Uno studio storico-giuridico sugli sfratti a Sheikh Jarrah

Mag 20, 2021 | Riflessioni

dalla: Civic Coalition for Palestinians’ Rights in Jerusalem

L’associazione Civic Coalition for Defending Palestinians’ Rights in Jerusalem ha condotto un approfondito studio sulle vicende legali che sono alla base dei recenti avvenimenti a Sheikh Jarrah nonché della successiva escalation militare tra Israele e la Striscia di Gaza. Qui di seguito la traduzione del Sommario del documento, mentre più dettagliate informazioni sono disponibili nell’allegato file pdf in inglese.

Sommario dello studio

Sheikh Jarrah, un quartiere palestinese nella Gerusalemme Est occupata, tra la Città Vecchia e il Monte Scopus, è diventato il sito di una lunga battaglia legale le cui implicazioni vanno dagli sfratti di oltre 25 famiglie alla fattibilità di un futuro accordo di pace israelo-palestinese e allo status a lungo termine di Gerusalemme. Quattro famiglie palestinesi sono già state sfrattate dalle case in cui hanno vissuto per più di 50 anni, mentre altre 23 vivono in circostanze precarie, in attesa di varie udienze e decisioni giudiziarie che determineranno il loro destino.

La loro storia ebbe inizio nel 1956, quando furono installate a Sheikh Jarrah dall’UNRWA e dal governo giordano. Alle 28 famiglie furono promessi gli atti di proprietà per le case che avevano ricevuto come parte di un’iniziativa umanitaria, ma questo non è mai avvenuto. Dopo la guerra del 1967, due gruppi ebraici (i Comitati) cercarono di attribuirsi una forma prioritaria di proprietà sulla base di rivendicazioni storiche e religiose sul terreno di costruzione contenute in un dubbio documento dell’epoca ottomana. Poiché questa forma prioritaria di proprietà non può avere alcun effetto su terzi che occupano la terra, un tentativo del 1974 di sfrattare quattro famiglie del quartiere fu respinto.

Gli anni successivi furono tranquilli, ma nel 1982 la proprietà  di queste case fu nuovamente contestata in un caso cardine che divenne il precedente per tutte le azioni successive. Durante il procedimento Yitzhak Toussia-Cohen, un avvocato che rappresentava 17 famiglie, raggiunse un accordo in cui si non contestavano le rivendicazioni di proprietà dei Comitati e si accettava invece lo status di “inquilini protetti” per le famiglie. Questo passo falso ha creato una situazione per cui, nelle controversie successive, le famiglie non potevano più contestare la legalità della proprietà dei Comitati ed erano tenute a pagar loro l’affitto e a chiedere il loro permesso per eseguire lavori di ristrutturazione, condizioni  che le famiglie appresero solo dopo che l’accordo era stato approvato dal tribunale.

A partire dal 1999, i Comitati hanno avviato procedimenti di sfratto contro tre famiglie per mancato pagamento dell’affitto e costruzione illegale. Nel corso dei dieci anni successivi, sono state presentate numerose azioni legali, ma poiché la maggior parte degli avvocati delle famiglie aveva firmato involontariamente il suddetto accordo del 1982, gli avvocati non sono stati in grado di contestare formalmente il documento ottomano che è alla base della rivendicazione dei Comitati sul terreno di costruzione, nonostante l’esistenza di numerose discrepanze che mettono in dubbio la sua autenticità. La famiglia Sabbagh, che non è firmataria dell’accordo del 1982 che riconosce il diritto dei comitati alla proprietà, sta ancora portando avanti il suo caso attraverso i tribunali. Poiché questo caso non è vincolato dall’accordo del 1982, la famiglia spera che i tribunali consentano di contestare la validità dei documenti sospetti dei Comitati.

La sofferenza umana causata sia dallo stress provato durante le lunghe battaglie giudiziarie, sia dagli sfratti stessi, sia dalle conseguenze che ne derivano è stata considerevole. “È impossibile pianificare un futuro” dice il signor Hanoun, uno dei residenti sfrattati. “Lo sfratto ha distrutto le nostre vite. Vivere per strada è davvero difficile. La mia famiglia si sente morire a vedere facce strane che vivono nella casa in cui abbiamo trascorso la nostra vita”. Hanoun, come le altre famiglie sfrattate, attualmente vive per strada, trascorre le sue giornate seduto sotto un ulivo solitario di fronte a casa sua, sperando che un giorno gli venga restituita.

Oltre alle questioni umanitarie evidenti in questi casi, ci sono significativi aspetti legali internazionali e umanitari da esplorare. Secondo il diritto internazionale, Gerusalemme Est è considerata territorio occupato e la comunità internazionale non ha mai riconosciuto l’annessione di quell’area da parte di Israele. Di conseguenza, Israele è investito solo di poteri amministrativi temporanei, non può imporre la sua legge israeliana, e –forse la cosa più importante– non può trasferire la propria popolazione nell’area. Come già detto, i casi di Sheikh Jarrah sono stati giudicati da tribunali israeliani contrariamente al diritto internazionale e, a seguito degli sgomberi, degli Ebrei israeliani si sono trasferiti nel territorio occupato.

In base al diritto internazionale umanitario, tre motivi principali proteggono i residenti palestinesi di Sheikh Jarrah. In primo luogo, Israele è obbligato a considerare i Palestinesi di Gerusalemme come persone protette a cui sono stati garantiti i diritti inalienabili alla vita, all’onore della famiglia, alla proprietà privata, alle convinzioni religiose ed è stato loro assicurato un trattamento umano, nonché protezione contro minacce o atti di violenza. Lo status di locazione protetta accordato ai residenti di Sheikh Jarrah dall’accordo del 1982 non può in alcun modo privare i residenti palestinesi di Sheikh Jarrah del loro status di persone protette, o alleviare gli obblighi di Israele nei loro confronti e, quindi, non ha validità ai sensi del diritto internazionale.

In secondo luogo, i residenti sono protetti dalla confisca e dalla distruzione della loro proprietà privata. Diversi schemi di pianificazione attualmente in fase di approvazione si basano sul sequestro e sulla distruzione delle case palestinesi. Poiché violano il divieto di confisca e distruzione, questi piani violano il diritto internazionale umanitario.

Infine, i residenti palestinesi di Sheikh Jarrah sono protetti dalla deportazione e dal trasferimento forzato, protezioni che sono state violate dagli sforzi sistematici di Israele per sgomberare con la forza le famiglie. In complesso, questi sfratti hanno portato allo sfollamento di oltre cento persone protette da Gerusalemme Est occupata o all’interno di essa.

Oltre alle violazioni del diritto umanitario, l’applicazione complementare delle leggi sui diritti umani getta nuova luce su questa complessa situazione. I diritti alla casa e alla proprietà e le corrispondenti protezioni contro gli sgomberi forzati sono ben stabiliti nell’ambito dei principali meccanismi di tutela dei diritti umani. I quattro sfratti eseguiti fino ad oggi dimostrano il mancato rispetto del diritto a un possesso legalmente assicurato e quindi violano il diritto umano alla casa.

Dopo aver esaminato le implicazioni umanitarie della vicenda di Sheikh Jarrah, è importante considerare i casi in un contesto più ampio. Le organizzazioni non profit private ebraiche si sono impadronite di Sheikh Jarrah perché è un’area strategica dal punto di vista religioso e geografico di Gerusalemme Est, ed è giudicata matura per una rinnovata presenza ebraica. Mentre gli sgomberi forzati e il trasferimento della popolazione nelle aree occupate sono preoccupanti ovunque si verifichino, sono particolarmente perniciosi a Gerusalemme Est poiché, in ultima analisi, le sue implicazioni potrebbero pregiudicare una risoluzione pacifica negoziata del conflitto israelo-palestinese basata su una divisione di Gerusalemme.

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