Un caso di blues palestinese

Set 20, 2021 | Riflessioni

di Henriette Chacar,

+972 Magazine, 3 settembre 2021. 

Registrando in lockdown, un trio musicale dà a un classico del blues un twist arabo, esplorando nuovi spazi per la solidarietà tra Neri e Palestinesi

Senza titolo, dal lavoro “L’Islam suonava il blues” di Toufic Beyhum. (www.tbeyhumphotos.com)

Mentre leggi, ascolta la playlist su Spotify curata da noi e ispirata da questa storia

Per Kareem Samara, un polistrumentista, compositore e sound artist anglopalestinese, era naseeb: destino. Un giorno, nel 2020, il regista e produttore musicale palestinese-americano Sama’an Ashrawi gli ha mandato un messaggio chiedendogli di suonare con l’oud “Baby, Please Don’t Go,” un vecchio standard blues americano. Ashrawi era curioso di sentire come suonava il blues nei quarti di tono dello strumento mediorientale. Pochi minuti dopo, Samara gli ha mandato una registrazione del brano.

È una canzone che ho sempre amato”, dice Samara, “Quella canzone ce l’ho nel sangue”.

Ashrawi e Samara si erano incontrati in Palestina nel 2019, mentre Samara stava facendo un viaggio per ricostruire le sue origini palestinesi. La famiglia di sua madre era fuggita da Jaffa verso l’Egitto durante la Nakba, e lui era il primo della famiglia a tornare in Palestina dal 1948. A quel tempo, Ahsrawi stava facendo ricerche su Al Bara’em, considerata la prima band rock’n’roll di lingua araba della Palestina, che suo padre aveva fondato con i suoi fratelli e sorelle negli anni Sessanta.

“Baby, Please Don’t Go” è probabilmente l’adattamento di una canzone folk dei tempi dello schiavismo negli Stati Uniti. La maggior parte delle variazioni sul tema possono farsi risalire alla versione registrata nel 1935 dall’artista Delta blues Big Joe Williams, il cui testo trasmette la paura per un amore che se ne va “e torna a New Orleans”. Uno dei versi della versione originale – “credo che l’uomo se ne sia andato, alla fattoria della contea, adesso porta una lunga catena” – suggerisce che chi canta sia un prigioniero che prega il suo amore di non andarsene prima che lui venga rilasciato.

Da allora, la canzone è stata suonata da numerosi pezzi grossi del blues e da gruppi rock, compresi Them, AC/DC e Rolling Stones. Per Ashrawi, tuttavia, la versione che gli è rimasta nel cuore è quella del noto cantante country blues e chitarrista innovativo Samuel John “Lightnin’” Hopkins.“Il giro di chitarra in quella canzone è talmente memorabile che mi resterà sempre in testa”, dice.

Samara ha suggerito di trasformare la registrazione con l’oud in una traccia. “Diceva, tipo, ‘conosci qualcuno che potrebbe suonare su questa base?’ E la prima persona a cui ho pensato è stata la mia amica Kam Franklin”, ricorda Ashrawi. Franklin, autrice di canzoni e prima voce del gruppo soul texano The Suffers, ha accettato l’invito.

QUI  puoi ascoltare “Baby, Please Don’t Go”

“Per me il fatto di avere Kam nella canzone era veramente speciale, e volevo essere sicuro che ci fosse qualcosa al di là della sua voce che rendesse la versione una cosa di Kam”, dice Ashrawi. È a quel punto che ha pensato di sostituire “New Orleans” nel testo originario con “Third Ward,” il quartiere di Houston, Texas, dove Franklin ha la sua base e dove ha vissuto Lightnin’ Hopkins.

È anche dove George Floyd, un Nero il cui omicidio per mano della polizia di Minneapolis l’anno scorso ha suscitato un’ondata di reazione a livello mondiale, è cresciuto e ha insegnato ai giovani. “I neri americani hanno dimostrato solidarietà con i Palestinesi, e noi dimostriamo solidarietà a nostra volta, ma forse non abbastanza”, dice Samara. “Questo è un ottimo modo di mostrare solidarietà, un modo che forse non è mai stato utilizzato prima”.

Ciò che era partito come una collaborazione estemporanea si è evoluto in una nuova band chiamata Azraq, che significa “blu” in arabo, con Ashrawi, Franklin e Samara. Nonostante le lungaggini imposte dal COVID-19, il trio sta lavorando a nuova musica, sperimentando demo originali e versioni blues di canzoni tradizionali palestinesi. 

Un dipinto di Nour Bazzari, artista astrattista adolescente palestinese, ispiratl dalla versione di ‘Baby, please don’t go’ degli Azraq (Courtesy of Sama’an Ashrawi)

“Pensando alla durezza dell’oppressione cui i Neri sono stati sottoposti negli Stati Uniti, e pensando alla sofferenza e all’oppressione a cui sono stati sottoposti i Palestinesi, in entrambi i casi è una sofferenza che viene dal colonialismo”, riflette Ashrawi. “Come possiamo mettere insieme il suono della Palestina con quello del blues, e la sensazione di entrambi? È questa l’intersezione che stiamo esplorando”.

Alla ricerca dell’autenticità

Quando si suona in gruppo, la migliore performance nasce dallo scambio di sguardi e dalle sensazioni, dice Samara. Ma essendo loro tre in lockdown in città diverse a seguito dello scoppio del Coronavirus, WhatsApp è diventato il loro modo di stare connessi mentre lavoravano al pezzo. Si è dovuto registrare musica e voce separatamente, “e non abbiamo usato il click”, spiega Samara, riferendosi a un metronomo digitale che aiuta i musicisti a rimanere in sincrono. “Ci sono buchi, ci sono pensieri durante la registrazione, a volte c’è un ritardo prima che cominci una battuta, ci sono punti in cui ci sovrapponiamo. Ci sono punti in cui lei [Franklin] fa qualcosa di così perfetto con la sua voce, che se dovessi rimaneggiarla, toglierei qualcosa perfino all’imperfezione di me che suono con lei in modo non corretto”.

Decidere di produrre la traccia in questo modo, seppure più impegnativo, le ha conferito una sensazione “dal vivo“ che ha consentito al trio di restare fedele alla natura grezza e improvvisativa della musica blues. “Ho sempre ricercato l’onestà. Ho sempre ricercato la genuinità. Ho sempre cercato qualche genere di autenticità nel suono”, dice Samara. E non solo il blues permette ai musicisti di non preoccuparsi di questa autenticità, è proprio una caratteristica definitoria del genere. “Nel blues c’è una struttura, c’è un’idea, c’è una scala, ma quando una persona prende la chitarra, può fare tutto ciò che vuole”.

Lo studio casalingo di Samara, dove ha registrato la musica per il pezzo, è costruito esattamente per facilitare questo suono naturale. La stanza, di medie dimensioni, non è insonorizzata e rimanda una certa eco, che non è considerata la cosa migliore quando si registra musica.

Il processo di produzione di Samara, “molto indie, molto lo-fi”, di solito coinvolge un computer, una tastiera, percussioni, oud e chitarra. Per questa cover, oltre all’oud e alla voce di Franklin, Samara ha aggiunto una chitarra basso; il riq, un tamburello tradizionale comune nella musica araba, darbukas arabe e curde, delle percussioni manuali a clessidra con cui teneva contemporaneamente il ritmo; e delle campane siriane che vanno sopra ai piedi, che un amico gli aveva comprato a Gerusalemme. “Sembra molto ricercato e complicato, ma non lo è”.

Senza titolo, dal lavoro “L’Islam suonava il blues”, di Toufic Beyhum. (www.tbeyhumphotos.com)

La canzone si apre con il suono di un drone che Samara ha creato con la tastiera. “Sono un grande sostenitore della pazienza e dell’atmosfera, e della preparazione del contesto”, dice. Il drone “Era la cosa giusta a cui dare un po’ di spazio”.

Mentre discutevano di come integrare al meglio il drone e le percussioni, Franklin ha detto che aveva un’idea. “Nel giro di un giorno, ha inviato gli “ooh” che si sentono alla fine”, dice Samara. Rendono il finale tanto più inquietante e speciale”.

‘La chitarra non ha lo stesso suono dell’oud’

Ashrawi, il cui padre è Palestinese, è cresciuto a Cypress, in Texas, una città a circa 24 miglia a nord-ovest di Houston. Sebbene ricordi pochi Arabi tra i suoi vicini di casa, c’erano segni di identità araba dappertutto a casa sua: i tatreez, arazzi ricamati palestinesi, di sua nonna adornavano le pareti; suo padre ascoltava Fairuz e i Rahbani Brothers; perfino i pigiami che ricorda di aver usato da bambino avevano scritte in arabo.

Durante l’intervista su zoom, a fare da cornice ad Ashrawi c’era una griglia di copertine di dischi appese al muro, da Gil Scott-Heron, ai Commodores, a Ray Charles. “Dà una buona idea della musica con cui sono cresciuto”, dice. “Molti Beatles, molti Led Zeppelin. Molto jazz, davvero un sacco di jazz”.

Da bambino Ashrawi suonava il pianoforte e il sassofono. Ogni tanto accarezza l’idea di imparare a suonare la chitarra, ma “per imparare la chitarra devi farti i calli sulle dita, e a me piace avere le mani morbide”, dice.

Alle superiori, Ashrawi ha utilizzato gli stipendi da bagnino di un’estate per installare delle grandi casse nel bagagliaio della sua auto. “Ho ancora amici che mi ricordano per le canzoni che suonavo nel parcheggio della scuola”, dice, elencando come esempi “Poppin’ My Collar” dei Three 6 Mafia e “Cocaine” degli UGK. Al college ha iniziato a fare il deejay e usava GarageBand, un software per la produzione di musica digitale, per creare ritmi con il computer. “Avevo delle idee su ciò che avrei voluto sentire, ma semplicemente non avevo il modo per creare io stesso quei ritmi”, dice. È allora che ha deciso di interessarsi alla produzione della musica: “mi dava l’idea che era qualcosa che mi avrebbe interessato, ma dove non dovevo necessariamente essere io quello che premeva tutti i tasti”.

Per contro, l’esperienza di Samara con la musica è molto fisica. È cresciuto suonando la chitarra a scuola, ed ha fatto parte di numerose rock band. Più avanti ha lavorato nella pubblicazione di musica, a musicare i film e a fare l’insegnante di chitarra.

“Mia madre si lamentava che la chitarra non ha il suono dell’oud. Se suonavo Um Kulthoum, o qualcosa che sentivo nelle sue cassette”, dice, riferendosi all’icona musicale egiziana, “non riuscivo mai veramente ad ottenere i mezzi toni, o anche le intere scale delle cose che suonavano”. In uno dei suoi viaggi in Egitto, ha comprato un oud, ma gli ci sono voluti anni per ottenere la sicurezza per suonarlo. 

Resistere alla disperazione

Il blues è un genere musicale creato nel profondo Sud dagli afroamericani. Le canzoni blues generalmente sono storie di sofferenza e perdita, un lamento che ha anche lo scopo di lenire il dolore. Ma il blues “ha anche un aspetto più profondo e spirituale: resistere alla disperazione”, afferma in un recente scritto la dott.ssa Sylviane Diouf, una storica della diaspora africana e visiting scholar al Centro per lo Studio della Schiavitù e della Giustizia alla Brown University.

Il genere musicale è stato fortemente influenzato dalle tradizioni musulmane, che furono portate negli Stati Uniti con la riduzione in schiavitù, a partire dal sedicesimo secolo, di centinaia di migliaia di Africani occidentali di religione musulmana. Tuttavia di queste comunità e del loro contributo alla cultura americana si sa relativamente poco, in parte perché la storia degli schiavi Africani è stata ampiamente ignorata, e non sempre deliberatamente: molti storici semplicemente non avevano una conoscenza delle culture africana ed islamica, e pertanto non hanno riconosciuto la loro esistenza o influenza negli archivi, spiega Diouf durante un’intervista telefonica.

“Ho letto centinaia di libri sulla schiavitù e sul commercio degli schiavi”. La mia tesi, quando ero al college, fu su resistenza e rivolta nelle Americhe. E sono rimasta sorpresa di non trovare menzione dei musulmani”, dice Diouf. Questo l’ha portata a chiedersi: visto che c’erano musulmani, tra gli altri posti, in Senegal, Mali e Guinea, perché non li troviamo nei libri che sono stati scritti sulla schiavitù?

Copertina di Dana Durr per la versione di ‘Baby, Please Don’t Go’ degli Azraq (Courtesy of Sama’an Ashrawi)

Prendendo in mano la questione, Diouf ha cominciato a interrogare fonti in francese, inglese, spagnolo e portoghese, portando alla luce una storia ricca eppure ignorata. “Quando cerchi qualcosa lo trovi”, dice. Le sue scoperte sono state pubblicate per la prima volta in un libro del 1998 intitolato “servitori di Allah”. Una seconda edizione è stata pubblicata nel 2013.

Dalla sua ricerca Diouf ha appreso che le storie dei Musulmani ridotti in schiavitù sono scomparse anche a causa del modo in cui il commercio transatlantico di schiavi separava le famiglie. Poiché erano per lo più gli uomini ad essere venduti e deportati, essi o non avevano bambini o sposavano successivamente donne non musulmane. Anche in paesi come il Brasile, che avevano ampie e forti comunità musulmane di Africani che erano stati prima schiavizzati e poi liberati, trasmettere la loro fede ai figli divenne difficile: le generazioni più giovani vedevano l’Islam come una religione “austera”, che li avrebbe resi una minoranza, ed “era più ‘divertente’, per usare una terminologia moderna, essere cristiani”, nota Diouf.  

Ma ci sono delle ragioni per cui il blues si è radicato solo negli Stati Uniti, e non nelle altre colonie. Negli Stati Uniti, gli Africani dell’ovest ricrearono gli strumenti a corde che avevano suonato per migliaia di anni, come il banjo, diversi tipi di liuto, e il violino, che poi si trasformò nella chitarra. E quando i non musulmani sentivano l’adhan (la chiamata alla preghiera), i canti Sufi, le duas (suppliche) o le lamentazioni, lo percepirono come un diverso tipo di musica africana, che poi avrebbero imitato e diffuso. Decenni più tardi, queste pratiche, fuse con altre tradizioni musicali africane, si trasformarono nelle grida e nei richiami che hanno condotto al blues.

“Con ogni probabilità furono queste manifestazioni uditive della fede musulmana, e non semplicemente ciò che trasmisero i musicisti, a generare la tipica musica afroamericana del sud”, scrive Diouf nel suo saggio. Un clamoroso esempio che sottolinea è “Levee Camp Holler”, una canzone che gli ex schiavi afroamericani cantavano mentre costruivano gli argini della valle del Mississippi nell’America post guerra civile. “È quasi una corrispondenza esatta con la chiamata alla preghiera di un muezzin dell’Africa occidentale”, scrive Diouf. “Quando i due pezzi vengono giustapposti, è difficile distinguere quando finisce la chiamata alla preghiera e comincia il richiamo” (è interessante che il primo muezzin fosse un ex schiavo dell’Africa orientale, nominato dal profeta Mohamed). 

Questo stile di canto, con la presenza di intonazioni nasali ondulate e di melismi, l’espressione di molte note su una sola sillaba, è ancora popolare nel mondo musulmano. Nella versione di “Baby, please don’t go” degli Azraq, si può sentire nelle sonorità dell’oud, e nei tremolii e nelle vibrazioni dei vocalizzi di Franklin.

Henriette Chacar è vicedirettrice e reporter di +972 Magazine, e realizza anche i podcast della testata. Prima ha lavorato in un settimanale del Maine, The Intercept, e Rain Media for PBS Frontline. Henriette ha una laurea magistrale in giornalismo e affari internazionali alla Columbia University.

https://www.972mag.com/palestinian-blues-azraq/

Traduzione di Dora Rizzardo – AssoPacePalestina

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