Dopo 15 anni, i Palestinesi tornano finalmente alla loro preziosa sorgente.

di Miriam Deprez

Mondoweiss, 7 gennaio 2020

Donne del villaggio di a-Tuwani riempiono i recipienti di acqua alla sorgente di Ein al-Beida, nelle colline a sud di Hebron, per la prima volta in 15 anni, venerdì 3 gennaio 2020. (Foto: Miriam Deprez)

All’alba, Kefah Adra è partita per riempire un recipiente di plastica da una vicina sorgente, una faccenda mattutina che non faceva da 15 anni. Adra vive in a-Tuwani, una comunità rurale di pastori situata su un paesaggio di ampie colline e rocce alla periferia di Yatta, nelle colline a sud di Hebron. Adra è fortunata: nel 2010 a-Tuwani è stata collegata all’elettricità ed all’acquedotto municipale, a differenza delle tende decrepite, delle grotte e delle case di pietra alimentate da generatori diesel nei villaggi circostanti. Tuttavia, come molte città palestinesi in questa parte meridionale della Cisgiordania, a-Tuwani è circondata da insediamenti israeliani, che una quindicina di anni fa hanno interrotto l’accesso alla sua fonte di approvvigionamento d’acqua.  

“Da quando i coloni israeliani hanno iniziato a fare il bagno in questa sorgente, non è più stato sicuro per noi bere”, ha spiegato Adra. “Per molti anni non abbiamo potuto accedere alla sorgente in alcun modo.”

Nel 2001 fu costruito l’avamposto di Avigayil, una piccola comunità di circa 50 Israeliani che costruirono il loro villaggio senza l’autorizzazione del governo israeliano. L’avamposto fu più volte condannato alla demolizione, ma l’ordine non fu mai eseguito. Nel 2004, l’avamposto si espanse fino alla sorgente.

Venerdì mattina, Adra ed altre 100 persone circa, un insieme di famiglie palestinesi e di volontari israeliani ed internazionali, sono andati in corteo per un miglio fino alla sorgente. I Palestinesi hanno portato asini carichi di contenitori gialli pronti per raccogliere l’acqua.  

“Una volta, ci muovevamo per un chilometro e mezzo sui nostri asini, proprio come abbiamo fatto oggi”, ha detto Adra a un gruppo di volontari. “Sono così felice di tornare a questa sorgente … spero che, grazie al lavoro che abbiamo iniziato oggi, le persone di questa regione possano usare di nuovo quest’acqua”.

Alcuni hanno cominciato a sistemare la zona, eliminando la vegetazione che l’aveva invasa e rimuovendo le rocce che ostruivano la sorgente, in modo da migliorarne l’accesso. Altri hanno piantato ulivi, spiegando che era un modo per cercar di recuperare la sorgente.

Gli attivisti hanno apposto un adesivo su un cartello stradale che indica la sorgente, chiamata in ebraico “Avigayil Spring”, col suo nome arabo, Ein al-Beida. 

Dopo pochi minuti dalla sistemazione del cartello, sono arrivati i coloni israeliani e, passando con le loro auto, hanno strappato il cartello insieme alla bandiera palestinese che era stata issata accanto. Una colona ha urlato fuori dal finestrino, “tutti i cani muoiono in questo modo” e ha fatto il gesto di tagliare la gola. Sono poi arrivati ​​circa 20 soldati israeliani.

I Palestinesi e gli attivisti si radunano presso Ein al-Beida nelle colline a sud di Hebron, accedendo per la prima volta alla sorgente naturale, quindici anni dopo che era stata requisita da un vicino avamposto israeliano. (Foto: Miriam Deprez)
Gli attivisti attraversano di corsa una strada dopo aver messo un cartello in arabo che indica Ein al-Beida al posto di Avigayil Spring. (Foto: Miriam Deprez)

Ein al-Beida è solo una delle 60 sorgenti di quell’area che sono state confiscate negli ultimi decenni o sono a rischio di confisca da parte degli Israeliani e delle autorità israeliane. In Cisgiordania, la disponibilità di fonti naturali d’acqua, sia sorgenti che pozzi, è assai scarsa. Nel 1967, quando Israele prese il controllo della Cisgiordania, fu istituita una moratoria per lo scavo di nuovi pozzi. Ciò fu rafforzato nel 1995 dai Protocolli di Parigi degli Accordi di Oslo, che delinearono un accordo di condivisione dell’acqua e limitarono la quantità di acqua che Palestinesi e Israeliani potevano pompare dalle tre principali falde acquifere della regione. Sebbene la popolazione della Cisgiordania sia raddoppiata da quando è stato firmato l’accordo, l’assegnazione delle risorse idriche è rimasta la stessa.

Per la quota riservata agli Israeliani, l’80% del rifornimento idrico proviene dall’acqua piovana che cade sulla Cisgiordania. 

Lungo le colline a sud di Hebron, Israele ha installato impianti idrici che pompano l’acqua in tubazioni che arrivano direttamente nei bacini all’interno degli insediamenti. I villaggi palestinesi circostanti non sono mai stati collegati alle infrastrutture idriche e i collegamenti alle condutture idriche dell’Autorità Palestinese sono vietati. 

Le colline a sud di Hebron rientrano nell’area C della Cisgiordania, sotto la piena amministrazione militare e civile israeliana. Ciò significa che per paesi come a-Tuwani, i progetti di infrastrutture idriche, come qualsiasi altro progetto di costruzione, devono ottenere un permesso dall’Amministrazione Civile israeliana o rischiano la demolizione. Tra il 2010 e il 2014, l’Amministrazione Civile israeliana ha respinto il 98,5 per cento di tutte le domande palestinesi di permesso di costruzione per progetti nell’Area C della Cisgiordania. Per molte comunità palestinesi, l’unica opzione che hanno per avere l’acqua è costruire cisterne per la raccolta dell’acqua piovana o ricorrere all’acquisto della costosa acqua portata dalle autocisterne.

Alcune comunità costruiscono condutture d’acqua abusive, dozzine delle quali sono state demolite o confiscate nel solo 2019. A febbraio , le autorità israeliane hanno sequestrato due condotte idriche finanziate da donatori, danneggiando circa 1.300 persone in 12 comunità nella zona di Massafer Yatta, o “Greater Yatta”, nel sud di Hebron. 

Una colona israeliana passa accanto ai Palestinesi. (Foto: Miriam Deprez)
Gli attivisti piantano dozzine di ulivi nella zona circostante la sorgente di Ein al-Beida. (Foto: Miriam Deprez)

“Le persone nel sud [delle colline di Hebron] non ricevono abbastanza acqua”, ha detto Awdah Hathaleen, un attivista di 24 anni del “Collettivo Buon Pastore” del vicino villaggio di Umm al-Khair. “L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che [il minimo è] 100 litri a persona, ma a volte loro hanno a disposizione meno di 20 litri al giorno per persona”.

Secondo le Nazioni Unite, circa 270.000 Palestinesi nell’area C sono direttamente colpiti dalle restrizioni e dal controllo israeliano delle reti idriche e fognarie, con circa 95.000 persone che ricevono meno di 50 litri di acqua pro capite al giorno, mentre più di 83.000 persone bevono acqua di scarsa qualità. Al contrario, i coloni usano fino a circa 300 litri al giorno ovvero sei volte la quantità di acqua usata nei vicini villaggi palestinesi.

“Le persone soffrono”, ha continuato Hathaleen. “Non ci è permesso di scavare un pozzo o fare una cisterna per l’acqua. Qui invece gli insediamenti hanno acqua 24 ore, mentre il popolo [palestinese] soffre per la mancanza o la carenza di acqua. Spero che con la nostra resistenza e il nostro lavoro di oggi, la gente possa ricominciare a utilizzare questa sorgente d’acqua.”

“Penso che sia andato tutto bene, nessuno è stato arrestato”, ha detto a Mondoweiss il figlio 23enne di Kefah,l’attivista Basil Adra, mentre il gruppo tornava nel suo villaggio alla fine dell’azione. 

“Ci sono state alcune molestie da parte dell’esercito, della polizia di frontiera. Ma, come hai visto, le principali molestie sono state causate dai coloni”, ha spiegato Adra. Il giorno dopo che erano stati piantati gli ulivi, i coloni li hanno sradicati.

E a causa di questa palese aggressione, si è lamentata Adra, i Palestinesi dovranno comunque essere accompagnati da attivisti se vorranno usare di nuovo la sorgente.

“Per me è un buon inizio se la gente torna ad avere il coraggio di utilizzare la propria terra. Ma sicuramente ci sarà sempre bisogno di qualcuno che li protegga o stia con loro, perché siamo molto vicino alla strada per Avigayil.”

“Se ci sono Ebrei con noi [i soldati] si comporteranno bene, non tratteranno [gli attivisti ebrei] allo stesso modo in cui trattano noi. Se siamo soli non possiamo farcela.” 

“È bello avere solidarietà”, dice Adra sorridendo. 


Miriam Deprez

Miriam Deprez è una fotoreporter freelance di origine australiana. Le sue foto e i suoi articoli sono stati pubblicati in numerosi media internazionali e nazionali, con reportages da Palestina, Europa, Russia, India, Cambogia, Isole del Pacifico e Australia, per citarne alcuni.

Traduzione di Maurizio Bellotto

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