosa di grande per le donne arabe e per la Pale­stina. Leg­gendo della sua sca­lata sui gior­nali e in rete, mi sono detta: posso far­cela anche io, magari non l’Everest, qual­cosa di più affron­ta­bile, comun­que una mon­ta­gna vera, una di quelle che vedevo alla tv rico­perte di neve e ghiac­cio». La spinta defi­ni­tiva è venuta dall’americano Steve Sose­bee, il pre­si­dente del Pale­stine Children’s Relief Fund (Pcrf), un’ong di Ramal­lah che da oltre venti anni garan­ti­sce nelle strut­ture ospe­da­liere pub­bli­che dei Ter­ri­tori occu­pati, cure medi­che spe­cia­li­sti­che per i bam­bini pale­sti­nesi gra­ve­mente amma­lati. Con il Pcrf col­la­bo­rano sta­bil­mente medici di tutto il mondo, tra i quali tanti ita­liani. Il dot­tor Ste­fano Luisi di Pie­tra­santa lo scorso anno ha avviato il primo pro­gramma di car­dio­chi­rur­gia pedia­trica nella Stri­scia di Gaza. «Steve non è solo un ope­ra­tore uma­ni­ta­rio, è anche uno spor­tivo, era già stato con sua figlia sul Kili­ma­n­jaro – pro­se­gue Yasmim — un giorno mi ha detto: Yasmin che ne dici se que­sta tua voglia di sca­lare una mon­ta­gna la met­tiamo in pra­tica per un’iniziativa uma­ni­ta­ria? Così è nato Climb of Hope (La Sca­lata della Spe­ranza), per por­tare l’attenzione sui gio­vani arabi disa­bili, sui feriti di guerre e con­flitti». A Yasmin è stato affian­cato Mutas­sem, altret­tanto desi­de­roso di met­tersi alla prova e di dare un con­tri­buto alle cure dei bam­bini pale­sti­nesi ammalati.

«Non ho mai visto due ado­le­scenti così corag­giosi: spe­riamo che la loro sca­lata possa ispi­rare altri ragazzi in Medio Oriente a rea­liz­zare i loro sogni e a supe­rare le dif­fi­coltà poli­ti­che ed eco­no­mi­che che stanno vivendo», spiega Sose­bee. La voca­zione del Pcrf, pro­se­gue, «non è solo quella di garan­tire cure medi­che a bam­bini e ragazzi amma­lati. Vogliamo con­tri­buire a dare una mano in vari modi ai ragazzi arabi. Tanti di loro hanno talento, sono intel­li­genti, pronti alle novità e ad aprirsi alle nuove tec­no­lo­gie. Per molti di loro però la vita è segnata da guerre e tra­ge­die immense. Climb of Hope vuole dare una oppor­tu­nità a tanti di que­sti ragazzi oltre a con­cen­trare l’attenzione del mondo sulla vita di migliaia di gio­vani che sono vit­time di con­flitti». La cam­pa­gna ha già rac­colto oltre 100 mila dol­lari, soldi che ser­vi­ranno a pagare tera­pie medi­che spe­cia­li­sti­che per i ragazzi del Medio Oriente resi disa­bili dalla guerra e per avviare ini­zia­tive di valo­riz­za­zione dei gio­vani pale­sti­nesi e arabi. «Il Pcrf — aggiunge Sose­bee — è impe­gnato in diversi Paesi della regione e negli ultimi anni si è spesso occu­pato di bam­bini rima­sti feriti non solo a Gaza e in Cisgior­da­nia ma anche in Iraq, Libano e Siria. È un grosso impe­gno che svol­giamo gra­zie a dona­zioni che in gran parte arri­vano da sem­plici cit­ta­dini e all’aiuto volon­ta­rio di medici di ogni parte del mondo. Quelli ita­liani danno un con­tri­buto eccezionale».

Gli alle­na­menti per Yasmin sono durati un anno. «Devo ammet­tere che soprat­tutto all’inizio ho avuto momenti di debo­lezza – rico­no­sce la ragazza – gli eser­cizi da fare erano pesanti, non facili da por­tare a ter­mine con una pro­tesi. Ho dovuto maci­nare chi­lo­me­tri su chi­lo­me­tri, por­tando pesi per abi­tuarmi allo zaino che mi avrebbe accom­pa­gnato durante la sca­lata del Kili­ma­n­jaro. Tutto ciò men­tre le mie com­pa­gne di scuola appa­ri­vano piut­to­sto scet­ti­che sulle mie pos­si­bi­lità. Eppure, più loro pro­va­vano a sco­rag­giarmi, con affetto, dall’intraprendere un’impresa che con­si­de­ra­vano peri­co­losa, più io mi cari­cavo e andavo avanti. In fondo le capivo, mi ave­vano sem­pre visto come una disa­bile. Alla fine ho avuto ragione io, sono riu­scita a dimo­strare che in realtà non sono disa­bile e che posso fare tante cose che loro non sono in grado di com­piere». Un grosso aiuto a Yasmin è venuto dalla fami­glia. «In casa nes­suno ha mai avuto alcun dub­bio sulle mie pos­si­bi­lità, mi cono­scono, sanno che sono capar­bia, quando mi metto un cosa in testa poi rie­sco sem­pre a farla», esplode in una risata Yasmin sotto gli occhi della madre un po’ imbarazzata.

Dopo un anno di fatica e sudore, e il tra­sfe­ri­mento ai piedi del Kili­ma­n­jaro, il 17 gen­naio arriva il grande giorno. L’inizio della sca­lata. Assieme a Yasmin e Mutas­sem ci sono Suzanne al Houby e altri 14 sca­la­tori di pro­fes­sione arabi e occi­den­tali, altri par­te­ci­panti ben alle­nati e, natu­ral­mente, Steve Sose­bee, deciso a vivere insieme ai “suoi ragazzi” un’esperienza umana con un forte con­te­nuto poli­tico. «Ho avuto timore ma mai paura, sapevo che l’ostacolo più grosso sarebbe stata la fatica» dice Yasmin, «Mutas­sem e io ci siamo sem­pre aiu­tati con lo sguardo durante la salita, ci siamo inci­tati a vicenda per supe­rare le dif­fi­coltà. Ma non abbiamo mai avuto alcun dub­bio, sape­vamo che alla fine ci saremo ritro­vati in cima al monte».

I figli della vita

Ad accom­pa­gnare il gruppo di sca­la­tori l’incoraggiamento del poeta pale­sti­nese Ibra­him Nasral­lah. «Que­sti ragazzi senza gambe ci dicono: noi siamo i figli della vita, i figli di un popolo che da un secolo com­batte per la libertà e que­sto popolo non sarà mai scon­fitto – ha scritto Nasral­lah – ho sen­tito in me stesso una pro­fonda tra­sfor­ma­zione. Ho voluto cono­scere meglio quei due ragazzi e, attra­verso loro, una gene­ra­zione che l’esercito israe­liano ha cer­cato di pri­vare dell’infanzia, bam­bini a cui l’esercito israe­liano tenta di chiu­dere i per­corsi di spe­ranza che geni­tori e nonni hanno cer­cato di aprire per loro con tanti sacrifici».

Durante la sca­lata Yasmin ha avuto modo di cono­scere le sue pos­si­bi­lità fisi­che e carat­te­riali. «Ci sono stati tanti momenti dif­fi­cili, quelli in cui pensi a quanto è lon­tana casa, tua mamma, la Pale­stina e capi­sci che tutto quello è impor­tante e ti manca. Però – aggiunge — in quei momenti sai anche che stai vivendo un’esperienza unica, un pas­sag­gio verso una nuova vita». Ha solo 17 anni Yasmin e già parla come una adulta, pia­ni­fica il suo futuro. «Mi pia­ce­rebbe stu­diare in Europa, magari in Ger­ma­nia, un paese che mi appare orga­niz­zato e dove un ragazzo può costruire il suo futuro», ci dice, chie­den­doci poi infor­ma­zioni sulle uni­ver­sità ita­liane. Il richiamo della mon­ta­gna però è forte, l’esperienza del Kili­ma­n­jaro per Yasmin non dovrà rima­nere unica. «Voglio sca­lare l’Everest, sì, hai capito bene, come ha fatto Suzanne al Houby, sono sicura di poter­cela fare, anche con un arto ampu­tato. È solo una que­stione di alle­na­mento», pro­clama sotto lo sguardo pre­oc­cu­pato della madre. Ora però il sogno dell’impresa futura lascia spa­zio alla gioia per la sca­lata com­piuta. «Quando abbiamo rag­giunto la vetta del Kili­ma­n­jaro ho pro­vato emo­zioni inde­scri­vi­bili, una gioia immensa – ricorda Yasmin, sfo­gliando sul suo lap­top le cen­ti­naia di foto scat­tate in quei giorni — ’Mutas­sem, Mutas­sem, siamo arri­vati in cima, siamo in cima’, urlavo felice con la voce rotta dalla fatica. Poi mi sono seduta, ho sven­to­lato la ban­diera pale­sti­nese e pen­sato ai ragazzi vit­time della guerra. Spero di avere con­tri­buito ad aiutarli».

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