Un viaggio a Hebron

Set 22, 2021 | Riflessioni

di Benjamin Moser

Mondoweiss, 10 giugno 2021.    

Se qualcuno dice che la situazione in Palestina è complessa, basta dirgli di trascorrere un pomeriggio a Hebron.  

Una strada una volta vivace a Hebron. I negozi sono stati chiusi forzatamente da Israele e la zona vietata ai palestinesi. (Foto: Lauren Surface)

Cinque anni fa, questo mese, ho partecipato al Palestine Festival of Literature, un’iniziativa della scrittrice egiziana Ahdaf Souief. È una delle persone che ammiro di più in questo mondo: una donna gentile, una scrittrice meravigliosa, una che ha trovato il modo di fare qualcosa che molti artisti vorrebbero poter fare, o poter fare meglio: avere un impatto nel “mondo reale”, vale a dire: nella vita delle persone reali. 

Perché, ecco il punto, il tuo piccolo romanzo, la tua scultura evocativa, la tua ballata lacrimosa, non saranno mai così importanti al confronto col mondo reale delle banche, degli eserciti e dei governi.

È vero che facciamo queste cose perché, in un modo che non riusciamo ad articolare, sentiamo che i libri, i dipinti e le canzoni sono più importanti delle banche o degli eserciti o dei governi: che in qualche modo misterioso, l’arte e le idee muovono il mondo. Ci crediamo, ma sembra sempre un’idea troppo grandiosa, dal momento che i risultati sono così difficili da vedere.

Ahdaf Souief

Non conosco nessuno scrittore che abbia dedicato tanto tempo ed energia all’attivismo quanto Ahdaf. Al PalFest, scrittori internazionali, principalmente del mondo anglofono, si incontrano con scrittori palestinesi e arabi. Potrebbe succedere a Lione o Berkeley o Milano o, in questi giorni, su Zoom. Ma ciò che rende unico il PalFest è che ti mostra la situazione. E la situazione è molto difficile da vedere, anche per le persone che lo desiderano.  

Se sei ebreo, e ancora di più se sei un ebreo americano, ti senti sempre un po’ disonesto quando scrivi su questo argomento. Forse è per questo che non l’ho mai fatto. Dopotutto, ci sono abbastanza persone che ne scrivono. Ti senti un po’ triste per i genitori e i nonni per i quali il sionismo era una causa sacra, una causa che, per molti di loro, ha sostituito il sentimento religioso e ha dato loro un senso di connessione con qualcosa di più grande di loro, e per la quale molti di loro sono morti.

Prima di poter cominciare a sentire la giustizia della causa palestinese, devi attraversare molti passaggi, de-programmando la tua mente. Innanzitutto, devi riconoscere che i palestinesi esistono davvero. (Sembra uno scherzo, ma non lo è: molte persone con cui sono cresciuto pensavano che la cosa non fosse del tutto chiara.) Quindi devi riconoscere che anche loro hanno diritto al proprio paese. Quindi devi deplorare la violenza che ha afflitto la Palestina storica, una violenza che, è vero, ha afflitto entrambe le parti, palestinesi ed ebrei.

Ma poi, anno dopo anno, cresce una sensazione di nausea quando ti rendi conto che non sono davvero presenti in te entrambi i lati. Senti di dover affermare di essere consapevole della prospettiva ebraica, come se esistesse la possibilità che tu possa essere stato all’oscuro della prospettiva ebraica. Bisogna denunciare l’antisemitismo, l’Olocausto, l’attacco a un asilo ebraico a Tolosa, la cosa pazzesca che qualche funzionario iraniano ha twittato.

Ma anche quando hai superato questa nebbia retorica e sei pronto a sostenere, mentalmente ed emotivamente, la causa palestinese, è difficile capire cosa significhi effettivamente l’occupazione.

È abbastanza facile andare in Israele –puoi anche essere pagato per farlo da vari gruppi di propaganda– e sentirti ispirato a Masada, o passeggiare per le magiche strade di Gerusalemme, o visitare i bellissimi musei che raccontano la storia degli “ebrei nella loro terra”.

Mentre sei lì, è facile esprimere le tue confuse speranze per la pace e poi lasciar perdere. Perché, a meno che tu non lo voglia davvero, è abbastanza facile non vedere i palestinesi. E poi qualcuno dice: Ebbene, non pensi che Israele abbia il diritto di esistere? –e la nebbia scende di nuovo.

In fin dei conti, è tutto così complesso.

Il punto è: non è complesso. Lo era. È una storia complessa che risale fin dove vuoi che arrivi, al 1967 o al 1948 o, se vuoi, fino alla Bibbia. È una storia complessa perché ora è probabilmente impossibile da risolvere.

Ma moralmente? In questi giorni? Non è  così complesso. Trascorri un pomeriggio a Hebron.

Hebron è una città il cui nome – al-Khalil in arabo e Khevron in ebraico – significa, ironia della sorte, “amico”. La sua caratteristica principale è la tomba di Abramo o Grotta dei Patriarchi, una grande fortezza dove da secoli pregano persone di fedi diverse.   

Per arrivare a Hebron, appena a sud di Gerusalemme, devi passare attraverso i soliti posti di blocco. Soliti, ma solo in Palestina: questi sono edifici enormi dove puoi aspettare per ore – anche se, come me, hai un passaporto “buono”, cioè non di un musulmano o di un altro paese povero, e di certo non un documento di identità palestinese. Devi stare su file interminabili e farti controllare da ringhiosi soldati, uno dopo l’altro.

Quando viaggi in Palestina, ti abitui alla sensazione che anche le distanze brevi, di pochi chilometri, possano risultare enormi. È incredibilmente difficile arrivare da qualunque parte, perché ci sono dappertutto distanze incolmabili. La gente di Betlemme o Ramallah potrebbe desiderare di essere a Gaza o Gerusalemme come qualcuno esiliato in Siberia potrebbe desiderare Parigi. E la difficoltà del viaggio è riservata ai membri di una certa razza o etnia, che –guarda caso– è la stessa etnia indigena di questa terra. Queste stesse persone devono usare strade scadenti, spesso non asfaltate, strade che corrono praticamente accanto ad autostrade asfaltate riservate solo a un’altra razza.

Quando arrivi a Hebron, sbarchi in una piazza di fronte a un brutto edificio che prende il nome da un Chabadnik [aderente al movimento ebraico ortodosso Chabad, NdT] australiano chiamato –incredibile– “Diamond Joe” Gutnick. Sembra un po’ come un’attrazione stradale che troveresti in una stazione di servizio nel Brasile rurale, dove si vendono souvenir di cattivo gusto e si offrono pranzi a buffet ai camionisti di passaggio. È dotato di postazioni di ascolto e antenne radiofoniche a forma di palme.

Questa è la sede del movimento locale dei coloni, da cui si arriva rapidamente nel cuore della città vecchia, il mercato. Quasi tutti i negozi del mercato sono stati chiusi e soldati israeliani armati fino ai denti lo pattugliano, pieni di ordigni vari. Se hai familiarità con il Medio Oriente, sai come sono affollati di solito questi mercati, come sono pieni di vita, come sono pieni di spezie, come sono popolati da enormi animali imbalsamati.

Un po’ più avanti ci sono le case dei coloni. Questi, come lo stesso Diamond Joe, non sono di Hebron, e nemmeno, per la maggior parte, israeliani: sono, infatti, principalmente americani. In realtà non vivono qui—non c’è niente che tu possa davvero fare a Hebron, dal punto di vista economico, tranne forse partecipare a qualche fanatica yeshiva. Quello che stanno a fare lì è soprattutto molestare i palestinesi. I pochi negozianti sopravvissuti hanno dovuto coprire le strade in cui lavorano con fili e reti metalliche per proteggersi dalla spazzatura, dai bastoni e dai gas lacrimogeni che vengono costantemente lanciati sopra di loro dalle finestre dei coloni che abitano ai piani superiori.

Quando i miei genitori stavano crescendo, le leggi Jim Crow [che regolavano la segregazione razziale in USA, NdT] erano le leggi in vigore nel nostro stato. Quando l’ho letto da bambino, mi sembrava così bizzarro ed esotico – fontanelle d’acqua separate per i neri? – e ora sono stupito di rendermi conto di quando tutto quello è finito: solo pochi anni prima che io nascessi.

Eppure Hebron mi è sembrata peggio di qualsiasi cosa avessi letto su Jim Crow. Peggio dell’apartheid, una parola che ora, finalmente, viene applicata alla Palestina. Suppongo che, al giorno d’oggi, devo specificare che non sono favorevole a Jim Crow o all’apartheid. Però devo dire che tutti i neri americani erano cittadini degli Stati Uniti dal 1868 in poi. La condizione di questa cittadinanza era imperfetta, e per molti versi lo è ancora. Ma era un fatto legale. E c’erano delle scelte: se le cose andavano male in Mississippi, potevi trasferirti a Los Angeles. Se non potevi vivere in America, potevi ottenere un passaporto, andare da qualche altra parte e tornare quando volevi. In Sudafrica, i non-bianchi erano circa il novanta per cento della popolazione. Sarebbe stato impossibile per la minoranza bianca mantenere la sua supremazia per sempre.

Per me, il punto era che queste cose sembravano eredità del passato. Potevi essere inorridito da loro nello stesso modo in cui ti sei sentito inorridito dai nazisti: da qualcosa, non importa quanto terribile, che comunque era finita.

A Hebron, ho visto una tirannia razziale che non solo non era finita, ma stava peggiorando decisamente. Ho visto la pulizia etnica avvenire in tempo reale, casa per casa, isolato per isolato.

Guarda questa strada, un prima e un dopo fotografati dalla mia amica Porochista Khakpour.

Questa è una strada da cui sono bandite le persone appartenenti a un determinato gruppo etnico. Quindi io, con il mio passaporto “buono”, posso camminare per questa strada, ma le persone che sono di questa città, le cui famiglie vivono qui da secoli, non possono. Un’affollata arteria commerciale che ora è completamente chiusa e senza vita. 

(Le persone nella foto qui sotto non sono palestinesi, sono scrittori che hanno partecipato al festival palestinese di letteratura.)

Le restrizioni alla vita palestinese, a partire dalla semplice possibilità di camminare per strada, sono così soffocanti che ti sembra di essere in qualche film grottesco. I palestinesi non hanno cittadinanza, né un posto dove andare: se lasciano i Territori Occupati, diventano rifugiati apolidi. E se rimangono, beh, le loro vite sono limitate in modi che sono molto difficili da descrivere. Immagina i lockdown per il Covid, ma per tutta la vita, generazione dopo generazione, e senza vaccini in arrivo. (Gli israeliani si sono per lo più rifiutati di fornire vaccini ai palestinesi sotto il loro controllo.)

Milioni di palestinesi sono già esiliati ed è stato loro vietato di tornare. Se rimangono, rischiano di essere espulsi in qualsiasi momento. È molto difficile vedere una soluzione al problema, dal momento che i coloni e lo stato israeliano sono in continua espansione, e creano continuamente nuove restrizioni. La pulizia etnica e la supremazia razziale avanzano giorno dopo giorno.

Questo è qualcosa che puoi capire intellettualmente. Puoi desiderare che la situazione possa migliorare. Ma finché non lo vedi, è difficile spiegare quanto sia crudele, perverso, criminale. Perché davvero: chi crederebbe che ai giorni nostri, in un paese che ama definirsi una democrazia, alle persone sia proibito, a causa della loro razza, camminare per strada.

Se sei americano, provi una profonda vergogna. Come non farlo? Noi paghiamo per tutto questo. Entrambi i partiti concordano quasi unanimemente sul fatto che dobbiamo sostenere Israele diplomaticamente, militarmente ed economicamente, fino al punto che gli israeliani hanno uno standard di vita più elevato di molti americani.

Un esempio: gli israeliani hanno tutti un’assicurazione sanitaria. Gli americani, ovviamente, no.

E gran parte di Israele è americana. Mi chiedo perché il criminale di carriera Benjamin Netanyahu parla così bene l’inglese? Perché è di Filadelfia. Il probabile nuovo primo ministro Naftali Bennett – quello che ha detto “Ho ucciso molti arabi nella mia vita – e non c’è problema con questo” – è di San Francisco. Gli ultimi due ambasciatori a Washington provenivano, rispettivamente, dal New Jersey e da Miami. Una percentuale enorme dei coloni sono americani.

L’altra cosa americana è la tecnologia. Non solo le armi, che compriamo a suon di miliardi per Israele, ma la tecnologia che di solito consideriamo divertente o innocua. L’occupazione israeliana è un incubo distopico dotato di iPhone e Google, codici a barre e scanner. È la tecnologia più moderna messa al servizio di una delle etnocrazie razziali più arcaiche del mondo.

E se, oltre ad essere americano, sei ebreo, ti senti tradito. Sono cresciuto nel sud americano. Nella mia famiglia, come in tante altre famiglie ebree, la cosa peggiore che potevi essere era quella di essere razzista. Questo sarebbe stato un tradimento sia della nazione che del popolo: della promessa americana di uguaglianza e democrazia, e dell’intera eredità dell’etica ebraica.

Ricordo quanto fosse mortificata mia nonna ogni volta che un ebreo appariva nei notiziari per qualcosa di diverso dal vincere il premio Nobel. Certo, c’erano imbroglioni ebrei, mafiosi ebrei, serial killer ebrei, ma queste persone erano considerate la feccia della terra ed erano evitate dagli elementi rispettabili della comunità ebraica. La cosa peggiore che potevi essere era uno shanda fir di goyim, un ebreo che metteva in imbarazzo gli ebrei, e quindi giustificava la persecuzione e l’odio dei gentili. 

È difficile per me pensare allo Stato di Israele come a qualcosa di diverso da uno shanda fir di goyim 

Cammini per strada a Hebron. Vedi gente che ruba le case di altre persone perché appartengono a una razza diversa. E perché? Per costruire un brutto condominio per qualcuno del New Jersey?

E pensi: è per questo che sono morti in sei milioni?  

Che cosa si può fare? Cosa può fare uno qualunque di noi? È la domanda che mi impedisce di scrivere su questo argomento. Perché, davvero, scrivere una mail su Substack cambia davvero qualcosa?

Devo credere che le idee e le parole contino ancora. Devo credere che si possa fare appello alle parti migliori della natura umana.

E ci sono cose che puoi fare: per esempio, guardando a cose come il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, il movimento spesso diffamato che cerca di forzare il cambiamento agendo dall’estero. Questo era l’approccio che la scrittrice ebrea Nadine Gordimer prediligeva nei confronti del suo paese, il Sudafrica. Aveva visto quanto fosse stato efficace costringere il regime dell’apartheid a dimettersi e aveva esortato gli altri a usare lo stesso approccio nei confronti di Israele – venti, trent’anni fa, quando l’occupazione era già uno shanda internazionale .  

Ma penso che la prima cosa che possiamo fare sia rompere la nebbia retorica. Riconoscere che c’è un occupante e un occupato, e che il dovere morale è verso i poveri, gli impotenti, i perdenti.

Quello che possiamo fare è negare il nostro consenso.

Quello che possiamo fare è dire di no.

Benjamin Moser è uno scrittore americano. La sua biografia di Susan Sontag intitolata Sontag: Her Life and Work ha vinto il Premio Pulitzer 2020 per la biografia.   

https://mondoweiss.net/2021/06/a-trip-to-hebron/

Traduzione di Donato Cioli – AssoPacePalestina

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