Il turismo al servizio dell’occupazione e dell’annessione

Gen 5, 2021 | Riflessioni

di Halah Ahmad,

Al Shabaka, 13 ottobre 2020.  

Il turismo, e più specificamente il turismo religioso, gioca un ruolo diretto nella legittimazione ed espansione del furto israeliano di terra palestinese. Così come i tentativi di annessione del governo di estrema destra di Netanyahu, sostenuto dalla Casa Bianca di Trump, violano sfacciatamente la tutela globale dei diritti umani e il diritto internazionale, il turismo israeliano nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) consente di fatto l’espansione dell’occupazione e ne rende complici i vacanzieri e le imprese turistiche. Infatti, molteplici organizzazioni hanno criticato il turismo nelle colonie illegali israeliane, così come il ruolo di varie imprese nell’espansione delle colonie.1 

Questo testo tratta del ruolo storico e attuale dell’industria del turismo nel primo movimento sionista e nel progetto di insediamento coloniale dello Stato israeliano contemporaneo, in particolare attraverso la diffusione di idee bibliche relative all’eterno senso ebraico di appartenenza in Palestina e la diffusione di narrazioni razziste sulla superiorità ebraico-israeliana rispetto agli Arabi in termini di amministrazione e intelligenza. La glorificazione di Israele nella pubblicità turistica israeliana quale straordinario stato moderno che manifesta una provvidenziale continuità con un passato biblico oscura i continui trasferimenti forzati, l’oppressione e lo sfruttamento dei Palestinesi.

Questo testo è basato sulla letteratura esistente sul complicato tema del turismo religioso in Israele e Palestina e offre una casistica per illustrare gli aspetti perniciosi di questa industria. Il testo fornisce anche uno sguardo sul ruolo del turismo nel negare ai Palestinesi il diritto di sviluppare una loro industria turistica per il proprio vantaggio economico, dal momento che Israele nega ai Palestinesi l’accesso ai loro siti di importanza archeologica, religiosa e naturalistica. Infine, richiama l’attenzione sulle iniziative efficaci volte ad aumentare la consapevolezza sulla dannosa industria turistica di Israele e offre raccomandazioni per consentire ai turisti, ai pellegrini e alla società civile internazionale di sostenere l’autodeterminazione palestinese attraverso un turismo etico.

Turismo come chiave del colonialismo di insediamento sionista

Da quando i suoi fondatori misero gli occhi sulla Palestina alla fine del XIX secolo, il progetto coloniale sionista ha affermato di offrire un governo e un’intelligenza superiori colonizzando quella terra.2 Infatti, nel 1944, David Ben-Gurion, leader del movimento sionista e il primo Primo Ministro di Israele, tenne il suo famoso discorso, “The Imperatives of the Jewish Revolution” [Gli imperativi della rivoluzione ebraica], in cui suggerisce che i lavoratori ebrei sarebbero stati dei maestri che avrebbero portato “moderne conoscenze culturali, scientifiche e tecniche” per far “fiorire il deserto”. L’iconografia sionista dall’inizio del XX secolo riflette queste nozioni del superiore sviluppo ebraico e del “Lavoro ebraico“. Moshe Shertok, il secondo Primo Ministro di Israele, riecheggiò questa idea con visioni negative degli Arabi: “Noi non siamo venuti in una terra vuota per ereditarla, ma siamo venuti a conquistare un paese dal popolo che lo abita, che lo governa in virtù della sua lingua e della sua cultura selvaggia”.3

La pubblicità sionista dei primi tempi prodotta dal Tourist Development Association of Palestine [Associazione per lo sviluppo turistico della Palestina] utilizzava immagini vivaci e simbolismo religioso per incoraggiare gli Ebrei europei a immigrare in Palestina; un esempio chiave è il famoso manifesto “Visit Palestine” disegnato da Franz Krausz nel 1936. L’obiettivo dei manifesti commissionati dalla Tourist Development Association of Palestine non era quello di incoraggiare visite temporanee, ma, di fatto, l’immigrazione permanente

Durante le prime ondate dell’immigrazione ebraica in Palestina, le organizzazioni sioniste diedero enfasi anche all’investimento alberghiero, tanto che diverse decine di alberghi apparvero tra il 1917 e il 1948. Significativamente, la Tourist Development Association of Palestine usò anche mappe della Palestina per raffigurare i siti biblici ebraici sulle topografie esistenti, costruendo in sostanza un appiglio visivo sia per immaginare la continuità ebraica in Palestina dall’antichità al presente, sia per pianificare un estensivo colonialismo di insediamento che oscurasse qualsiasi nozione di appartenenza palestinese.

I sionisti hanno utilizzato l’archeologia in un continuo tentativo di legittimare le loro rivendicazioni sulla terra. Come l’antropologa Nadia Abu El-Haj sostiene nel suo libro più importante, Facts on the Ground, le organizzazioni sioniste e la società israeliana degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso hanno enfatizzato l’archeologia come uno “hobby nazionale” che è stato cruciale per la “formazione e rappresentazione dell’immaginario coloniale-nazionale e nella convalida delle sue rivendicazioni territoriali”.4 Infatti, Edward Said ha osservato che i sionisti hanno attivamente rimosso la Palestina e i Palestinesi dalla testimonianza storica attraverso un turismo basato su un’archeologia selettiva e su rappresentazioni orientalistiche degli Arabi e dei Palestinesi.5 Insomma, l’archeologia è stata uno strumento di legittimazione legato fondamentalmente allo svago dei turisti e del pubblico, formando le basi di quelle che attualmente sono alcune delle mete turistiche più popolari.

Dalla sua creazione nel 1948, lo Stato di Israele ha confermato l’agenda sionista, con una narrazione di superiorità infrastrutturale, intellettuale e produttiva rispetto alla popolazione palestinese che continua a reprimere mediante l’occupazione militare e il continuo dislocamento. Inoltre, oggi, il Ministero del Turismo israeliano perpetua le nozioni di progresso israeliano e di intelligenza superiore accanto a tenui e confutabili pretese di storie bibliche che forniscono un falso senso di continuità con il passato.

La persistente utilizzazione da parte di Israele di narrazioni bibliche che escludono i Palestinesi nelle guide e nei tour ufficiali è particolarmente visibile a Gerusalemme, l’epicentro del turismo religioso. Le guide turistiche israeliane a Gerusalemme si rivolgono in particolare ai visitatori cristiani ed ebrei, con itinerari e descrizioni dei siti che spesso evidenziano esclusivamente le storie giudaico-cristiane. Nel 2011 il Ministero del Turismo ha descritto il quartiere musulmano di Gerusalemme come segue: “Il quartiere musulmano ha chiese e moschee e ci sono ancora diverse case ebraiche e yeshiva [istituzioni educative ebraiche per lo studio dei testi religiosi tradizionali, NdT]”, omettendo il fatto che le case ebraiche nel quartiere sono state acquisite di recente, spesso da coloni sionisti estremisti sostenuti dall’esercito israeliano.6

Più recentemente, poiché il governo israeliano ha promesso l’annessione della Valle del Giordano e di parti della Cisgiordania, il Ministero del Turismo israeliano ha dato enfasi al turismo nelle colonie della Cisgiordania come un’area di investimento strategico. Naturalmente includendo il turismo negli insediamenti controllati da Israele ritenuti illegali secondo il diritto internazionale, ed escludendo le città e i villaggi palestinesi, nella maggior parte dei quali lo Stato israeliano vieta l’ingresso agli Israeliani.

Le campagne turistiche di Israele in Cisgiordania, oltre a sviluppare il turismo nei siti archeologici delle terre palestinesi occupate, riscrivono l’illegale furto della terra palestinese. Sia il turismo storico sia quello odierno, partecipando all’impresa coloniale illegale, accelerano l’annessione israeliana entro il più ampio progetto coloniale sionista e sono complici nel negare ai Palestinesi il diritto alla loro terra e all’autodeterminazione.

Gli effetti dannosi del turismo negli insediamenti

Le colonie illegali israeliane nei TPO costituiscono una minaccia all’autodeterminazione palestinese. Negano inoltre ai Palestinesi l’accesso e l’uso delle risorse naturali e culturali. Infatti lo sfruttamento per il turismo di queste risorse da parte dei coloni ostacola lo sviluppo economico palestinese, creando dipendenza dagli aiuti stranieri e facendo progredire l’economia dell’impresa israeliana di insediamento coloniale. Ossia, il successo e la sostenibilità dell’impresa coloniale israeliana attraverso il turismo nelle colonie dipende dalla più ampia repressione economica e militare inflitta ai Palestinesi attraverso le colonie stesse.

Per mostrare la portata dell’impresa coloniale di Israele nei TPO è importante contestualizzare la disparità di accesso alla terra e alle risorse tra Palestinesi e Stato israeliano. Specificamente, oltre il 60% della Cisgiordania costituisce l’Area C che cade sotto il controllo amministrativo e militare israeliano. Un rapporto ONU-OCHA del 2017 indicava che oltre il 10% della Cisgiordania si trova all’interno dei confini municipali degli insediamenti, costituendo ulteriori zone cuscinetto intorno alle colonie nelle quali è proibito l’accesso ai Palestinesi. Mentre i confini fisici delle colonie costituiscono meno del 5% della Cisgiordania, un rapporto del Consiglio per i diritti umani dell’ONU ha indicato che oltre il 43% della Cisgiordania è sotto la giurisdizione dei consigli delle colonie israeliane. Inoltre il rapporto ha mostrato che questi consigli controllano l’86% della Valle del Giordano e del Mar Morto.

Al-Haq, un’organizzazione indipendente palestinese non governativa per i diritti umani, ha pubblicato molti rapporti sullo sfruttamento economico della terra e delle risorse palestinesi in Cisgiordania per il turismo nelle colonie. Il suo rapporto dell’aprile 2020 accusa le aziende turistiche e i loro paesi di essere coinvolte nell’impresa coloniale in Cisgiordania, oltre agli altri territori occupati. In seguito a questi rapporti, le aziende turistiche operanti nelle colonie israeliane, come Airbnb, sono divenute oggetto di campagne popolari per il disinvestimento e chiamati a rispondere per violazione dei diritti umani. Inoltre, Amnesty International ha criticato diverse aziende per aver operato e tratto profitti dalle colonie israeliane, con grandi nomi dell’industria turistica come TripAdvisor, Expedia, Booking.com e Airbnb. 

Nel dicembre 2017 il Dipartimento per gli Affari dei Negoziati dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha prodotto un rapporto che documentava gli impatti negativi dello sviluppo turistico delle colonie sul settore turistico palestinese. Il rapporto sottolinea che se l’Area C venisse trasferita sotto il controllo palestinese, come previsto dagli Accordi di Oslo, l’economia palestinese crescerebbe sensibilmente, con un aumento del 35% del PIL, secondo il rapporto ONU-OCHA del 2017. Tuttavia, nel 2016, quando Israele ha approvato fondi per 20 milioni di dollari per le colonie, il Ministro del Turismo israeliano e il Primo Ministro Netanyahu hanno entrambi sottolineato che i siti turistici e la costruzione di alberghi nelle colonie della Cisgiordania erano gli obiettivi primari di quei fondi. Poi, nel gennaio 2020, il Ministro della Difesa Naftali Bennett ha approvato la realizzazione di parchi nazionali e riserve naturali in Cisgiordania come parte di oltre 110 milioni di dollari spesi nel primo trimestre dell’anno per le colonie in Cisgiordania, la spesa più alta degli ultimi dieci anni.

Inoltre, Israele impedisce attivamente ai Palestinesi lo sviluppo economico del loro settore turistico mediante la limitazione di movimento dei turisti, degli operatori turistici palestinesi e dei veicoli turistici. A dicembre 2017 l’OLP documentò la disparità nella concessione di licenze del Ministero del Turismo israeliano mostrando che oltre 8000 guide turistiche israeliane avevano avuto il permesso di accesso ai siti di Israele e Cisgiordania, mentre i permessi palestinesi approvati rappresentavano lo 0,5% del totale. L’Autorità Palestinese (AP) ha anche richiesto permessi per sviluppare oltre 10 siti turistici in Cisgiordania. Come in simili tentativi a Gerusalemme Est, Israele li ha sistematicamente negati.

Questi ostacoli allo sviluppo palestinese rappresentano un’attiva continuità delle prime narrazioni sioniste di una superiore capacità di sviluppare la terra, in una profezia auto-avverante utilizzata poi per rappresentare un destino decretato biblicamente. Infatti, oltre a essere siti per il profitto aziendale, le colonie israeliane sono divenute luoghi di messa in scena per rafforzare “il legame del popolo ebraico alla terra di Israele”.

Il turismo religioso a sostegno del colonialismo di insediamento israeliano

Il turismo religioso è fondamentale per la narrazione sionista dei diritti biblici e per la continuità delle colonie ebraiche in Palestina. Le città palestinesi di Betlemme, Gerico, Nablus, Ramallah, al-Khalil (Hebron) e villaggi come Sabastia e Burqin sono tra i luoghi di maggior significato religioso nella tradizione abramitica. Molti di questi sono centri del turismo cristiano che continua a svolgere un ruolo particolarmente importante nella diffusione delle narrazioni coloniali sioniste, specialmente tra i turisti statunitensi. Mentre questi siti sono nei TPO e sarebbero fondamentali per attrarre i pellegrini dando impulso al settore turistico palestinese, Israele li rivendica come luoghi storici israeliani.

Diversi siti controversi appaiono costantemente negli itinerari dei programmi e viaggi del turismo religioso sionista. Herodion, per esempio, un sito archeologico e un parco nazionale in Cisgiordania, vede scavi distruttivi e rimozione di manufatti malgrado le obiezioni su basi legali dell’AP. Questi scavi hanno anche lasciato i villaggi vicini senza acqua addirittura per tre settimane di fila. Inoltre, benché sia una colonia illegale costruita su terreni del paese palestinese di Bil’in, in flagrante violazione del diritto internazionale e persino israeliano, il governo d’Israele ha riconosciuto Modi’in Illit come città israeliana. Un altro sito è l’Acquedotto di Biyar, una rovina romana di 2000 anni, che, pur essendo in terra palestinese occupata, viene smerciato come patrimonio israeliano, rafforzando le narrazioni di un’antica storia ebraica per legittimare e continuare l’occupazione della terra. Nel solo 2014 i tour all’acquedotto hanno prodotto utili per 4,5 milioni di dollari.

Il Jerusalem Walls National Park è un altro esempio, costruito nella Gerusalemme Est occupata e usato in momenti diversi per giustificare la demolizione di case palestinesi per fare strada al “Sentiero della Bibbia”. Un altro luogo frequentato è Tel Shiloh, un sito archeologico nel territorio palestinese occupato, che attrae ogni anno decine di migliaia di turisti cristiani e dove è stato sviluppato un parco a tema biblico con i fondi della famiglia Falic degli Stati Uniti, che sostiene gruppi di coloni di estrema destra e lo sviluppo delle colonie. L’appropriazione di questi siti da parte di Israele per il turismo religioso – oltre a molti altri in tutta Gerusalemme Est occupata, come la Città di Davide (Silwan), l’Orto del Getsemani (Monte degli Ulivi) e la Via Dolorosa (Città Vecchia)– rafforza le narrazioni sioniste dell’eterna appartenenza ebraica al fine di negare ogni problema relativo allo sradicamento dei Palestinesi. 

In tal modo i maggiori finanziatori e sostenitori sionisti dello Stato israeliano hanno per decenni sottoscritto il turismo religioso in Israele all’insegna delle relazioni interreligiose, del sostegno a Israele o del pellegrinaggio. Figure come Naty Saidoff, Sheldon Adelson, Steve Green, Ira Rennert, Roger Hertog, Simon Falic e la famiglia Falic, così come l’attuale ambasciatore USA in Israele, David Friedman, sono tra i mega-donatori e organizzatori di raccolte fondi che sostengono sia lo sviluppo coloniale israeliano – incluso esplicitamente uno sviluppo turistico come quello delle aziende vinicole – sia la difesa e l’educazione sionista pro-Israele con base negli Stati Uniti. In particolare, molti di questi donatori sono anche accertati finanziatori di gruppi islamofobici di estrema destra negli Stati Uniti stessi.

Poiché i turisti religiosi continuano a essere coinvolti in questi sviluppi illegali e razzisti, essi diventano parte della strategia sionista coloniale, sostenendo materialmente il furto e l’occupazione delle terre palestinesi e le continue violazioni dei diritti umani palestinesi. Il seguente caso di studio illustra i danni causati ai Palestinesi dall’industria del turismo cristiano sionista. 

Passagges: Un caso di studio del turismo cristiano sionista

Passages è un’organizzazione turistica religiosa con sede negli Stati Uniti che considera “un rito di passaggio per ogni cristiano” visitare Israele e “rendere la storia di Israele parte della propria”. Il programma è fortemente sovvenzionato da finanziatori conservatori cristiani ed ebrei, ed è disponibile presso 157 università e organizzazioni negli Stati Uniti. Le università sono prevalentemente cristiane, ma includono anche alcune grandi università pubbliche come la Texas A&M, la University of Florida e la University of Minnesota, tra le altre. Passages vanta anche oltre 7000 ex visitatori negli Stati Uniti. Non sorprende che Passages abbia relazioni esplicite con il governo israeliano ed è stato, secondo quanto riferito, frutto dell’ingegno di Ron Dermer, ambasciatore di Israele negli Stati Uniti. Dermer ha ospitato il lancio del programma presso l’ambasciata israeliana a Washington, DC, nel 2015. All’evento parteciparono anche l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, David Friedman, e l’ex ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Michael Oren.

Una ricerca su Passages fatta da Friends of Sabeel North America (FOSNA), così come quelle di alcune organizzazioni di solidarietà palestinese con sede nei campus, rivela gli itinerari controversi usati nei viaggi, compresi i siti di itinerari turistici e le narrazioni sioniste cristiane raccontate lungo il percorso.7 Nei suoi viaggi, Passages glorifica Israele come uno Stato moderno che manifesta una provvidenziale continuità con un passato biblico, rendendo convenientemente invisibili e irrilevanti lo sradicamento e l’oppressione dei Palestinesi. Questa narrazione sionista è emblematica dello sfruttamento del turismo religioso da parte di Israele nel convalidare e facilitare il suo progetto coloniale, e nell’inquadrare falsamente la situazione come una disputa territoriale (tra, niente di meno, superiori e selvaggi) piuttosto che come un’occupazione.

Oltre a controverse visite alle Alture del Golan occupate e agli ex avamposti delle Forze armate israeliane (IDF), FOSNA riferisce che il viaggio cerca di evidenziare la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente e la percezione della drammatica vulnerabilità di Israele, incentrando diversi giorni di viaggio intorno ai rischi di Israele da parte dei suoi vicini, compresa una gita a Sderot, la città israeliana che si affaccia su Gaza. Sderot non è una città con un significato religioso per i viaggiatori cristiani ed è nota per le opinioni di estrema destra dei suoi residenti. Infatti Sderot è il luogo del famigerato episodio dei residenti che hanno allestito sedie a sdraio per guardare i bombardamenti su Gaza da parte di Israele nell’offensiva del 2014 che uccise oltre 2000 Palestinesi e 73 Israeliani.

Passages è esplicita nel suo obiettivo di sviluppare un sentimento pro Israele tra i leader cristiani emergenti negli Stati Uniti. È sul modello di Birthright Israel, o Taglit, che offre a giovani ebrei americani viaggi completamente pagati e largamente pubblicizzati per visitare Israele e che, negli ultimi anni, è stata osteggiata da campagne nazionali di organizzazioni ebraiche progressiste con sede negli Stati Uniti, a causa delle sue rappresentazioni ingannevoli di Israele. Comunque, intorno ai viaggi di Passages c’è un’attenzione molto meno critica, e i loro controversi programmi vengono documentati e contrastati con risorse di molto inferiori.

I viaggi di Passages sono incentrati sull’esperienza religiosa cristiana in Terra Santa, ma mirano esplicitamente a mettere in relazione l’essere in Israele con il sostegno allo Stato di Israele. Infatti l’itinerario di Passages mette in rilievo le conversazioni con i soldati israeliani, una visita alla Knesset israeliana ed esperienze culturali volte a comprendere “la cultura israeliana delle start up” e il “motore economico” di Israele. Allo stesso tempo gli itinerari di viaggio trascurano – o affrontano superficialmente – la storia islamica e palestinese nella regione e non considerano un problema l’occupazione illegale di molti dei luoghi religiosi visitati in Cisgiordania. Di fatto, una particolare narrazione della persecuzione cristiana ed ebraica e di Israele come un rifugio religioso si presta a quella rappresentazione dell’Islam come una diversità negativa che è abituale in molti media americani.

Le testimonianze di chi ha partecipato ai viaggi di Passages rispecchiano le posizioni dell’agenzia turistica e non sorprende che Passages evidenzi queste testimonianze sul suo sito web. Per esempio, un partecipante al viaggio scrive, “Non sono la stessa persona che ero quando son partito per Israele. Ho una nuova motivazione per stare con Israele, percepisco che il piano di Dio per la mia vita dopo il college è quello di sostenere la Terra Santa nella mia futura occupazione. Grazie a Passages, il mio cuore è pieno di passione per stare accanto a Israele.” L’aspirazione politica di “stare con Israele” implica il contrasto alle critiche allo Stato israeliano e, come programma basato sulla fede, il viaggio alla fine riesce a far sì che l’impegno biblico o spirituale con la Terra Santa si fonda con il progetto coloniale laico sionista.

Una partecipante al viaggio ha sottolineato che il suo viaggio in Israele è stato particolarmente speciale non solo per le visite ai luoghi biblici ma anche per l’opportunità di conoscere Israele come “stato moderno”. Una tale caratterizzazione rivela il programma sionista di promuovere visioni di uno stato e di un popolo impressionanti e tecnologicamente avanzati, visioni che sono spesso giustapposte a visioni orientaliste degli Arabi come sottosviluppati. Un’altra ha scritto che il suo viaggio “ha posto Israele e gli Ebrei al centro dei miei pensieri quando considero la mia fede cristiana […] Mi ritrovo a parlare di Israele a chiunque sia disposto ad ascoltare.” Le dichiarazioni di alcuni partecipanti parlano di un sentimento di genuino impegno interreligioso con il “conflitto”, enfatizzando regolarmente l’ammirazione per il moderno stato israeliano. 

Quel che molte delle testimonianze hanno in comune è un’inquietante ripetizione della propaganda sionista sul superiore progresso in Medio Oriente, una narrazione della divina provvidenza incarnatasi nello stato ebraico, e un’esplicita connessione tra la storia antica e biblica e il moderno Stato di Israele, il tutto con poca o nessuna discussione sugli ultimi duemila anni che sono stati caratterizzati pesantemente dalla storia dell’Islam e anche dallo sradicamento dei Palestinesi da parte dei coloni sionisti. Questo inquadramento continua a oscurare –anzi, a giustificare– l’oppressione israeliana dei Palestinesi.

Passages è un esempio della più ampia infrastruttura del turismo religioso che serve la narrazione coloniale sionista e il programma di costruzione dello Stato israeliano. Ciò è particolarmente evidente nel contesto dei tentativi di espandere l’annessione da parte di Netanyahu, che ha coltivato forti legami politici con gli evangelici statunitensi, circa l’80% dei quali si identifica come sionista cristiano. Passages è uno dei molti programmi che si propongono di promuovere il dialogo interreligioso mentre mobilitano attivamente ed esplicitamente il sostegno al progetto coloniale passato e presente di Israele in Palestina. Non solo questi viaggi operano per mettere a tacere e invalidare le storie e le narrazioni palestinesi, ma anche per supportare materialmente un settore turistico nelle terre palestinesi illegalmente occupate che mina sistematicamente i tentativi di sopravvivenza economica sostenibile dei Palestinesi stessi.

Alternative e suggerimenti

Nel 2019 la Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel (PACBI [Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele]) ha pubblicato un appello per un turismo etico promosso dalle organizzazioni della società civile palestinese. La dichiarazione chiede ai turisti di “non nuocere” e di evitare i siti storici o religiosi nei TPO che sono gestiti dalle autorità israeliane o promossi come siti israeliani. Analogamente, i gruppi cristiani palestinesi hanno prodotto una guida turistica che invita i turisti cristiani a sostenere le aziende turistiche palestinesi come la Walk Palestine tours, offerta dal Siraj Center for Holy Land Studies a Beit Sahur, e a evitare i pacchetti turistici israeliani o i siti gestiti da Israele nei TPO.

Gruppi statunitensi come Eyewitness Palestine forniscono anche opzioni alternative per i pellegrini o i turisti che visitano la Palestina, evitando la complicità con l’oppressione e l’occupazione israeliane. Inoltre, un crescente numero di iniziative “Palestine Trek” nei campus universitari, come Harvard, Cambridge e Berkeley, offrono varie opportunità di un turismo etico in Palestina che possano evitare le rappresentazioni “faithwashing” [lavaggio attraverso la fede, NdT] di Israele e contributi materiali all’industria turistica israeliana. Queste alternative, tra le altre cose, rafforzano la dignità e i diritti umani palestinesi e sono da modello alla società civile per promuovere alternative.

Altre raccomandazioni includono:

  • Le organizzazioni della società civile, e in particolare le organizzazioni religiose degli USA, dovrebbero valutare criticamente il ruolo del turismo favorevole a Israele nel legittimare l’annessione illegale e la violazione dei diritti umani dei Palestinesi.
  • Le organizzazioni di sostegno alla Palestina nei campus negli Stati Uniti possono svolgere un ruolo importante nell’opporsi ai viaggi degli studenti nei TPO. Il tipo di viaggi di Passages può servire quale obiettivo chiave nelle campagne, per impedire la complicità con le violazioni israeliane dei diritti umani, come parte di una più ampia campagna per porre fine all’occupazione israeliana condizionando l’aiuto militare degli Stati Uniti a Israele al rispetto del diritto internazionale.
  • Le autorità di regolamentazione e i politici dovrebbero riconoscere la necessità di porre fine ai rapporti con le entità israeliane che si trovano di là della cosiddetta Linea Verde. Le imprese che operano nei TPO dovrebbero, come minimo, essere tenute ad adottare provvedimenti con effetti proibitivi, per garantire che non contribuiscano ai progetti delle colonie illegali israeliane o non ne traggano vantaggio.

Note:

  1. Per leggere questo pezzo in francese o spagnolo clicca qui o qui. Al-Shabaka è grata per gli sforzi dei sostenitori dei diritti umani nel tradurre i suoi pezzi, ma non è responsabile per qualsiasi modifica nel significato.
  2. Rashid Khalidi, The Hundred Year’s War on Palestine: A History of Settler Colonialism and Resistance, 1917-2017 (New York, Metropolitan Books, 2020), 7.
  3. Benny Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict,1881-2001 (New York, Vintage Books, 2001), 91.
  4. Nadia Abu El-Haj, Facts on the Ground: Archaeological Practice and Territorial Self-Fashioning in Israeli Society (Chicago, University of Chicago Press, 2001), 2.
  5. Edward Said, The Question of Palestine (New York, Vintage Books, 1992), 158.
  6. Yara Hawari, “The Old City of Jerusalem; Whose Heritage? Tourism, Narratives and Orientalism” (tesi non pubblicata, 2011) pagina 22.
  7. FOSNA e alcuni anonimi gruppi universitari di solidarietà hanno ottenuto l’accesso a un itinerario di Passages e lo hanno condiviso con l’autore di questo testo. L’itinerario è inedito, ma le informazioni in questa sezione relativa ai viaggi Passages provengono direttamente dall’itinerario.
Halah Ahmad

Analista politica di Al-Shabaka, Halah Ahmad ha completato il suo master in Politiche pubbliche all’Università di Cambridge come Lionel de Jersey Harvard Scholar all’Emmanuel College. Ha condotto ricerche di strategia politica per agenzie governative e ONG in Grecia, Albania, Berlino, Cisgiordania, San Francisco, Chicago e Boston. Attualmente dirige il lavoro di politica e relazioni pubbliche presso il Jain Family Institute, un istituto di ricerca di scienze sociali applicate con sede a New York City. Le sue ricerche riguardano temi di sviluppo equo e benessere sociale, che vanno dall’urbanistica al turismo, agli spostamenti, all’edilizia abitativa e alla giustizia economica. Halah ha completato con lode il suo corso di laurea in religione comparata e sociologia a Harvard.

Traduzione di Elisabetta Valento – AssoPacePalestina

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