La Grande Marcia del Ritorno a Gaza: 234 morti, 17 indagini, 1 rinvio a giudizio

Nov 27, 2020 | Riflessioni

di Orly Noy,

+972magazine, 25 novembre 2020.   

Due anni dopo l’uccisione di oltre 200 Palestinesi da parte dei soldati israeliani durante la Grande Marcia del Ritorno a Gaza, l’esercito ha fatto ben poco al di là del tentativo di insabbiare la sua stessa violenza.

Un manifestante palestinese ferito viene evacuato durante la Grande Marcia del ritorno, Rafah, Gaza, 12 ottobre 2018 (Abed Rahim Khatib/Flash90)

Razan a-Najjar è morta circa due anni e mezzo fa, ma riesco ancora a vederla chiaramente nella mia mente. La paramedica di 21 anni è stata uccisa dai soldati israeliani durante una delle proteste della  Grande Marcia del Ritorno a Gaza il 1° giugno 2018. I testimoni dicono che le hanno sparato mentre si dirigeva verso la recinzione che separa Israele dalla Striscia di Gaza per soccorrere i feriti, indossando un camice bianco.

Immagini della sorridente giovane donna hanno inondato il mondo online, ma si sono presto perdute nel mare di foto e nomi di quelli che sono stati uccisi durante le proteste settimanali, in quello che è diventato ben presto un rituale settimanale di morte, disperazione e sangue.

A-Najjar è stata una degli oltre 200 Palestinesi uccisi dai soldati israeliani durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno, durate 86 settimane a partire dal 30 marzo 2018. Secondo l’ONU, più di 33.000 persone sono state ferite durante queste proteste, alcune così seriamente da dover subire l’amputazione di arti. Le vittime includono uomini, donne, bambini, personale medico, persone con disabilità, giornalisti e altri. Ricordo vividamente quei temuti venerdì, quando noi seguivamo con orrore le notizie dal campo, aggiornandoci di ora in ora. Ricordo la sensazione che quello che stava accadendo lì fosse di un’atrocità smisurata. Era inconcepibile.

Inconcepibile, eppure non del tutto sorprendente. In un’intervista a +972 Magazine, prima che le proteste iniziassero, uno degli organizzatori della marcia, Hasan al-Kurd, sottolineò il carattere civile delle proteste pianificate, esprimendo al contempo preoccupazione per la possibilità di una risposta micidiale da parte dei soldati.

Aveva colto nel giusto. Quando le organizzazioni per i diritti umani presentarono petizioni contro le regole sull’apertura del fuoco utilizzate dall’IDF [esercito israeliano] in queste proteste, con una denuncia avanzata dai gruppi per i diritti umani israeliani Yesh Din, Association for Civil Rights, Gisha e HaMoked, e un’altra dai gruppi Adalah e Al Mezan di Gaza, i militari adottarono l’approccio secondo il quale gli omicidi e i ferimenti di massa a Gaza non fossero una materia di competenza penale. Affermarono invece che gli incidenti facevano parte del conflitto armato di Israele contro Hamas, anche se i manifestanti erano per lo più civili disarmati che non avevano preso parte ad alcuna ostilità.

Da questo punto di vista, secondo i militari, qualsiasi cosa accaduta durante le proteste ricadeva direttamente sotto le regole di guerra e qualsiasi rimostranza su morti e feriti doveva essere trattata in un diverso quadro giuridico. E quindi, invece di sottoporre queste rimostranze al consueto iter delle indagini penali, sono state rimesse a quello che va sotto lo strano nome di Meccanismo dello Stato Maggiore per la Valutazione dei Fatti. 

Questo meccanismo, che è stato istituito dopo la guerra di Gaza del 2014, ha lo scopo di dare rapide e fattuali valutazioni su sospette violazioni delle regole di guerra. Una memoria ufficiale rilasciata questa settimana dal gruppo per i diritti umani Yesh Din, che si basa su numeri ricevuti dai militari, rivela che la funzione principale di questa autorità è, come sempre, quella di insabbiare le violenze israeliane.

Soldati israeliani sparano gas lacrimogeni contro manifestanti palestinesi alla recinzione con la Striscia di Gaza, mentre i Palestinesi manifestano in occasione del Naksa Day [la seconda Nakba, del 1967], l’8 giugno 2018. (Yonatan Sindel/Flash90)

Il documento rivela anche che, sebbene l’autorità per l’accertamento dei fatti abbia indagato su 234 morti palestinesi, solo 17 procedimenti sono stati finora aperti, la maggior parte dei quali ancora in corso. È stato presentato un solo rinvio a giudizio, che alla fine si è risolto con un patteggiamento in cui al soldato che ha sparato è stato addebitato un reato disciplinare anziché penale. Lo stesso rinvio a giudizio non fa menzione del reato connesso all’uccisione vera e propria e al soldato è stata data una mite pena di 30 giorni di lavoro militare comunitario, una sospensione della detenzione e una retrocessione al rango di soldato semplice.

Due anni dopo l’inizio della Grande Marcia del Ritorno, circa l’80% degli incidenti sottoposti alla valutazione all’autorità per l’accertamento dei fatti sono ancora in fase di esame o di indagine. È anche importante notare che il meccanismo non è riuscito a esaminare nemmeno un singolo caso tra le migliaia di feriti, molti dei quali gravi, inclusi quelli che hanno lasciato le vittime permanentemente paralizzate o costrette a subire amputazioni. Queste non sono state ritenute degne nemmeno di un esame formale.

Inoltre, tutto il materiale raccolto durante l’esame è riservato e non può essere usato come prova contro i sospetti, nell’ipotetica remota possibilità che l’esercito ordini alla fine un’indagine penale. Un dettaglio ugualmente interessante è l’identità della persona al comando di questa autorità di Valutazione dei Fatti: il Maggiore Generale Itai Veruv, il capo dei collegi militari.

Una nota a piè di pagina nella memoria ufficiale di Yesh Din fornisce la seguente notizia su Veruv: nel 2009, mentre serviva come comandante della Brigata Kfir dell’IDF –la più grande delle brigate di fanteria di Israele, che ha una particolare storia di brutalità verso i Palestinesi della Cisgiordania– Veruv testimoniò nel processo al tenente Adam Malul, che era stato accusato di aver picchiato dei Palestinesi. Veruv ammise di aver permesso ai soldati di usare la violenza fisica durante gli “interrogatori” improvvisati dei civili palestinesi, anche quando si trattava di passanti che non erano sospettati di nulla e non rappresentavano alcun pericolo.

Manifestanti palestinesi alla frontiera di Gaza, durante una protesta della Grande Marcia del Ritorno, Striscia di Gaza, 28 settembre 2018. (Mohammed Zaanoun/Activestills.org)

Veruv fu ufficialmente redarguito per queste dichiarazioni dal generale responsabile del Comando dell’Esercito. I gruppi israeliani Yesh Din e Association for Civil Rights presentarono un’istanza all’Alta Corte chiedendo la sua immediata sospensione e un’indagine penale. Un anno dopo, nel giugno 2010, l’Avvocato Militare dell’epoca, Avichai Mandelblit, ordinò un’indagine penale contro Veruv e l’istanza fu archiviata. L’indagine si concluse nel gennaio 2011 senza alcuna azione contro Veruv.

Per quasi due anni, settimana dopo settimana, i militari hanno inviato tiratori scelti con equipaggiamento protettivo completo per affrontare gli abitanti dell’assediata e maltrattata Striscia di Gaza che venivano a protestare vicino alla recinzione. In base all’esperienza acquisita in oltre 50 anni di occupazione, ognuno di quei soldati aveva tutte le ragioni per credere che, a prescindere da cosa sarebbe accaduto quando premeva quel grilletto, il sistema lo avrebbe protetto e avrebbe coperto ogni crimine. I 234 morti, le 17 indagini e l’accusa solitaria –per l’assassinio di un bambino di 14 anni– che si è conclusa con 30 giorni di lavoro militare comunitario e una retrocessione al rango di soldato semplice, dimostrano che aveva ragione.

Orly Noy è una redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa farsi. È membro del consiglio esecutivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. I suoi scritti hanno a che fare con i temi che hanno a che fare con la sua identità di Mizrahi (ebrea orientale), persona di sinistra, donna, migrante temporanea che vive come un’immigrata perenne, e il costante dialogo fra questi temi.

https://www.972mag.com/gaza-return-march-idf/

Traduzione di Elisabetta Valento – AssoPacePalestina

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