Naturalmente Israele esporta armi e pratiche di polizia: ha passato decenni a “testarle in battaglia” contro i Palestinesi

da | Lug 25, 2020 | Riflessioni

Da quando le proteste del movimento Black Lives Matter hanno preso piede negli Stati Uniti, il dibattito sul razzismo strutturale e la brutalità della polizia è diventato centrale in tutto il mondo

di Riya Al’sanah e Rafeef Ziadah

Novara Media, 7 luglio 2020.

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Una delle discussioni più importanti di questi tempi è quella intorno alla riduzione dei finanziamenti alla polizia come parte di politiche di più ampio respiro di riduzione o addirittura abolizione delle forze dell’ordine. Ovviamente nel corso degli anni gli attivisti hanno prestato particolare attenzione agli episodi di brutalità della polizia in situazioni coloniali e incrociando i dati tra diversi movimenti hanno analizzato la diffusione a livello internazionale di tattiche e strumenti tecnologici usati dalla polizia come strumento oppressivo.

Inevitabilmente si è parlato anche di Israele. Non perché tutte le pratiche repressive di polizia vengano da Israele. Certamente le forze dell’ordine britanniche e statunitensi erano già note per il loro razzismo fin da prima che esistesse uno stato di Israele.

È un dato di fatto, tuttavia, che Israele è riuscito a diventare un attore centrale nell’industria delle armi e della cosiddetta sicurezza interna. Negarlo vorrebbe dire fare di Israele un’eccezione. Israele ha esportato la propria strumentazione militare, la propria dottrina e le proprie tattiche ai regimi repressivi di tutto il mondo, allo stesso tempo imparando anche da altri. D’altronde il settore delle armi e della sicurezza interna è per sua stessa natura internazionale.

Proprio per la sua storia decennale di colonizzazione e occupazione militare e di controllo su ogni aspetto della vita palestinese, Israele è stato in grado di pubblicizzare i propri prodotti come “testati in battaglia” e “collaudati sul campo”. Mettere nero su bianco questi fatti non è una teoria del complotto.

L’export militare e tecnologico israeliano

Israele è l’ottavo maggior esportatore al mondo nel settore militare. Tra il 2015 e il 2019 le esportazioni da parte del governo israeliano e di aziende private hanno raggiunto cifre altissime, fino al 3% delle esportazioni globali di armi. È interessante notare come l’India sia stata il maggiore cliente, con una quota del 45% del totale di queste transazioni. Si tratta di un andamento molto preoccupante, soprattutto considerando la brutalità del governo fondamentalista di destra di Narendra Modi in Kashmir e le violenze contro i Musulmani in India.

In aggiunta alla vendita di armi, Israele ha anche una fiorente industria high-tech orientata all’esportazione che attrae moltissimi investimenti di capitali internazionali. Nel 2019 le aziende di tecnologia israeliane hanno generato profitti record per 8,3 miliardi di dollari di finanziamenti in conto capitale. La stragrande maggioranza di questi ha riguardato compagnie che operano nell’intelligenza artificiale per un totale di 3,7 miliardi e per un totale di 1,8 miliardi per le compagnie di sicurezza informatica.

Ogni anno le aziende israeliane di sicurezza informatica esportano prodotti e servizi per 6,5 miliardi di dollari. È noto che alcuni di questi prodotti sono finiti al servizio di regimi repressivi e sono stati usati contro attivisti per i diritti umani.

L’oppressione israeliana dei Palestinesi si è dimostrata un business lucrativo. La repressione sistematica e continua dei Palestinesi offre occasioni per innovazione tecnologica, sviluppo e, ancora più importante, per il marketing.

L’apparato militare e di sicurezza israeliano funge da laboratorio per sviluppare e realizzare meccanismi di controllo, vigilanza e repressione contro una popolazione vittima di colonizzazione, senza alcuna considerazione per i diritti umani.

Il settore militare genera professionisti altamente qualificati nella vigilanza e più in generale nel settore tecnologico. Circa 7500 soldati si diplomano ogni anno dalle scuole militari di Professionisti del Computer e di Sicurezza Informatica. Una volta diplomati, vengono impiegati in una delle unità di intelligence di élite, come le famigerate Unità 8200, 8100 e 9000. Al termine del loro servizio militare questi individui portano le proprie competenze militari nel settore privato mettendole in vendita sul mercato globale.

L’oppressione come strumento di marketing

Per le aziende private avere un rapporto con il sistema militare e di sicurezza israeliano è un vantaggio. Gerusalemme occupata è un esempio di applicazione pratica di tecnologie di vigilanza e tecniche di polizia. Le forze di polizia e di sicurezza interna di vari paesi del mondo vengono a Gerusalemme proprio per imparare e ammirare i più recenti sistemi di sorveglianza della popolazione.

Nel 2016 l’allora portavoce della polizia israeliana Mickey Rosenfeld ha dichiarato: “Negli ultimi anni dozzine di delegazioni e organizzazioni europee di sicurezza e ordine pubblico e rappresentanti della sicurezza interna degli Stati Uniti sono venuti a vedere come funziona il nostro sistema per poterlo implementare nei loro paesi”.

Le compagnie israeliane nell’ambito della videosorveglianza, riconoscimento del volto e dei suoni vantano software che possono “prevedere per prevenire” e individuare “il lupo travestito da agnello”. Di fatto si tratta di criminalizzare tutti i Palestinesi, come nell’esempio del trentaduenne Iyad el-Hallaq che è stato inseguito e ucciso mentre cercava di raggiungere una scuola per soggetti con disabilità nella città vecchia di Gerusalemme.

Le barriere sottomarine e quelle di cemento erette da Israele attorno a Gaza assediata, insieme al suo muro dell’apartheid, sono divenute una vetrina di come implementare controlli dei confini e tecnologie di sorveglianza. Non a caso il muro di Israele è considerato il modello di Donald Trump quando parla del suo famigerato muro al confine con il Messico.

Inoltre la rete di checkpoint militari presenti ovunque in Cisgiordania è la perfetta dimostrazione delle tecnologie di sorveglianza e controllo dei movimenti. La strumentazione biometrica che ne sta alla base è venduta e utilizzata in varie zone di confine in tutto il mondo.

Le aziende israeliane vendono ben più che dei semplici prodotti. Mettono sul mercato la loro esperienza, le loro competenze e un’immagine di sé che ha radici profonde nel progetto coloniale del paese. Vendono, sostanzialmente, decenni di esperienza nella repressione dei Palestinesi.

Nel 2014 la Foreign Trade Administration [l’ente che si occupa di commercio estero] ha dichiarato: “Israele ha sperimentato per decenni la minaccia terroristica e inevitabilmente è divenuto un’eccellenza nell’ambito della sicurezza interna. Nessun altro paese ha una tale percentuale di ex agenti militari, di polizia e di sicurezza con esperienza pratica nella lotta al terrorismo. Aggiungete a questo la capacità di innovazione tipica della ‘nazione delle start-up’ ed è del tutto naturale che paesi di tutto il mondo si rivolgano a Israele in cerca di una soluzione alle proprie sfide in fatto di sicurezza interna”.

Sfruttare la crisi

Il settore militare e di sorveglianza interna di Israele guarda al mercato internazionale. Gli enti militari e di sicurezza israeliani sono tra i primi compratori, ma si tratta di un mercato limitato e perciò le compagnie del settore guadagnano soprattutto dalle vendite internazionali. Per esempio nel 2019 la più grande compagnia privata in ambito militare di Israele, Elbit System, ha fatturato oltre 4,5 miliardi di dollari, di cui però solo poco più di un miliardo da vendite sul territorio nazionale.

Una gara di appalto pubblicata recentemente dalla SIBAT, la direzione per la cooperazione internazionale nella difesa dell’IMOD (un ente creato per pubblicizzare la tecnologia militare israeliana a livello internazionale), dà una buona idea di come Israele si posizioni sul mercato e di come ricerchi opportunità nel mondo post Covid-19.

Considerando il fatto che gli effetti economici del Covid-19 saranno devastanti a livello globale e che gli stati avranno ancora più necessità di controllare e reprimere disordini, il SIBAT cerca di identificare potenziali clienti per le compagnie israeliane di armi e di sicurezza. Non c’è alcun discrimine sui potenziali clienti: ogni paese verrà preso in considerazione svolgendo un’analisi delle esigenze in fatto di sicurezza di “tutti i paesi del mondo eccetto per gli stati con cui il commercio è proibito (Iran, Libano, Siria)”.

In particolare, Israele intende identificare il potenziale interesse nella tecnologia di raccolta dei dati biometrici, sistemi di tracciamento di persone e di veicoli, riconoscimento facciale, sistemi di identificazione di suoni e immagini, lettura di targhe, sorveglianza dei dispositivi cellulari e della rete ai fini di intelligence, come anche blocco, filtro e intercettazione di informazioni e comunicazioni.

Quello che vogliamo dire è che il ruolo di Israele come snodo essenziale nell’esportazione di tecnologie coercitive non è affatto nuovo. È ben documentato in un gran numero di studi e ricerche, libri e rapporti di ONG, per non parlare dell’esperienza diretta dei Palestinesi nelle loro vite di tutti i giorni. Negare questa realtà rappresenta un’ulteriore violenza contro i Palestinesi.

Da quando Rebecca Long-Bailey [laburista britannica licenziata per aver svelato che la tecnica di soffocamento che ha ucciso George Floyd era stata insegnata dal Mossad alla polizia USA, NdT] ha perso il proprio impiego nel mese di giugno del 2020, è interessante notare come il dibattito su Israele nel Regno Unito sia andato avanti pressoché senza il contributo di voci Palestinesi. In questo momento di discussione su razzismo strutturale e solidarietà, vale la pena soffermarsi e riflettere sul perché i Palestinesi siano considerati semplici spettatori nei dibattiti che riguardano le loro vite.

Infine, nel considerare come costruire una solidarietà tra movimenti in un’epoca post Covid-19, ricca di sfide economiche, è essenziale superare gesti vuoti e concentrarsi su istanze concrete. Non si tratta soltanto di tenere traccia dei programmi di addestramento o trovare analogie tra i comportamenti della polizia in vari paesi; i legami interni al settore delle armi e della sorveglianza sono molto profondi e avranno un forte impatto sulle nostre vite e sui movimenti di resistenza in tutto il mondo.

Non è un compito facile, ma in futuro dobbiamo sviluppare strumenti di intervento più efficaci e metodologie comuni per comprendere meglio il modo in cui tecnologia, capitali e strategie si muovono da un regime repressivo all’altro.

Riya Al’sanah è coordinatrice di ricerca al Who Profits Research Center.

Rafeef Ziadah è docente presso il dipartimento di Scienze Politiche e Studi Internazionali della SOAS, University of London.

Traduzione di Matteo Cesari – AssopacePalestina

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