L’annessione getterà in una crisi esistenziale le relazioni di Israele con l’UE

Giu 14, 2020 | Riflessioni

I timidi, inefficaci avvertimenti dell’Europa non fermeranno l’annessione di Israele, e la successiva valanga di violazioni dei diritti umani. Si deve agire subito.

di Beth Oppenheim

Haaretz, 11 giugno 2020

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Il ministro degli Esteri Heiko Maas incontra il suo omologo israeliano, nel Ministero degli Esteri israeliano a Gerusalemme, 10 giugno 2020 Ohad Zwigenberg

Mercoledì, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, è arrivato in Israele per una delicata missione diplomatica. Maas ha avvertito che un’eventuale annessione della Cisgiordania sarebbe incompatibile con il diritto internazionale, ma si è anche dato da fare per sottolineare “l’amicizia molto speciale” tra i due Paesi. Ha rifiutato di precisare le eventuali conseguenze dell’annessione.

Tali schizofreniche dichiarazioni di molti governi europei rivelano l’imbarazzo in cui si trovano i vari paesi, combattuti tra i loro interessi immediati e la difesa del diritto internazionale. Il mese scorso il nuovo governo di coalizione di Israele è stato avvolto in un’atmosfera di calde parole da parte di Germania, Austria e altri paesi, con promesse di approfondimento delle relazioni, di cooperazione futura, mentre ogni accenno all’annessione era vistosamente assente. In quale direzione svolterà l’Europa?

L’annessione della Cisgiordania non è certo una novità, ma sinora è stata deliberatamente graduale e ambigua. Israele ha già continuato de facto ad annettere da decenni, incoraggiando cittadini ebrei israeliani a trasferirsi nelle colonie. Dal 2015, Israele ha anche iniziato ad applicare le sue leggi alle colonie in materie che vanno dall’elettricità al pollame, preannunciando l’inizio di una annessione anche de jure. Nessuno dei due processi è stato accompagnato da fanfare.

Come risultato, Israele è stato in grado di avanzare le sue ambizioni territoriali pur preservando una parvenza di democrazia e decoro diplomatico.

L’annessione formale senza concedere la cittadinanza ai Palestinesi creerebbe definitivamente uno spazio legale con popolazioni diseguali in termini di diritti civili e politici. In altre parole, l’apartheid, secondo due ex primi ministri israeliani, Ehud Olmert e Ehud Barak.

Invece di uno stato futuro, composto da Gaza e Cisgiordania, dividerebbe la Cisgiordania in enclave palestinesi non connesse, punteggiate da colonie ebraiche, con Gaza tenuta in disparte.

L’annessione suonerebbe la campana a morto per la soluzione dei due Stati e i principi concordati a livello internazionale, e farebbe deragliare ogni prospettiva di un processo di pace negoziato, per quanto remoto esso sia. Una valanga di violazioni dei diritti umani scaturirebbe dalla decisione, creando ulteriori sfratti, trasferimenti, confische di terre e violenze da parte dei coloni.

L’unione Europea e i suoi membri hanno soppesato la loro risposta, che sarà discussa dai ministri degli affari esteri d’Europa il prossimo martedì. Ci si potrebbe aspettare sanzioni in linea con quelle imposte alla Russia dopo l’annessione della Crimea nel 2014. Ma semplicemente non c’è la volontà politica. I Paesi europei intrattengono forti legami economici e di sicurezza con Israele e lo vedono come un alleato strategico in Medio Oriente.

L’Europa è inoltre inibita da un profondo disagio nel criticare Israele, per via dell’Olocausto e della storia europea di persecuzioni antisemite, un disagio che Netanyahu ha abilmente manipolato.

Netanyahu ha anche diviso e conquistato con successo l’UE, che prende le sue decisioni di politica estera all’unanimità. Ha coltivato alleanze con alcuni Stati membri dell’Europa Centrale e dell’Est, in particolare con l’Ungheria. Così l’UE dei 27 si è trovata disperatamente divisa sul dossier Israele-Palestina, come dimostrano le dichiarazioni bloccate al Consiglio degli Affari Esteri della UE e la spaccatura nelle votazioni all’Assemblea Generale dell’ONU.

Allo stesso tempo, l’annessione formale rappresenta una minaccia agli interessi europei e, in linea di massima, gli Stati membri lo riconoscono. L’annessione eroderebbe il diritto internazionale e l’ordine basato sulla legge su cui è fondata l’Unione Europea, e darebbe il via libera all’acquisizione con la forza dei Territori Occupati. Inoltre, ucciderebbe l’idea dei due Stati, che è stata la dottrina dell’Europa, sostenuta con alti costi diplomatici e finanziari.

Potrebbe anche avere profonde conseguenze per la sicurezza dell’Europa. Gli Stati membri orientali temono che l’annessione possa incoraggiare la Russia ad avanzare, a loro spese, i propri disegni territoriali. Anche gli Europei temono che l’annessione possa destabilizzare il Medio Oriente: il re di Giordania Abdullah ha messo in guardia da un possibile “massiccio conflitto”, e il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha già annunciato la fine del coordinamento civile e sulla sicurezza con Israele, benché la minaccia debba ancora concretizzarsi pienamente.

L’establishment della difesa israeliana si aspetta disordini in tutto il territorio palestinese: l’esercito e la polizia hanno già istituito un organismo congiunto per rispondere.

Ma una reazione esplosiva potrebbe essere assente: dopo tutto Israele è esperta nel soffocare la protesta palestinese e i vicini Arabi, un tempo ostili, saranno riluttanti a perdere il loro nascente rapporto con Gerusalemme.

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Un operaio affigge i manifesti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nella campagna per il rinnovo del consiglio dei coloni: “No a uno Stato palestinese”. Gerusalemme, 10 giugno 2020AMMAR AWAD/ REUTERS

Che l’Europa sia preoccupata per la propria sicurezza, stabilità e principi significa che la maggior parte degli Stati membri concordano sul fatto che ci dovrebbero essere conseguenze per Israele. Il capo della politica estera dell’UE, Josep Borrell, ha rilasciato una dichiarazione di opposizione all’annessione che ha ricevuto il sostegno di 25 Stati membri, con le eccezioni degne di nota di Ungheria e Austria.

Borrell ha avvertito che l’annessione “non avverrà senza conseguenze”. Tuttavia l’UE ha ripetutamente evitato di intervenire in modo efficace nel conflitto, ripetendo a pappagallo principi e linee rosse invalicabili senza agire per salvaguardarle. La passività europea ha permesso a Israele di calpestare impunemente questi principi.

Anche in questo caso l’Europa balbetta, mentre gli Stati membri litigano tra di loro. Alcuni vogliono che l’UE definisca subito le conseguenze, mentre altri vogliono impegnarsi in un lungo esercizio diplomatico con gli USA sul suo piano di pace, per prendere tempo nella speranza di un cambiamento nel governo statunitense o israeliano.

Gli Europei non dovrebbero essere trascinati a impegnarsi con gli Stati Uniti sul cosiddetto piano di pace: così facendo lo legittimerebbero e rischierebbero di ridisegnare i contorni di un eventuale futuro accordo. Sanzioni di tutta l’UE sono fuori discussione, poiché richiedono l’unanimità.

Da un certo punto di vista, il bisogno di unanimità potrebbe andare a vantaggio dell’UE: un rafforzamento delle relazioni UE-Israele sarà difficile in quanto tutti i 27 dovrebbero acconsentire a nuovi accordi. L’UE potrebbe considerare di sospendere il suo Accordo di Associazione con Israele, che si basa sul rispetto del diritto internazionale e che, trattandosi di accordo commerciale, non richiederebbe l’unanimità.

Ci sono altre misure che Borrell può prendere senza l’unanimità. L’UE dovrebbe rafforzare la sua politica di “differenziazione” tra Israele e i Territori Occupati dopo il 1967, cosa che esclude le colonie dai benefici della relazione bilaterale UE-Israele. Le misure includono l’etichettatura di origine dei prodotti, il divieto per le entità coloniali di partecipare ai programmi di ricerca UE, e la garanzia che le merci provenienti dalle colonie non ricevano trattamenti preferenziali sui mercati europei.

L’UE dovrebbe fare seri passi verso la riconciliazione tra l’AP di Ramallah e Hamas di Gaza, ciò che sarebbe vitale per la democrazia palestinese.

Borrell deve garantire che gli aiuti europei all’AP siano condizionati dal progresso verso la riconciliazione con Hamas a Gaza, dalla fine delle misure punitive verso la Striscia di Gaza e dal progresso verso la democrazia. Dovrebbe inoltre spingere a cambiare la politica europea del non contatto con Hamas: il contatto sarà essenziale per sostenere la riconciliazione e le elezioni nazionali.

L’annessione formale getterà le relazioni Israele-UE in una crisi esistenziale. Se Israele continua la marcia verso l’apartheid, l’UE dovrà staccare la sua politica dall’amata soluzione dei due Stati e orientarsi verso uno stato binazionale senza una maggioranza ebraica.

Resta da vedere se Netanyahu sia veramente intenzionato a mettere alla prova la pazienza internazionale e a far disastri con la sua formula vincente di espansione territoriale, e tutto questo per compiacere l’estrema destra israeliana.

Indipendentemente dal fatto che l’annessione diventi o meno formale, le intenzioni di Israele sono fuor di ogni dubbio. L’Europa non può più coprire il comportamento di Israele con diplomatici veli. Deve agire.

Beth Oppenheim è direttrice delle relazioni internazionali di Gisha, una ONG israeliana per i diritti umani, con sede a Tel Aviv. In passato è stata ricercatrice presso il Centre for European Reform a Londra, dove si è concentrata sulla politica dell’UE in Medio Oriente. Twitter: @BethOppenheim

https://www.haaretz.com/middle-east-news/.premium-annexation-will-plunge-israel-s-relations-with-the-eu-into-existential-crisis-1.8914006

Traduzione di Elisabetta Valento – AssopacePalestina

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