Cosa c’è di sbagliato se i Palestinesi si arrendono?

Sapere quando è il momento di arrendersi è spesso il primo passo per fare la pace

di Danny Danon (ambasciatore di Israele all’ONU)

The New York Times, 24 giugno 2019

[Il 22 maggio 2019, il New York Times ha pubblicato un articolo di Saeb Erekat, negoziatore capo dell’OLP, con il titolo: “Trump non vuole la pace. Vuole la resa dei Palestinesi,” in cui si elencavano le ragioni per le quali il cosiddetto “accordo del secolo” è del tutto inaccettabile. Il 24 giugno, lo stesso quotidiano ha pubblicato quella che appare a tutti gli effetti come una risposta all’articolo di Erekat, con il titolo: “Cosa c’è di sbagliato se i Palestinesi si arrendono?” per la penna di Danny Danon, ambasciatore di Israele all’ONU. Ci sembra che valga la pena riportare integralmente tale risposta, che getta una luce inequivocabile sull’arroganza delle posizioni israelo-americane, dettata dal senso di superiorità di chi pensa di esser comunque coperto da totale impunità e può permettersi di umiliare il popolo che opprime, suggerendogli un “suicidio nazionale” come contropartita per un ipotetico progresso materiale. Ma il miglior commento a questo articolo sta proprio nell’indignazione che ogni sua riga non può mancare di suscitare. NdT]

Una protesta palestinese di giovedì scorso contro la conferenza di pace che si terrà questa settimana in Bahrein. Musa Al Shaer/Agence France-Presse – Getty Image

La “conferenza economica” di questa settimana in Bahrein, un summit di capitani d’impresa ed esponenti politici, è il primo passo nel lancio del tanto atteso piano di pace israelo-palestinese dell’amministrazione Trump. Tuttavia, poiché il piano offre un nuovo approccio, molti sostenitori della parte palestinese, tra cui il presidente Mahmoud Abbas e il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat, dicono che il piano è morto fin dall’inizio e che impegnarsi su di esso equivarrebbe a una dichiarazione palestinese di resa. Ma io dico: cosa c’è di sbagliato se i Palestinesi si arrendono?

Arrendersi vuol dire riconoscere che, in un conflitto, continuare sulla stessa strada costerà più che sottomettersi. Nel contesto israelo-palestinese, Saeb Erekat prende esattamente la posizione opposta: negoziare con Israele costerebbe al popolo palestinese più di quanto gli costino le attuali pratiche politiche ed economiche dell’Autorità Palestinese. Un punto di vista assurdo.

Più di 20 anni dopo che gli Accordi di Oslo posero quelle che dovevano essere le fondamenta di un processo di pace duratura, la politica palestinese si trova, forse irreparabilmente, divisa in due. In Cisgiordania, Abbas, che ha più di 80 anni, sta ancora usufruendo del mandato quadriennale che gli fu conferito nelle elezioni del 2005 e presiede una Autorità Palestinese così corrotta che, secondo almeno un sondaggio, più del 90% dei Palestinesi la ritiene disonesta. La Striscia di Gaza è governata da Hamas, un’organizzazione terroristica che ha le sue radici ideologiche nei Fratelli Musulmani dell’Egitto, ha un manuale tattico derivato da Hezbollah e Al Qaeda, e ottiene dall’Iran gran parte del suo sostegno economico.

La disoccupazione per i Palestinesi è oltre il 30% mentre a Gaza è oltre il 50%. Incoraggiati dall’ONU e dalla comunità internazionale, milioni di Palestinesi in varie parti del mondo vengono mantenuti all’infinito nello status di rifugiati, mentre i paesi che li ospitano non possono o non vogliono assorbirli. E la comunità internazionale continua a inondare ogni anno i Palestinesi con una pioggia di qualcosa come 2,3 miliardi di dollari di aiuto allo sviluppo, più di quanto riceve la maggior parte degli altri paesi.

Saeb Erekat, capo negoziatore dell’OLP. Abbas Momani/Agence France-Presse – Getty Images

Data questa penosa situazione, è evidente che il popolo palestinese ha bisogno di cambiare rotta.

Ciononostante, Saeb Erekat e la dirigenza palestinese preferiscono continuare sulla stessa strada e non vogliono sentir parlare di “resa.” Così facendo, mettono allo scoperto la scomoda verità sull’identità nazionale palestinese: non mira a costruire una vita migliore per il suo popolo, ma a distruggere Israele.

Le parole che un paese usa nelle sue dichiarazioni ufficiali e nei suoi documenti fondativi la dicono lunga sulla sua base etica. La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti sancisce il diritto “alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità.” Il motto nazionale francese è “liberté, égalité, fraternité.” La Dichiarazione di Indipendenza di Israele parla del “diritto naturale del popolo ebraico ad essere l’arbitro del suo destino nel suo stato sovrano.”

In contrasto con queste etiche nazionali dell’Occidente, lo statuto dell’OLP, un precursore dell’Autorità Palestinese, definisce i suoi termini distintivi come “unità nazionale, mobilitazione nazionale e liberazione” e parla del “conflitto di fondo che esiste tra le forze del sionismo e dell’imperialismo da una parte e il popolo arabo palestinese dall’altra.” I leader palestinesi hanno respinto varie aperture di pace, hanno lanciato intifade e guerre e sponsorizzato innumerevoli atti di terrorismo in ossequio a queste convinzioni.

Con una simile etica nazionale, negoziare senza l’esplicita approvazione di uno stato nazionale viene visto come una rinuncia all’identità nazionale palestinese e un riconoscimento del fatto che Israele e il popolo ebraico resteranno al loro posto. In altre parole, per Abbas ed Erekat, questo approccio equivale a un suicidio nazionale.

Eppure un suicidio nazionale dell’attuale etica politica e culturale palestinese è esattamente quello che ci vuole per ottenere la pace. L’idea che gli Ebrei non hanno diritto alla terra e che Israele deve essere distrutto, cosa che genera una cultura dell’odio e dell’istigazione, deve finire.

Erekat suggerisce falsamente che una “resa” porterà alla fine del popolo palestinese. Niente di più lontano dal vero. Al contrario, la resa offrirà la possibilità di trasformare la società palestinese, portando così alla liberazione del suo popolo.

Gli Stati Uniti non hanno eliminato i Tedeschi o i Giapponesi dopo la loro resa nella seconda guerra mondiale, ma li hanno anzi aiutati a trasformarsi da potenze militari imperiali a quelle che oggi sono tra le maggior centrali economiche del mondo. In Medio Oriente, dopo la sconfitta in quattro guerre convenzionali tra il 1948 e il 1973, l’Egitto ha abbandonato l’idea che avrebbe potuto spazzar via Israele dalla regione, e il presidente Anwar Sadat ha scelto la pace, che Israele è stato pronto ad accettare. Dopo l’accordo di pace del 1979, l’Egitto è diventato uno dei destinatari favoriti dell’aiuto economico e militare americano ed ha beneficiato di un afflusso di investimenti occidentali.

Non c’è motivo per dubitare che una dichiarazione di resa palestinese potrebbe produrre una simile trasformazione.

I Palestinesi hanno poco da perdere e tutto da guadagnare se depongono la spada e accettano il ramo di olivo. Israele attende che emerga un Anwar Sadat palestinese, un leader disposto a fare ciò che è meglio per il suo popolo, un leader che riconosca che per costruire un futuro luminoso bisogna rinunciare a un cupo passato.

Danny Danon, ambasciatore di Israele all’ONU

https://www.nytimes.com/2019/06/24/opinion/palestinian-peace-bahrain-conference.html?em_pos=small&ref=headline&nl_art=8&te=1&nl=opinion-today&emc=edit_ty_20190624?campaign_id=39&instance_id=10434&segment_id=14593&user_id=189440506a0574962c5baaf044befaca&regi_id=70178108emc=edit_ty_20190624

Traduzione di Donato Cioli

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