La logica di fondo dell’umiliazione palestinese da parte degli Stati Uniti.

Un’antica parabola ebraica ci racconta la strategia di Kushner e l’accordo del secolo.

di Marwan Bishara

Al Jazeera, 24 Aprile 2019

Il consigliere della Casa Bianca Jared Kushner e il Primo Ministro Israeliano Benjamin Netanyahu applaudono mentre il Presidente Donald Trump mostra l’ordine firmato che riconosce le Alture del Golan come territorio israeliano. [Getty/Michael Reynolds]

Il consigliere della Casa Bianca Jared Kushner e il Primo Ministro Israeliano Benjamin Netanyahu applaudono mentre il Presidente Donald Trump mostra l’ordine firmato che riconosce le Alture del Golan come territorio israeliano. [Getty/Michael Reynolds]Nel corso degli ultimi due anni l’amministrazione Trump ha lanciato un attacco diplomatico a tappeto verso i Palestinesi, mentre preparava una nuova iniziativa per risolvere il conflitto in Medio Oriente. L’amministrazione ha dichiarato che il nuovo piano sarà diverso dai precedenti, minimizzando come pura speculazione qualsiasi notizia al proposito e accusando i critici di aver dato giudizi affrettati prima di aver visionato il contenuto del documento.

Pur non avendo ancora visto il piano, i Palestinesi già ne prevedono il contenuto. Le politiche dell’amministrazione Trump, viste da vicino, hanno finora trasmesso un chiaro intento di umiliare e sottomettere il popolo palestinese.

Trump: un dono ad Israele che continua a fruttare

Negli ultimi diciotto mesi, il Presidente statunitense Donald Trump ha offerto al governo di Benjamin Netanyahu un “regalo” politico dopo l’altro.

A maggio 2018 il governo americano ha spostato la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, dopo aver formalmente riconosciuto la città come capitale d’Israele nel dicembre 2017. A gennaio 2018, ha congelato tutte le risorse destinate all’UNRWA, l’Agenzia che sostiene milioni di rifugiati palestinesi, e nel giugno dello stesso anno ha abbandonato il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite dopo averlo accusato di pregiudizi nei confronti di Israele e delle sue politiche nei territori palestinesi occupati. A settembre, inoltre, l’amministrazione Trump ha ordinato la chiusura dell’ufficio dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) a Washington.

Nel frattempo, l’amministrazione americana ha lasciato a Netanyahu campo libero per espandere i propri insediamenti in Cisgiordania, eliminando la parola “occupati” nei documenti ufficiali e sostituendola con la dicitura territori “controllati da Israele”.

Poco prima delle elezioni in Israele, il Presidente Donald Trump ha firmato quest’anno un proclama in cui riconosce l’annessione delle alture siriane del Golan ad Israele, annessione che era stata precedentemente dichiarata “nulla e invalidata” dall’amministrazione Reagan e dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Ancor più allarmante, forse, è la spinta esercitata dagli Stati Uniti su alcune nazioni arabe a normalizzare le relazioni con Israele senza aver ottenuto alcuna concessione da parte israeliana.

Questa serie di politiche americane ha incoraggiato Netanyahu, rieletto Primo Ministro per la quinta volta, a vantarsi di voler mantenere la sovranità di Israele su una “Gerusalemme unita”, sull’”eterna capitale” dello stato e a giurare di non rinunciare al controllo di tutti i territori palestinesi ad ovest del fiume Giordano. Il Premier ha anche promesso l’annessione di tutti gli insediamenti ebraici illegali della Cisgiordania.

Nel frattempo, la leadership palestinese e i governanti arabi hanno continuato a fare soltanto discorsi irrilevanti.

Zeloti sotto steroidi

Questi e molti altri cambiamenti alle tradizionali politiche degli Stati Uniti in Medio Oriente, sono stati suggeriti a Trump dai suoi tre maggiori consiglieri di politica estera: il genero Jared Kushner e due dei suoi vecchi avvocati di New York, Jason Greenblatt e David Friedman, i quali da anni promuovono attivamente politiche pro-Israele.

Questi tre sionisti radicali e convinti hanno palesato il loro entusiasmo per gli insediamenti illegali di Israele nei territori palestinesi, e il loro rifiuto del termine “occupati” per i territori della Cisgiordania e di Gerusalemme.

Ma il trio del Presidente americano continua a sorprendere, e non in senso positivo. Kushner e compagni sono talmente estremi da far apparire, al confronto, il Presidente Netanyahu come un moderato.

I consiglieri americani fanno parte di un gruppo estremista di sionisti americani che si oppose al “Processo di Pace di Oslo” degli anni 1990 e che paragonò i pacieri israeliani ai collaboratori con i nazisti. Un gruppo che ha respinto in toto tutti i diritti nazionali e storici dei Palestinesi, difendendo le azioni di Israele in quanto ordinate da Dio. Al pari dei loro colleghi evangelici, considerano il loro capo Trump come unto dal Signore per difendere Israele e sono convinti che questa interpretazione della volontà divina valga più delle decisioni della comunità internazionale.

Lo scorso anno, Friedman, ex-ambasciatore statunitense in Israele, dichiarava in un tweet: “Più di 2000 anni fa, i patrioti ebraici (Maccabei) presero Gerusalemme, purificarono il Sacro Tempio e lo riconsacrarono come luogo di culto ebraico. Le Nazioni Unite non possono rinnegare la realtà dei fatti: Gerusalemme resta la capitale antica e moderna dello stato di Israele”.

Questo “pompato” fondamentalismo religioso da parte del trio di Trump, accompagnato da un falso interesse per il destino dei Palestinesi, dovrebbe preoccupare non solo chi vive in  Medio Oriente, ma anche il resto del mondo.

Manovre e mercanteggiamenti

Mentre Kushner si è praticamente astenuto dal commentare il nuovo accordo, Friedman e Greenblatt hanno parlato delle implicazioni e dei vantaggi che ne avrebbero i Palestinesi.

Con impareggiabile chutzpah (sfrontatezza), entrambi gli avvocati hanno provocato i leader palestinesi accusandoli di non avere a cuore gli interessi della loro popolazione, di “elogiare” il terrorismo e dare rifugio ai terroristi; tutto questo, mentre difendevano mediaticamente Israele da ogni critica, anche se proveniente dai media  americani, contro gli atti di repressione e violenza perpetrati ai danni dei Palestinesi.

Sembra proprio che il trio abbia applicato la famigerata strategia mediatica che porta il nome di “Progetto Israele”, indirizzata ai “leader che combattono in prima linea la guerra mediatica di Israele”. Questa tattica mira a mettere in difficoltà l’Autorità Palestinese guidata da Abbas e a sostenere il governo Netanyahu. I tre hanno, infatti, portato avanti espedienti e provocazioni mediatiche del tipo: “Noi siamo pronti ad aiutare i Palestinesi, ma il loro leader lo è?”

Tutto ciò fa sorgere spontanee alcune domande: Perché i Palestinesi dovrebbero prendere in considerazione il piano degli Stati Uniti, mentre Kushner e compagni sostengono l’espropriazione delle loro terre, beni e risorse in nome del realismo e della pace? Perché dovrebbero veder le cose in modo diverso da come le vedono due esperti di primo piano, favorevoli a Israele ed  ex consiglieri della Casa Bianca, i quali pensano che il piano sia soltanto un’offerta “economicamente vantaggiosa”, ma che sia “destinato a fallire” ?

Il trio di Trump insiste nel ribadire che il nuovo piano è diverso da tutte le precedenti iniziative degli Stati Uniti. Come ha dichiarato Kushner al Summit Time 100 di questa settimana, si tratta di una cosa basata sulla realtà e non sulla fantasia, e prima i Palestinesi lo accetteranno, prima le loro vite miglioreranno. Eppure, se le precedenti iniziative sono fallite per la parzialità degli USA a favore di Israele, come potrebbe questo piano, ancora più favorevole allo stato ebraico, portare alla pace? Inutile dire che nessuna nazione occupata o colonizzata ha mai accettato, né lo farà mai, un simile consiglio basato sulla mera logica del potere disonesto.

E se davvero l’amministrazione americana intende far accettare il nuovo piano ai Palestinesi, perché continua ad umiliarli in pubblico e in privato? Dopotutto, qualsiasi nuovo accordo – come i precedenti – implicherà sicuramente l’accettazione di una divisione e/o condivisione dei territori.

E qui entra in gioco l’antica saggezza ebraica.

‘L’arte dell’umiliazione’

Nel tentativo di riadattare il vecchio detto, “Non si può fare una frittata senza rompere qualche uovo”, in un’e-mail datata gennaio 2018, Kushner scriveva: “Il nostro obiettivo non può essere quello di mantenere le cose come sono ora, ma quello di renderle MIGLIORI! A volte bisogna assumersi il rischio strategico di rompere qualcosa per raggiungere il risultato.”

Ma rompere cosa, esattamente?

Sembra che l’obiettivo principale di Kushner sia quello di spezzare lo spirito dei Palestinese e la loro speranza di costituire uno stato sovrano su tutti i territori occupati nel 1967, per spingerli, quindi, ad accettare un’autonomia su una parte dei territori e un’opzione futura di un pseudo-stato “intanto Gaza”, subordinato ad una buona condotta.

Tutta questo mi ricorda una vecchia storia che sicuramente Kushner conosce, una parabola ebraica su un pover’uomo scontento che si lamentava con il suo rabbino perché costretto a vivere con una famiglia numerosa in una casa molto piccola. Il rabbino gli disse di portare tutti i suoi animali in casa. Anche se perplesso, l’uomo fece come ordinato. Il giorno seguente tornò di corsa dal rabbino per lamentarsi che la situazione era peggiorata. Il rabbino suggerì allora all’uomo di portare fuori i polli. Leggermente sollevato, ma ancora frustrato dalle proprie condizioni abitative, l’uomo tornò dal rabbino il giorno seguente, e questi gli consigliò di portare fuori altri animali. La storia continuò finché l’uomo non ebbe tolto tutti gli animali dalla casa. Il giorno seguente l’uomo tornò dal rabbino tutto sorridente e disse “Oh Rabbi, ora viviamo così bene. La casa è silenziosa e abbiamo persino dello spazio libero!”

La morale della storia è che se cambi il tuo punto di vista, cambiano anche le cose intorno a te. In questo modo, il trio di Trump sta cercando di costringere i Palestinesi a guardare alla loro situazione come migliore di quella che potrebbe diventare.

Ma la verità è che cambiare la propria prospettiva non cambia affatto la realtà. Infatti, ogni volta che, negli ultimi venticinque anni, i Palestinesi hanno modificato la loro prospettiva di fronte alle insistenze statunitensi la loro situazione è soltanto peggiorata. Da qualsiasi punto la si guardi, la realtà è che Israele ha continuato ad espandersi per decenni e i Palestinesi ne hanno pagato il prezzo.

È giunto davvero il momento per l’ascesa di una nuova generazione di leader palestinesi che riformi la realtà dei fatti invertendo (o superando) le vecchie e nuove politiche americane e israeliane.

Marwan Bishara

Marwan Bishara lavora da anni come analista politico di Al Jazeera.

https://www.aljazeera.com/indepth/opinion/logic-humiliation-palestinians-190423123902553.html

Traduzione di Giulia Incelli

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