“Fragile coesistenza”: i Palestinesi in Israele chiedono a gran voce l’uguaglianza

Mag 30, 2021 | Riflessioni

di Jonathan Cook,

Middle East Eye, 26 maggio 2021.   

Una nuova generazione di cittadini palestinesi di Israele chiede la fine dell’umiliazione e della demonizzazione della loro identità palestinese da parte dei compatrioti ebrei

Cittadini palestinesi di Israele manifestano per il diritto al ritorno dei rifugiati, vicino Umm al-Fahm, 9 maggio 2019 (AFP)

Lo scorso venerdì, poche ore dopo che un cessate il fuoco è entrato in vigore tra Israele e Hamas –ponendo fine a 11 giorni di ostilità che hanno portato all’uccisione di oltre 260 Palestinesi e alla distruzione di ampie zone di Gaza– la Città Vecchia di Acri sulla costa settentrionale di Israele ha tentativamente riaperto ai visitatori.

Per gran parte delle due settimane precedenti, questo ghetto palestinese, intrappolato all’interno di una città ebraica molto più grande e moderna che ha lo stesso nome, è stato teatro di quel che i media israeliani hanno definito “rivolte”. Effettivamente era stato dichiarato zona interdetta dalla polizia.

Come in altre comunità palestinesi in Israele, la gioventù di Acri è esplosa in una protesta rabbiosa all’inizio del mese, resa furiosa dalle scene della brutalità israeliana nella Gerusalemme occupata e dai devastanti attacchi missilistici su Gaza, che hanno solo riportato alla ribalta una realtà di emarginazione e maltrattamenti sistematici subiti dai Palestinesi all’interno di uno stato ebraico. 

Una nuova generazione di cittadini palestinesi di Israele –connessi globalmente mediante i social media– è apparsa essere sul punto di rottura, chiedendo a gran voce l’uguaglianza e la fine della loro umiliazione collettiva e della demonizzazione della loro identità palestinese da parte dei compatrioti ebrei.

La polizia israeliana ha risposto rapidamente e ferocemente, anche quando la maggioranza delle proteste nelle comunità palestinesi erano nonviolente. La polizia paramilitare di frontiera usualmente impiegata nei Territori Occupati è stata chiamata come rinforzo della polizia regolare.

Il quotidiano Haaretz, questa settimana, ha riportato una fonte di polizia che dichiarava che le sue forze hanno usato in Israele più granate stordenti nelle scorse due settimane che nei precedenti 20 anni. Anche gas lacrimogeni e proiettili di gomma sono stati usati largamente.

Ma, ancora più inquietante, bande di Ebrei di estrema destra hanno rapidamente “assistito” la polizia –sollecitati dai ministri del governo israeliano– per infliggere il proprio tipo di “giustizia” in stile ‘vigilantes’, vagando per le strade e attaccando chiunque sembrasse “arabo”.

La reazione violenta degli Ebrei israeliani

Il primo morto causato dalla violenza è stato un Palestinese padre di tre figli, a cui hanno sparato nella città di Lod mentre fronteggiava quattro Ebrei armati. E vicino a Tel Aviv, un tassista è stato trascinato fuori dalla sua auto e picchiato duramente dopo che una folla di centinaia di persone aveva distrutto un negozio di proprietà di un cittadino palestinese, senza che la polizia si fosse fatta viva.

Sono state queste scene, e la violenza della polizia, a trasformare in breve tempo le proteste in scontri che i media e i politici hanno in modo improbabile dichiarato un “pogrom” contro gli Ebrei.

Il cessate il fuoco di Israele con Hamas potrebbe non tradursi così facilmente nella fine delle tensioni tra la maggioranza ebraica e la minoranza palestinese in Israele. Anche se riaperti, i rinomati ristoranti di pesce di Acri intorno al porto sono rimasti per lo più vuoti.

Anche i motoscafi, di solito pieni di persone in cerca di emozioni che sfrecciano davanti alle mura di cinta d’epoca crociata di Acri battute dalle onde, sono ormeggiati pigramente alla banchina del molo.

Gli abitanti palestinesi della vecchia Acri, già provati dalla perdita di turisti durante la pandemia globale, stanno ora affrontando il contraccolpo degli Ebrei israeliani. Con un solo tavolo occupato da una famiglia locale in uno dei ristoranti più noti della Città Vecchia, venerdì, un cameriere mi ha detto: “Non mi aspetto di vedere presto degli Ebrei [israeliani] qui. Vorranno punirci”.

I Palestinesi in Israele, un quinto della popolazione, sono i discendenti del piccolo numero di Palestinesi che evitarono le espulsioni di massa del 1948 che hanno creato Israele sulle rovine della loro patria.

Oggi, 1.800.000 Palestinesi vivono prevalentemente in città e villaggi rigidamente segregati, cittadini poco più che nominali. Le loro manifestazioni di massa a livello nazionale, contro la discriminazione sistematica da parte di uno stato che è stato loro imposto, non sono riuscite a suscitare comprensione o partecipazione da parte degli Ebrei. Sono servite invece solo a rendere più profonda la sfiducia e a giustificare la brutalità della polizia.

Per paura o per boicottaggio, o per un mix di entrambi, gli Ebrei israeliani si tengono lontani dalle comunità palestinesi all’interno di Israele, come ad Acri, di cui una volta riempivano le strade. In tempi normali venivano a mangiare cibo arabo, a comprare beni a basso costo nelle bancarelle del mercato, a far riparare a buon mercato le loro auto o a visitare i siti archeologici locali.

Donne in lutto per la morte di Mohammad Kiwan, un Palestinese di 17 anni che è stato ucciso dalle truppe israeliane il 20 maggio 2021 (AFP)

Questa è la misura della “coesistenza” in Israele. Ma ora anche questa flebile associazione non c’è più. La minoranza palestinese sta ancora una volta pagando un caro prezzo per aver alzato la voce contro l’oppressione da parte della maggioranza ebraica.

“Il cavallo di Troia” palestinese

Tuttavia, le comunità palestinesi devono affrontare ben altro che i boicottaggi dei consumatori. La polizia non vede l’ora di regolare i conti con la minoranza palestinese per la sua impudenza di organizzare le proteste.

Il filo conduttore delle interviste agli agenti di polizia è stato il rimpianto di essere stati “troppo morbidi” e troppo lenti nell’usare la forza. Questa settimana, uno di loro ha detto a Haaretz: “La cosa più importante ora è ripristinare la deterrenza. Altrimenti, durante la prossima acutizzazione andranno ancora oltre”.

Questa politica di deterrenza può spiegare l’operazione di arresti di massa lanciata dalla polizia lunedì –chiamata “legge e ordine”– “per portare davanti alla giustizia i rivoltosi, i criminali e tutti quelli coinvolti nei disordini”. Ci sono già stati più di 1.550 arresti, la stragrande maggioranza dei quali riguarda cittadini palestinesi. L’ondata di violenza di strada dell’estrema destra ebraica è stata largamente ignorata.

La polizia ha anche aumentato la sua visibilità con posti di blocco nelle cosiddette “città miste” come Giaffa, fermando chiunque sembri palestinese e molestandolo. Tutto questo è stato incentivato dalle istigazioni dei politici israeliani durante le proteste. Hanno rafforzato l’impressione di una permanente minaccia alla popolazione ebraica da parte della minoranza palestinese nel paese.

Il presidente Reuven Rivlin ha descritto i dimostranti palestinesi come una “folla araba assetata di sangue” determinata a fare un “pogrom” contro gli Ebrei israeliani. Contemporaneamente, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha equiparato i manifestanti –una larga parte della gioventù palestinese in Israele– ai “terroristi”.

Ha anche affermato che le proteste palestinesi in Israele rappresentano una minaccia per la sicurezza più seria di quella dei razzi di Hamas. Questa retorica ha rafforzato una narrativa partorita dalla destra ultranazionalista negli ultimi due decenni: i cittadini palestinesi sono una minaccia interna, un cavallo di Troia che opera dall’interno ma che è al servizio degli interessi dei Palestinesi all’esterno, come Hamas.

Aggressione della polizia

Le proteste di questo mese hanno forti assonanze con gli eventi dell’ottobre 2000, all’inizio della Seconda Intifada (insurrezione).

Allora, come oggi, la polizia ha preso d’assalto le comunità palestinesi all’interno di Israele per schiacciare le proteste di solidarietà con i Palestinesi di Cisgiordania e Gaza. In quei giorni, la polizia ha sparato e ucciso 13 manifestanti palestinesi disarmati all’interno di Israele e ne ha feriti gravemente altre centinaia.

L’aggressione della polizia è stata alimentata e giustificata dalla falsa visione dominante, che le proteste fossero un tentativo di rovesciare lo stato dall’interno. Questa narrazione non è mai stata messa seriamente in discussione. Per anni gli Ebrei israeliani hanno boicottato città palestinesi come Nazareth per rappresaglia.

Ma c’era un riflesso politico più profondo e permanente. Gran parte degli Ebrei interpretò gli eventi dell’ottobre 2000 come una conferma del sospetto che nutriva da tempo, che tutti i Palestinesi –compresi i loro poco amati vicini in Israele– fossero uguali. Non ci si poteva fidare di loro e stavano lavorando insieme con un obiettivo comune: gettare a mare gli Ebrei.

Il frutto di questo sistema di credenze è stato, per prima cosa, l’elezione di un governo guidato dal criminale di guerra Ariel Sharon e poi il consolidamento di una crescente destra ultranazionalista intorno a Netanyahu, ora il primo ministro più longevo di Israele.

E questo sistema di credenze è stato anche in gran parte la ragione per cui l’estrema destra ebraica era ben preparata e così veloce nel presentarsi in strada per “rompere le facce” quando la minoranza palestinese è esplosa in protesta questo mese.

I gruppi legali e per i diritti umani hanno documentato la proliferazione quasi istantanea di gruppi di estrema destra nei social media che cospiravano e si armavano per aggredire cittadini palestinesi. Molti venivano dalle colonie o erano loro alleati. Non si è trattato di un’espressione spontanea di violenza. In alcuni casi, i coloni erano venuti in pullman, con le loro armi, nelle “città miste” per mettere in pratica i loro canti di “morte agli Arabi“.

Un dimostrante con una bandiera palestinese vicino a un cartellone elettorale raffigurante Netanyahu, con una didascalia che recita in arabo “Chi sta prendendo in giro?” (AFP)

Cosa ancor più preoccupante, presto son venute alla luce prove che queste violente bande di Ebrei erano spesso operative con l’apparente autorizzazione della polizia o che addirittura lavoravano con essa. Erano esonerate dal coprifuoco che la polizia imponeva a tutti gli altri e sono state filmate mentre tiravano pietre a cittadini palestinesi a fianco di agenti di polizia che sparavano granate stordenti.

Se questa è stata la politica della polizia, è molto probabile che sia stata approvata da Amir Ohana, il ministro dell’Interno e stretto alleato politico di Netanyahu. Mentre bande di Ebrei armati imperversavano nelle zone palestinesi all’interno di Israele, egli chiamava gli Ebrei a prendere la legge nelle loro mani. Si è riferito ai cittadini ebrei come a una “forza moltiplicatrice”, il braccio lungo della violenza della polizia.

È stata una priorità di Ohana quella di semplificare ulteriormente le condizioni per cui gli Ebrei possono ottenere un porto d’armi. E ce n’è una grande brama: le domande sono schizzate di sette volte negli ultimi giorni.

Crescita dei “giovani delle colline”

Per oltre due decenni c’è stata una crescita costante di estremisti religiosi violenti che vivono all’interno della Cisgiordania e che terrorizzano i Palestinesi sotto occupazione, invariabilmente ignorati o aiutati dai soldati israeliani.

Ora, questi cosiddetti “giovani delle colline” hanno raggiunto l’età adulta e stanno mobilitando e organizzando una nuova generazione di Ebrei fascisti. Questi estremisti sono impegnati a usare la violenza contro i Palestinesi ovunque essi vivano, sia nei territori occupati sia all’interno di Israele. E così come hanno sempre trovato alleati nell’esercito israeliano, sembrano ora trovare una simile indulgenza da parte della polizia.

Negli ultimi due decenni, l’estrema destra in Israele ha sviluppato non solo una leadership politica, che è stata accolta da Netanyahu nei suoi governi di coalizione, ma un’intera rete di organizzazioni della società civile.

Gruppi come Im Tirtzu hanno intrapreso una guerra culturale per demonizzare i cittadini palestinesi che affermano la propria identità, lingua e narrazione. Lehava ha alimentato il timore dei matrimoni misti tra Ebrei e Palestinesi, anche istituendo pattuglie nelle strade per attaccare i Palestinesi, benché tali matrimoni siano eccezionalmente rari. Regavim ha dimostrato una gran maestria nel manipolare il già razzista sistema giudiziario di Israele per far demolire le case palestinesi, mentre Honenu ha manovrato gli stessi tribunali per giustificare gli autori del terrore ebraico.

Nessuno vede una distinzione tra i Palestinesi dei Territori Occupati e i Palestinesi con cittadinanza all’interno di Israele.

Questi gruppi non hanno solo reso popolare la demonizzazione di tutti i Palestinesi, inclusi i cittadini palestinesi di Israele, ma hanno preparato il terreno per una maggiore indulgenza alla violenza degli Ebrei israeliani verso la minoranza palestinese. Dove una volta l’opinione pubblica ebraica israeliana era felice di lasciare che le sue forze di sicurezza brutalizzassero i Palestinesi, ora una parte della popolazione vuole essere in grado anche di metter loro i piedi in testa.

Quanto questo sia stato assorbito e rafforzato dalla cultura politica popolare in Israele è stato illustrato dalla scioccante telefonata radiofonica con due importanti giornalisti israeliani all’inizio di questo mese. Alla domanda dello sceicco di una moschea nella città di Lod se agli Ebrei israeliani fosse “consentito massacrarci”, il conduttore Yinon Magal ha risposto: “Sì, è così che finirà, esatto”. Magal ha aggiunto: “Hai dimenticato il potere che hanno gli Ebrei”. Usando un linguaggio volgare, il suo collega, Ben Caspit, ha minacciato che era in arrivo un altro 1948, il momento in cui Israele ha ripulito etnicamente la maggior parte dei Palestinesi dalla loro patria.

Sostenitori di Lehava cantano slogan contro il matrimonio di un cittadino palestinese di Israele e un’Ebrea israeliana, 17 agosto 2014 (AFP)

Lo stallo elettorale

A contribuire a relazioni sempre più complesse e tese tra la maggioranza ebraica e la minoranza palestinese vi è il fatto che Israele ha iniziato ad abbassare le mura della sua fortezza ebraica e a impegnarsi più apertamente nell’economia globale.

Come membro dal 2010 del club delle nazioni più ricche del mondo, l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), Israele ha subito pressioni per aprire alcune aree limitate della sua economia a tutti i cittadini, inclusi i Palestinesi, specialmente nei settori dell’high-tech e della sanità. Poiché una piccola ma crescente classe media palestinese è emersa all’interno di Israele, le richieste di uguaglianza politica si sono intensificate.

Non solo i politici israeliani hanno rifiutato qualsiasi concessione ma hanno raddoppiato la dose con una legislazione più razzista e repressiva, come la Legge sullo Stato Nazione che sancisce la supremazia ebraica sui cittadini palestinesi.

Nondimeno, l’opinione pubblica ebraica si sente sempre più minacciata dalla maggiore visibilità della minoranza palestinese che si integra un po’ di più nella vita economica del paese.

Questo divario è approfondito dagli ultimi due anni di stallo elettorale. Né Netanyahu né i suoi avversari sono stati in grado di formare una maggioranza di governo senza il sostegno di un blocco di parlamentari provenienti dai partiti palestinesi. Israele ha tenuto quattro elezioni consecutive proprio per evitare questo risultato.

Per molti Ebrei israeliani, i cittadini palestinesi stanno efficacemente tenendo in ostaggio il sistema politico, rendendo impossibile agli Ebrei governare il loro stato ebraico senza fare importanti concessioni alla “quinta colonna” palestinese. Questo ha contribuito nelle elezioni di marzo al sorprendente successo della destra ebraica apertamente fascista.

E per la minoranza palestinese è più chiaro che mai che non c’è nessun partito ebraico –per quanto moderato si professi– che voglia lavorare con i partiti palestinesi. Queste elezioni senza sbocco illustrano il vicolo cieco politico del tentativo di cercare la pace o l’uguaglianza all’interno di Israele per i Palestinesi sotto occupazione.

Ritorno alle brutte vecchie maniere

L’ideologia di stato che rende Israele incapace di negoziare la fine dell’occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme, o dell’assedio di Gaza, è la stessa ideologia che assicura che la minoranza palestinese resti marginalizzata, discriminata e vilipesa.

Questa ideologia ha un nome: sionismo. Ed è radicata in una lunga tradizione di colonialismo di insediamento che è intimamente legata alla storia dell’Europa e del “Nuovo Mondo” che i suoi popoli hanno colonizzato: Stati Uniti, Canada, Australia, Sudafrica, Nuova Zelanda e altre terre.

Poco dopo il cessate il fuoco con Hamas, Israele è tornata alle sue brutte vecchie maniere, risuscitando le stesse politiche che hanno dato il via allo scontro di 11 giorni.

Sotto la scorta della polizia armata, i fanatici religiosi israeliani sono tornati al complesso occupato della moschea al-Aqsa, determinati come sono a portarlo sotto la piena sovranità israeliana. La polizia israeliana ha nuovamente attaccato i fedeli musulmani.

E la causa, rinviata, intentata dallo stato israeliano e dai coloni per ripulire le famiglie palestinesi dalle loro case nella Gerusalemme Est occupata, ritornerà presto nei tribunali israeliani. I manifestanti che tentavano di fermare le espulsioni dal quartiere Sheikh Jarrah di Gerusalemme sono stati aggrediti nel fine settimana.

La causa scatenante della rabbia palestinese non scomparirà. I soprusi continueranno e il risentimento si accumulerà nei Palestinesi fino a quando non troverà di nuovo sfogo, nelle proteste o nei razzi.

Questo è ciò che la comunità internazionale mistifica chiamandolo “il ciclo della violenza”. Ma è semplicemente il ciclo delle aggressioni israeliane e della complicità occidentale. I Palestinesi continueranno a lottare perché non hanno scelta fintanto che Israele e i suoi alleati non offriranno loro un’altra via verso la dignità e la libertà.

Il punto di vista espresso in questo articolo è dell’autore e non necessariamente riflette la politica editoriale di Middle East Eye.

Jonathan Cook, giornalista britannico che vive a Nazareth dal 2001, è autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese. Ha anche vinto il Martha Gellhorn Special Prize for Journalism. Si può visitare il suo sito web e blog a: www.jonathan-cook.net

https://www.middleeasteye.net/opinion/israel-palestine-citizens-equality-feeble-coexistence

Traduzione di Elisabetta Valento – AssoPacePalestina

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