“Siamo quelli che hanno di più da perdere, ma non abbiamo il diritto di voto”: così i Palestinesi minacciati dall’annessione si esprimevano sulle imminenti elezioni israeliane.

di Yumna Patel

Mondoweiss, 13 settembre 2019

Una jeep dell’esercito israeliano pattuglia i territori della valle del Giordano, in perlustrazione quotidiana della zona (foto: Anthony Lowenstein)

Pochi giorni prima delle elezioni in Israele, i candidati hanno raddoppiato le loro proposte e le loro promesse agli elettori. Per Netanyahu, questo si è tradotto in propositi di annettere fasce dei territori della Cisgiordania e messaggi agli elettori a proposito degli “Arabi che ci annienteranno tutti”.

In quella che molti analisti hanno paragonato alla campagna del Presidente degli USA Donald Trump nel 2016, molta della corsa a primo ministro di quest’anno è stata caratterizzata da discorsi anti Arabi, richiami alla razza e ammiccamenti all’estrema destra.

Tra Israele e i Territori occupati, quasi 5 milioni di Palestinesi vivono sotto il controllo dello stato e dell’occupazione, ma solo una parte di quelli che hanno la cittadinanza israeliana – circa 1 milione di persone – hanno il diritto di partecipare alle elezioni politiche.

Presumibilmente saranno i Palestinesi sotto occupazione a Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania i più colpiti dall’esito delle elezioni, ma non hanno voce in capitolo.

Poiché il tema delle elezioni di quest’anno si è fortemente concentrato sull’annessione, il futuro di centinaia di migliaia di Palestinesi che vivono nell’area C – la parte corrispondente a più del 60% della Cisgiordania sotto totale controllo israeliano – è a rischio.

Mondoweiss ha parlato con tre Palestinesi che vivono nelle aree della Cisgiordania – molto vicino agli insediamenti, nell’Area C, e nella valle del Giordano – che sarebbero molto probabilmente i primi ad essere colpiti se Netanyahu metterà in atto i suoi piani.

Ilham Abu Eid, 70 anni, Beit Jala

Ilham Abu Eid ha vissuto nella cittadina palestinese di Beit Jala, caratterizzata dalla sua numerosa comunità cristiana e dalle distese di colline famose per il vino e l’olio di oliva, per tutta la vita. È nata e cresciuta lì, e la terra su cui vive le è stata trasmessa dai nonni.

Ilham Abu Eid nel suo giardino a Beit Jala (foto: Amjad Khawaja)

Al di là delle colline di Beit Jala, che è circondata da una rete di insediamenti israeliani, muri e posti di blocco, Abu Eid possiede terreni nella valle di Makhrour, la cui confisca è stata minacciata per anni.

“Anni fa, hanno costruito l’autostrada 60 sui nostri terreni [a Makhrour], e di recente ci è giunta notizia che vogliono costruire un’altra strada per i coloni che si prenderà la maggior parte delle nostre terre a favore di Israele”, ha raccontato Abu Eid a Mondoweiss.

Enumerando le perdite che la sua famiglia ha sofferto a causa dell’occupazione israeliana nel corso degli anni, Abu Eid ha detto a Mondoweiss: “A Beir Ona ci hanno rubato la terra, ci hanno tagliato gli ulivi, a Makhrour ci hanno preso la terra, e a Cremisan hanno fatto la stessa cosa. Molta della terra di Beit Jala, e molta della terra della nostra famiglia, è stata perduta a favore dei coloni”.

Parla delle difficoltà che incontra per avere accesso ai terreni della sua famiglia nella valle di Markhrour, visto che Israele ha proibito loro di costruire qualunque cosa che non fosse un sentiero sterrato e sassoso.

“È duro, ma ci camminiamo lo stesso per andare alla nostra terra perché la amiamo e vogliamo salvarla. Non lasceremo la nostra terra”, dice. “Anche se noi dobbiamo fare i conti con l’occupazione, i soldati e i posti di blocco, la nostra terra e i nostri ulivi sono quelli che soffrono”.

È per queste ragioni, dice Abu Eid a Mondoweiss, che lei “respinge completamente i discorsi e le affermazioni di Netanyahu sull’annessione”.

“Lo sta facendo per ottenere più voti dagli Israeliani, ma siamo noi Palestinesi ad essere sempre le vittime delle elezioni israeliane”, dice. “Ogni volta che vogliono andare al voto promettono al loro popolo che prenderanno più terra ai Palestinesi”.

La vista dell’autostrada 60 e del muro di separazione dalla casa di Abu Eid a Beit Jala (foto: Amjad Khawaja)

Quando le chiediamo se ha paura che Netanyahu realizzi le sue promesse, Abu Eid dice a Mondoweiss: “certo che ho paura che la mia terra venga requisita sotto il governo di Netanyahu e con il sostegno dell’America di Trump “.

“Netanyahu potrebbe fare qualunque cosa pur di potersi sedere su quella sedia di Primo Ministro alla fine della giornata” continua, dicendo che il risultato delle elezioni israeliane colpirà in maniera abnorme i Palestinesi come lei che vivono nell’area C della Cisgiordania o vi possiedono terreni.

“Questo influenzerà ogni aspetto della nostra vita come Palestinesi: la nostra libertà di movimento, il diritto al ritorno, la nostra economia, la nostra agricoltura, tutto”, dice.

Abu Eid non vede alcuna differenza tra Netanyahu e Gantz, o qualunque altro politico israeliano. Per lei “sono due facce della stessa medaglia”.

“Quando guardi tutti quei candidati, vanno tutti dal male al peggio”, dice. “sono sicura che non c’è un politico israeliano che potrebbe venire a fare qualcosa di positivo per il popolo palestinese”.

“Siamo in una delle situazioni più dure del mondo, sotto questa occupazione. Non puoi avere la tua libertà, non puoi muoverti all’interno del paese senza passare per posti di blocco, e non puoi nemmeno votare alle elezioni che decidono il tuo destino”.

Rashid al-Khdeirat, 36 anni, Valle del Giordano

Marito, padre, attivista e agricoltore, Rashid al-Khdeirat e la sua famiglia hanno vissuto per generazioni nel nord della valle del Giordano in Cisgiordania.

“Mio nonno, mio padre, io e i miei bambini siamo tutti nati qui. Abbiamo vissuto su questa terra e lavorato su questa terra molto prima di Oslo e molto prima che diventasse Area C”, dice al-Khdeirat parlando della sua famiglia.

Rashid al-Khdeirat con sua figlia (foto al-Khdeirat)

Gran parte della sua vita, dice, è stata caratterizzata da un “chiaro sforzo dell’occupazione israeliana e dei coloni di buttarci fuori da queste terre”.

“A partire dagli anni Settanta hanno ucciso e confiscato il nostro bestiame, attaccato gli agricoltori, distrutto i terreni, e ci hanno bruciato gli alberi”, dice. “La maggior parte delle persone in questa zona sono agricoltori e pastori, quindi pensano che se ci uccidono gli animali e gli alberi ce ne andremo da qui”. 

“Dopodiché hanno cominciato a metterci pressione usando l’acqua. Hanno ridotto il nostro accesso all’acqua e confiscato tubazioni, per provare a costringerci ad andarcene in questo modo”, continua. “Poi nella zona hanno cominciato a fare esercitazioni militari, che spaventano la comunità locale, e in alcuni casi feriscono e uccidono delle persone”.

Netanyahu ha detto agli elettori che, se rieletto, i “posti dove sarà possibile applicare la sovranità israeliana subito dopo le elezioni” saranno la valle del Giordano e la zona settentrionale del Mar Morto, sicché al-Khdeirat e la sua comunità sarebbero tra i primi ad essere interessati dall’annessione.

Ma per al-Khdeirat sentire queste parole non è stata una sorpresa. “Abbiamo visto come per anni, con le loro tattiche violente contro i Palestinesi di questa zona, abbiano provato a prendere la valle del Giordano. Adesso Netanyahu lo sta solo dicendo ad alta voce”.

Richiamando le opinioni espresse da Abu Eid di Beit Jala, al-Khdeirat dice a Mondoweiss: “Che si tratti di Netanyahu o dei suoi oppositori, per noi Palestinesi sono tutti in sostanza la stessa cosa”.

“È vero, noi non abbiamo voce in capitolo, ma anche se potessi non voterei alle elezioni israeliane”, dice. “Perché? Perché sappiamo quali sono i loro programmi e cosa vogliono fare gli Israeliani”.

“Se cercano di prenderci la terra dopo le elezioni la difenderemo, difenderemo le nostre case, come abbiamo fatto per anni. Non vivremo mai sotto lo stato di Israele, non sosterremo i piani di Netanyahu. Vivremo soltanto in una Palestina libera”.

Omar al-Qaisi, 60 anni, Battir

Come Abu Eid e al-Khdeirat, Omar al-Qaisi vive sulla terra trasmessa nella sua famiglia di generazione in generazione, nel villaggio della Cisgiordania meridionale di Battir, un luogo dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.

Racconta a Mondoweiss delle dozzine di acri di terra che ha ereditato, e di tutti i documenti di cui dispone per dimostrare che la terra appartiene alla sua famiglia: atti di proprietà dei tempi dell’impero ottomano, carte del mandato britannico e documenti dell’Autorità Palestinese.

Battir, fotografia di David Kattenburg.

Dagli anni Ottanta ad oggi, dice, è diventato sempre più difficile usare la terra come facevano i suoi antenati.

“Gli Israeliani non ci hanno autorizzati a portare i macchinari sui nostri terreni per coltivarli e per raccogliere i prodotti. Chiunque cerchi di sistemare i suoi terreni e coltivarli, gli Israeliani cominciano a creargli problemi, portarli in tribunale, e cercano di prendergli la terra”, dice a Mondoweiss.

Ovunque nel mondo, dice al-Qaisi, “i governi sostengono la popolazione nel coltivare e piantare alberi, anche per l’ambiente. Tranne che in Israele. Quando vedono i nostri alberi, alberi palestinesi, fanno tutto quello che possono per sradicarli e distruggere la terra”.

Quando ha visto il discorso di Netanyahu, al-Qaisi dice che era pieno di tristezza, ma anche di una sensazione di conferma di “ciò che sappiamo da anni: agli Israeliani non importa di noi, vogliono solo prenderci tutto quello che riescono a prendere”.

“Se non riescono a trovare una legge esistente per buttarci fuori, fanno nuove leggi per rubare la nostra terra”, dice.

“Le idee di Netanyahu non sono solo sue, sono rappresentative di tutti i politici e i governi israeliani del passato, e dei progetti che hanno cercato di realizzare per anni. Il loro programma politico è chiaro: buttare fuori i Palestinesi dal territorio, prendere il territorio, portare nuovi coloni a vivere sul territorio, e poi dare il nome Israele a quel territorio”.

“Netanyahu non sta proponendo qualcosa di nuovo, tutto ciò si è messo in moto molto tempo fa”.

Nella sostanziale assenza di responsabilità nei confronti della comunità internazionale, al-Qaisi dice di temere che Netanyahu sarà libero di portare avanti i suoi programmi indisturbato.

“Lo stavano facendo già prima, ma adesso non hanno scrupoli a dirlo forte e chiaro, perché sanno di non andare incontro ad alcuna conseguenza”.

“Le elezioni israeliane avranno un impatto su di noi Palestinesi, specialmente gli agricoltori e la gente che vive nell’Area C. Avranno un impatto su di noi Palestinesi perché non abbiamo la possibilità di decidere chi deciderà delle nostre vite”, dice al-Qaisi, aggiungendo che Gantz “non è migliore” di Netanyahu. 

“Chiunque vinca non sarà diverso o migliore dell’altro. Hanno tutti lo stesso scopo: avere il controllo della terra. Forse i modi in cui si atteggiano sul tema sono diversi, ma alla fine cercano tutti di ottenere lo stesso risultato. Tutti i politici israeliani sono preoccupati soltanto di aiutare Israele a raggiungere il suo scopo, quello del pieno controllo della terra e del popolo palestinese”.

Anche se potesse votare, al-Qaisi dice che non parteciperebbe alle elezioni, “perché l’intero sistema è stato progettato per sostenere le pratiche coloniali di Israele”.

“Se credessi davvero che Israele è una vera democrazia che rappresenta gli interessi di tutti, allora sì, forse parteciperei. Ma per come stanno le cose adesso, assolutamente no”.

Akram al-Waara e Amjad Khawaja hanno contribuito a questo reportage dalla Cisgiordania

Yumna Patel

Yumna Patel è la corrispondente in Palestina per Mondoweiss

https://mondoweiss.net/2019/09/right-palestinians-israeli-elections/?mc_cid=90b58eee9b&mc_eid=3f397ad41b

Traduzione di Dora Rizzardo

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