Sono una negoziatrice palestinese. Mi è stato negato il visto per gli Stati Uniti e credo di sapere il perché.

di Hanan Ashrawi

The Washington Post, 3 giugno 2019

Hanan Ashrawi nel 2015. (Abbas Momani/AFP/Getty Image

Come negoziatrice e sostenitrice dei diritti palestinesi, ho visitato regolarmente per decenni gli Stati Uniti. Durante le mie visite in quei lidi, ho tenuto centinaia di conferenze, ho incontrato amici e colleghi del mondo accademico e della società civile e mi sono impegnata in innumerevoli e franche conversazioni con dozzine di funzionari repubblicani e democratici, indipendentemente dalle loro posizioni riguardo al conflitto.

Ma lo scorso mese la mia domanda di visto per gli Stati Uniti è stata rifiutata dal Dipartimento di Stato. Non è stata data nessuna spiegazione per questa decisione, ma sospetto che abbia a che fare con il mio aperto sostegno a favore della Palestina e con il mio giudizio critico nei confronti di Israele e delle recenti violazioni da parte degli USA.

Sono una dei molti attivisti palestinesi che non possono più entrare negli Stati Uniti a causa della recente serie di rifiuti a rilasciare il visto d’ingresso. Queste decisioni sembrano essere dei tentativi per limitare la nostra possibilità di coinvolgere il pubblico americano e di informare gli organi decisionali e i rappresentanti della società civile.

Questo comportamento non si era mai visto prima. Negli Stati Uniti c’è sempre stata la possibilità di confrontarsi costruttivamente tra persone di differenti opinioni. Poi Donald Trump è diventato presidente. La sua amministrazione non sembra avere la tolleranza o la capacità di intrattenere un dialogo basato sui fatti. Si oppone alle discussioni serie perché non ha interesse a negoziare con rispetto e non dà valore a impegni di livello internazionale.

E questo è particolarmente visibile nei ridicoli piani per il Medio Oriente. Per più di due anni, Americani e Palestinesi che hanno dedicato la loro vita al raggiungimento della giustizia, hanno visto con orrore come l’amministrazione Trump abbia snaturato le fondamenta di una pace credibile e durevole al di là di ogni immaginazione. Questa amministrazione preferisce emanare editti ed esibisce un’infatuazione messianica intrisa di retorica a spese delle leggi vigenti e dei valori universali di dignità, libertà, giustizia e diritti umani.

Alla Casa Bianca e in tutta l’amministrazione, i funzionari insistono a negare le dimensioni politiche, morali e legali del conflitto e ad ignorare i nostri fondamentali diritti alla giustizia e all’autodeterminazione, considerandoli formule obsolete e fallimentari.

Invece di correggere gli errori delle precedenti amministrazioni statunitensi, la squadra di Trump ha abbracciato completamente l’agenda del governo conservatore di Israele. Ha riconosciuto unilateralmente l’annessione di Gerusalemme da parte di Israele, ha sostenuto la costruzione di insediamenti e ha cercato di giustificare le diffuse e generalizzate violazioni dei diritti umani e nazionali dei Palestinesi.

Proprio la scorsa settimana, il consigliere della Casa Bianca Jared Kushner, nella sua visita in Israele, avrebbe allineato il calendario e le priorità statunitensi con quelle del governo israeliano. Ha consegnato al primo ministro Benjamin Netanyahu una mappa raffigurante le Alture del Golan, annesse illegalmente, come territorio israeliano. Accanto alla mappa c’era la parola “Nice (belle)” un simbolo della mancata logica dell’amministrazione e della sua incapacità di comprendere il contesto di questo conflitto.

L’amministrazione Trump ha anche avviato un assalto economico e politico che è in atto nei confronti della popolazione palestinese e specialmente dei rifugiati. Non finanzia più la Relief and Works Agency dell‘ONU (UNRWA) che è incaricata di fornire assistenza ai rifugiati palestinesi e ha richiesto lo smantellamento dell’agenzia, cosa che minaccerebbe di destabilizzare l’intera regione. Ha ritirato l’assistenza ufficiale e non ufficiale alla popolazione palestinese, compreso il sostegno per la società civile, ospedali di Gerusalemme e borse di studio, ed ha chiuso le operazioni della U.S. Agency for International Development (USAID).

La sua “conferenza economica,” in programma questo mese nel Bahrein per discutere l’assistenza da dare ai Palestinesi, è un altro esempio lampante degli errori di giudizio dell’amministrazione. Questo teatrino è un diversivo in cui si discuterà di investimenti in Palestina e nella regione, come pure dell’integrazione di Israele nella faccenda, in modo del tutto separato dal contesto politico e nonostante le serie obiezioni della leadership palestinese e della comunità imprenditoriale, che rifiutano di commerciare i loro diritti politici con la falsa promessa di migliorare le loro condizioni sotto occupazione.

Con le sue recenti azioni, l’amministrazione Trump ha fatto chiaramente capire che sarà soddisfatta solo con la resa della popolazione palestinese e con la disfatta della sua battaglia per la libertà. Ma sta dimenticando che, anche se gli eserciti e i regimi politici possono essere sconfitti in battaglia, le popolazioni non vengono mai veramente sconfitte.

Trump e la sua amministrazione non rappresentano gli Stati Uniti, lo so. Che gli Stati Uniti abbraccino dunque lo spirito rivoluzionario che sconfisse l’oppressione coloniale. Rappresentano l’eredità e il continuo lavoro di intrepidi avvocati di diritti civili e umani, che sfidarono la segregazione, l’ingiustizia e l’oppressione negli Stati Uniti e nel mondo. Questi sono gli Stati Uniti che i Palestinesi –e chiunque desideri una pace a lungo termine nella regione– vorrebbero vedere ancora una volta.

Che io abbia l’opportunità di recarmi di nuovo negli Stati Uniti non ha alcuna importanza. Il mio lavoro continuerà, così come quello di innumerevoli e coraggiosi avvocati che lavorano per la pace e la giustizia. Le nostre voci non saranno messe a tacere e la nostra determinazione non sarà scoraggiata. Difenderemo il nostro operato e la nostra umanità. Continueremo il nostro lavoro per la pace, la giustizia e libertà per tutti. Non ci arrenderemo alle intimidazioni e ai ricatti politici, né rinunceremo al diritto elementare di difendere questi principi e l’inalienabile diritto della popolazione palestinese di usufruirne.

Hanan Ashrawi è uno dei membri del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

https://www.washingtonpost.com/opinions/2019/06/03/i-am-palestinian-negotiator-i-was-denied-visa-i-think-i-know-why/?noredirect=on&utm_term=.f9d4efd7c02f

Traduzione di Carla Monti

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