Fatah sull’orlo di una scissione prima delle elezioni palestinesi che rischiano di venire revocate

Feb 28, 2021 | Riflessioni

di: Amira Hass,

Haaretz, 21 febbraio 2021.

Nasser al-Kidwa, da lungo tempo in contrasto con la leadership di Abbas, ha svelato il segreto di Pulcinella –una lista alternativa in fieri– e ha invitato Marwan Barghouti, prigioniero nelle carceri israeliane, a seguire il suo esempio.

Un murale con il leader palestinese incarcerato Marwan Baghouti insieme a Yasser Arafat.AHMAD GHARABLI / AFP

Il 31 marzo è l’ultima data utile per presentare le liste elettorali al vaglio del Consiglio Legislativo Palestinese previsto per il 22 maggio. Nel frattempo è probabile che il mago, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, e i suoi fedeli compagni faranno di tutto per evitare quello che nelle ultime settimane è apparso inevitabile: una scissione di Fatah in due se non tre gruppi, uno contro l’altro a competere con la lista unitaria guidata da Hamas.

Nasser al-Kidwa – un politico di lungo corso il cui nome è stato spesso associato con il gruppo che contesta la leadership di Abbas – ha rivelato il segreto di Pulcinella durante un convegno online organizzato dall’università Bir Zeit. Negli ultimi anni Kidwa, membro anziano del Comitato Centrale di Fatah, si è distinto come oppositore interno del “controllo autoritario” esercitato da Abbas su Fatah e sull’Autorità Palestinese. La scorsa settimana Kidwa non ha preso parte alla riunione del Comitato Centrale e il fatto era stato interpretato come una prima conferma ufficiale del suo impegno a formare una nuova lista.

Egli stesso lo ha infatti confermato pubblicamente per la prima volta giovedì scorso. Ha anche rivolto un invito diretto a Marwan Barghouti –attualmente detenuto nelle carcere israeliane– a sostenere questa lista e a non “fuggire dalle responsabilità,” accontentandosi di ottenere da lui almeno l’intenzione di candidarsi alla presidenza. Alcuni amici stretti di Barghouti e altri attivisti della generazione della prima Intifada hanno avuto colloqui per la formazione di questa lista e, sebbene abbiano dichiarato che la lista dovrà nascere solo dopo aver concordato una piattaforma e un programma, è già cominciata la caccia ai candidati.

Le parole di Kidwa hanno costretto Abbas a invitarlo per un incontro urgente venerdì sera. Secondo Al-Arabi Al-Jaeed, Kidwa avrebbe risposto ad Abbas che non ha nessuna intenzione di desistere dal suo progetto perché ormai si è stancato di provare a riformare Fatah.

Nasser-al.Kidwa parla alle Nazioni Unite nel 2003. REUTERS

I promotori della lista avevano sperato in un primo momento nella candidatura di Barghouti. Kidwa –nipote di Yasser Arafat e già rappresentante dell’OLP alle Nazioni Unite– è una figura importante di Fatah, ma molto meno nota al grande pubblico. Perciò il sostegno di Barghouti alla lista che si sta formando è ritenuto essenziale per attrarre un maggior numero di candidati, persuadere gli indecisi e spronare gli elettori. Durante il convegno, Kidwa ha precisato che la lista non sarà rivolta solo ai dissidenti di Fatah, ma a tutti gli attivisti indipendenti, ai membri dei vecchi partiti della sinistra, agli imprenditori a cui stanno a cuore le sorti del paese e ai membri della società civile (ONG). Non abbiamo bisogno di una riforma dell’attuale governo, ha detto, bensì di un cambiamento.

L’appello pubblico di Kidwa a non fuggire dalle proprie responsabilità fa ritenere che ci sia delusione per il ritardo di Barghouti nel manifestare le proprie intenzioni e paura che egli possa cedere alle pressioni. Dieci giorni fa Barghouti ha ricevuto la visita in prigione di Sheikh al Hussein, ministro per gli affari civili dell’Autorità Palestinese, nonché membro del Comitato Centrale di Fatah e molto vicino ad Abbas. Alcune figure prominenti di Fatah hanno fatto intendere che Barghouti concorderebbe nel sostenere una lista unitaria di Fatah. Persone vicine a Barghouti hanno dichiarato ad Haaretz che le sue posizioni non sono mutate dopo questa visita, che non ha rinunciato all’intenzione di candidarsi alla presidenza, intenzione non ufficiale ma già resa nota prima della visita di Sheikh.

Gli ambienti che sostengono Barghouti pensano che Fatah farà di nuovo circolare il messaggio paternalistico di come sia comprensibile che il più famoso dei prigionieri politici cerchi di uscire di prigione con ogni mezzo – ovvero che i suoi motivi sarebbero personali. Ma Barghouti e i suoi non si fanno illusioni sul fatto che un’eventuale elezione a presidente possa portare a un suo rilascio.

Comunque la possibile gara fra Abbas e chiunque decida di candidarsi contro di lui rende queste elezioni, che sono fissate per il 31 luglio, particolarmente interessanti. L’elezione a presidente di un detenuto nelle carceri di massima sicurezza potrebbe cambiare le regole del gioco e far nascere dinamiche del tutto nuove nei rapporti di forza con Israele. Potrebbe essere una mossa ingegnosa e sovversiva, completamente estranea alla leadership calcificata di Fatah – ma solo se fosse accompagnata da un cambiamento radicale come nelle intenzioni dei promotori della nuova lista. Perché il problema non è solo Abbas e la dittatura interna da lui stabilita, ma anche i problemi strutturali di Fatah e dell’Autorità Palestinese prodotti dagli accordi di Oslo, che hanno reso possibile questa dittatura.

La lista che si sta formando non nasce da motivazioni personali, dal risentimento di candidati che non sono stati inclusi nel Consiglio Legislativo Palestinese (come accadde nel 1996 e nel 2006), ma è piuttosto il prodotto di una fondamentale differenza di opinioni. Diversi esponenti della nuova lista hanno dichiarato ad Haaretz che “il movimento è stato sequestrato e dirottato”. La lista, aggiungono, vuole offrire nuove strategie per riprendere la lotta per la libertà e l’indipendenza invece di questa illusione di governo e di attaccamento a uno status quo che paga gli stipendi ai funzionari e amministra l’enclave sotto occupazione israeliana. Un certo numero di sostenitori della lista aggiunge come ulteriore obiettivo della lista quello di assicurare la fine della corruzione associata al governo di Fatah e riportare nel partito lo spirito di pluralismo e devozione alla patria “che tutti conoscevano”. Tuttavia, dal discorso pronunciato da Kidwi al convegno si deduce che la lista alternativa non è un fatto compiuto: gli ostacoli, per farla breve, sono ancora molti.

Registrazione per le elezioni palestinesi a Hebron nel mese corrente. AZEM BADER-AFP

Il mantra dei rappresentanti di Abbas è “una lista unitaria di Fatah” cioè una lista la cui composizione, attualmente discussa da una commissione, possa essere accettata da tutti. A questo scopo la Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est) e la striscia di Gaza sono state divise in cinque distretti e alcuni membri del Comitato Centrale di ciascun distretto sono preposti a scegliere i nomi da candidare. Barghouti e i suoi sostenitori all’interno di Fatah affermano che “deve essere garantito il processo democratico” nella scelta dei candidati e che appoggeranno la lista unitaria se verranno rispettati i criteri da loro richiesti. Propongono che un’assemblea più ampia, di alcune centinaia di membri del movimento, eletti nelle istituzioni e nei consigli dei diversi enti civili (come consiglio degli studenti, ordine degli avvocati, consigli comunali, ONG eccetera..), si riunisca ed elegga i candidati ufficiali o almeno la maggior parte di essi. La preoccupazione senz’altro fondata è che i comitati che compileranno la lista agiscano secondo le istruzioni ricevute da Abbas e che sia lui ad avere l’ultima parola.

Alla riunione del Comitato Rivoluzionario di Fatah tenutosi tre settimane fa, Abbas ha minacciato tutti quelli che intendono formare una lista separata. Secondo alcuni membri di Fatah egli avrebbe incitato i presenti con le parole: “Sparategli, uccideteli”. Senz’altro si tratta di una metafora, ma essa certamente chiarisce la sua disposizione nei confronti di potenziali “separatisti”. Si dice che Abbas abbia anche minacciato direttamente Kidwa. Nella stessa riunione ha anche dichiarato che è proibito ai vertici di Fatah (membri del Comitato Centrale e del Consiglio Rivoluzionario) di presentare la loro candidatura. Perfino i suoi sostenitori si sono sorpresi di questa disposizione perché comunque l’attività parlamentare richiede esperienza politica e professionale e perché il movimento ha a lungo osteggiato la promozione e la conquista di posizioni di rilievo da parte degli attivisti più giovani e popolari.

Nel frattempo si dice che si stia già rivedendo questa direttiva e che ci saranno alcune “eccezioni”. I cinici si dicono certi che le eccezioni verranno dalle fila dei fedelissimi del presidente. Un nuovo emendamento, apportato a gennaio alla legge elettorale (che è di fatto una direttiva presidenziale del 2007), sta destando preoccupazione fra gli avversari di Abbas: come già nella legge originale, chiunque si candidi in qualsivoglia lista elettorale deve dimettersi dal proprio impiego. Adesso, secondo questo nuovo emendamento i candidati devono ottenere dal datore di lavoro il permesso di licenziarsi. Le condizioni poste alle dimissioni possono di per sé scoraggiare quelli che lavorano nel campo della ricerca, nell’insegnamento o che hanno posizioni dirigenziali in istituzioni accademiche, ONG o aziende. Il dott. Hanna Nasser, a capo del Comitato Elettorale, ha già espresso le sue riserve in proposito. Quello che temono alcuni membri di Fatah è che la necessità da parte dei candidati di ottenere un nulla osta dal luogo di lavoro possa dar luogo a pressioni affinché vengano rifiutate le dimissioni dei candidati sgraditi ad Abbas.

Secondo Al Jazeera, circa un mese fa servizi segreti giordani ed egiziani avrebbero avuto un incontro con Abbas nel tentativo di persuaderlo a rappacificarsi con Mohammed Dahlan –espulso da Fatah nel 2011– in modo da avere una lista unitaria che si opponga ad Hamas. Abbas si sarebbe rifiutato. Diverse persone impegnate nella creazione della lista che si opporrebbe a Fatah hanno dichiarato ad Hareetz che Abbas non si rende conto che una lista riconducibile al suo nome è destinata a perdere le elezioni. Molti dei politici più anziani della sua cerchia continuano nell’illusione di una vittoria sicura di Fatah. I sostenitori di Dahlan (già capo del Servizio di Sicurezza Preventiva di Gaza) speravano che il loro leader e il loro gruppo potessero unirsi ad una lista capeggiata da Kidwa e Barghouti, ma quello che già era stato detto in incontri privati Kidwa lo ha dichiarato apertamente al convegno di Bir Zeit: non c’è posto per Dahlan in questa nuova lista. Da Gaza giunge già notizia di un gruppo di sostenitori di Dahlan del Blocco di Riforma Democratica da lui capeggiato, pronti ad organizzare una loro lista.

Sebbene il 93% degli aventi diritto al voto si sia già registrato nei comitati elettorali come richiesto (2,6 milioni di persone su 2,8) –il che dimostra il gran desiderio di essere parte attiva del processo democratico– ancora circolano voci di una possibile revoca delle elezioni. Un eminente politico di lungo corso di Fatah ha dichiarato ad Haaretz che il Servizio Generale di Intelligence di Fatah sarebbe contrario alle elezioni perché teme un risultato negativo per Fatah. Effettivamente anche Kidwa ha detto che non è sicuro dello svolgimento di queste elezioni, anche se non ha specificato le ragioni della sua preoccupazione. Forse sarà questa la “soluzione” dell’inevitabile scissione.

https://www.haaretz.com/middle-east-news/palestinians/.premium-fatah-on-verge-of-split-ahead-of-palestinian-election-that-might-still-be-nixed-1.9555601

Traduzione di Nara Ronchetti – AssopacePalestina

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