Perché le richieste di risarcimento degli Ebrei che fuggirono dai paesi arabi potrebbero far deragliare il piano di pace USA.

Gli Ebrei che furono costretti a lasciare paesi come Iraq, Marocco ed Egitto nel 1948 hanno ingaggiato una lunga battaglia per ottenere un risarcimento per la perdita delle loro case e dei loro beni – ma come mai questo è diventato un inciampo a qualsiasi accordo sullo status finale con i Palestinesi?

di Eetta Prince-Gibson

22 aprile 2019

Fotogramma dal film “Remember Baghdad” di Fiona Murphy, sul pogrom di Baghdad del 1941 conosciuto come Farhud. Beit Hatfutsot

La Corte Suprema israeliana ha respinto il mese scorso un appello presentato da un gruppo di Ebrei iracheni che chiedevano di essere riconosciuti vittime dei Nazisti.

Pur riconoscendo che i Nazisti furono fortemente coinvolti nel creare il clima antiebraico che condusse al pogrom noto come Farhud (che ebbe luogo in Iraq nel giugno 1941), la corte ha stabilito che essi non potevano essere riconosciuti come vittime dei Nazisti secondo la vigente legislazione israeliana. Tale riconoscimento avrebbe permesso al gruppo di ricevere pensioni e altri benefici economici.

La decisione della corte ha concluso un caso avviato nel 2011. Ma essa non ha posto fine alla questione dei risarcimenti agli Ebrei dei paesi arabi, incluso l’Iraq, costretti a fuggire dalle loro case dopo la creazione dello Stato di Israele nel maggio 1948.

Al tempo della fondazione dello stato, circa un milione di Ebrei vivevano in paesi arabi e musulmani e in Iran. Alcune di queste comunità risalivano a tempi antichi. Benché in alcuni paesi avessero avuto, nel corso dei secoli, esperienze di intermittente antisemitismo e persecuzione, molte comunità e singoli individui ebrei erano in buone condizioni economiche.

Immigrati ebrei arrivano dal Marocco al porto di Haifa. FRITZ COHEN / GPO

Comunque, secondo i Jews for Justice from Arab Countries – un gruppo internazionale di organizzazioni della comunità ebraica – quando l’ostilità verso Israele e gli Ebrei si intensificò, circa 850.000 Ebrei lasciarono o fuggirono dalle loro case in Siria, Marocco, Tunisia, Libia, Iran, Iraq, Yemen, Libano ed Egitto, abbandonando le loro proprietà e i loro beni. Oggi, solo poche migliaia di Ebrei mizrahì [così sono chiamati gli Ebrei provenienti dai paesi del mondo arabo, NdT] vivono in quei paesi.

Ogni tot anni riappaiono iniziative volte al risarcimento, sia in Israele che negli USA. Ma a differenza dei risarcimenti per le vittime dei Nazisti, le richieste di risarcimento degli Ebrei mizrahì sono più complicate e sono diventate inestricabilmente legate alla pace in Medio Oriente, sì da chiedersi se il reale intento delle richieste di risarcimento sia quello di bloccare eventuali negoziati di pace con i Palestinesi e/o il mondo arabo.

La questione dei risarcimenti fu sollevata per la prima volta negli anni ’70 del ‘900, sotto la guida di personaggi del calibro dell’ex parlamentare Mordechai Ben-Porat. La prima importante organizzazione a essere istituita è stata, nel 1975, l’Organizzazione Mondiale degli Ebrei dei Paesi Arabi secondo la quale ogni accordo sul problema dei rifugiati palestinesi avrebbe dovuto riconoscere anche gli Ebrei mizrahì costretti a fuggire da terre dove avevano vissuto per secoli. L’organizzazione si sciolse nel 1999 e fu sostituita nel 2002 da Jews for Justice from Arab Countries.

Nel febbraio 2010, la Knesset approvò una legge che tutelava il diritto al risarcimento dei rifugiati ebrei provenienti dai paesi arabi e dall’Iran. Questa legge obbligava lo Stato di Israele a garantire che qualsiasi negoziato per la pace in Medio Oriente includesse anche il tema del risarcimento per i rifugiati ebrei. Contemporaneamente venne istituito il Consiglio Nazionale per la Restituzione Ebraica, successivamente disciolto e mai ricostituito.

Più recentemente, a gennaio, un’inchiesta su Channel 10 della televisione israeliana ha rivelato che Israele intende chiedere oltre 250 miliardi di dollari a sette paesi arabi e all’Iran quale compensazione per le perdite dei Mizrahì. Secondo l’inchiesta, Gila Gamliel, Ministro della Parità Sociale, stava coordinando il processo di valutazione della richiesta con il Consiglio di Sicurezza Nazionale, che afferisce all’Ufficio del Primo Ministro, ed ha assunto una società internazionale di contabilità. Anche l’organizzazione Jews for Justice from Arab Countries sembra essere coinvolta nella vicenda.

L’inchiesta giornalistica dice che Israele è intenzionato a chiedere innanzitutto 35 miliardi di dollari di compensazione per la perdita di beni ebraici alla Tunisia e 15 miliardi di dollari alla Libia. Le richieste di risarcimento a Marocco, Iraq, Siria, Egitto, Yemen e Iran seguiranno più tardi.

Rivendicazione

Il rimpatrio di Ebrei nei paesi arabi non è e non è mai stata un’opzione realistica. Inoltre, sia per ragioni geopolitiche che pratiche (nella maggior parte dei casi non ci sono elenchi di proprietà o beni), non sono possibili neppure compensazioni finanziarie o materiali. Quindi perché la questione è riemersa, e perché ora?

I funzionari sostengono che ciò è dovuto ad una genuina preoccupazione per la giustizia.

“È ora di correggere l’ingiustizia storica dei pogrom avvenuti in sette paesi arabi e di restituire alle centinaia o migliaia di Ebrei che hanno perso le loro proprietà ciò che è loro di diritto”, ha dichiarato Gamliel annunciando l’iniziativa.

Ebrei che fanno la fila davanti a una sinagoga di Baghdad nel marzo 1950 per firmare la rinuncia alla loro cittadinanza irachena al fine di emigrare in Israele. Beit Hatfusot

E sul suo sito web, il Ministero degli Affari Esteri israeliano scrive che “Il riconoscimento ufficiale dei diritti [degli Ebrei sfollati dai paesi arabi] che sono stati trascurati e il bisogno di garantire giustizia è una questione di importanza nazionale, etica e morale”.

Per alcuni, questi sforzi sono una rivendicazione delle proprie traversie, sia nei loro paesi di origine che in Israele.

Mazal Ashkenazi, 79 anni, lasciò clandestinamente il Marocco con la sua famiglia nel 1955, sentendosi in pericolo di vita. “È giunta l’ora che lo Stato ci difenda”, dice la donna. “La mia famiglia era terribilmente povera quando arrivammo in Israele. Per venire in Israele avevamo rinunciato a tutto ciò che avevamo, ed è giusto che, se mai ci sarà un accordo, noi riceviamo un risarcimento per quel che abbiamo abbandonato e per le sofferenze che abbiamo patito qui”.

“Ci chiamavano avak adam (“polvere umana” o “persone distrutte”)”, dice Shoshana Ben Abu, 73 anni, un’insegnante in pensione la cui famiglia arrivò in Israele dal Marocco, citando un commento particolarmente denigratorio sugli immigrati fatto dal Primo Ministro David Ben-Gurion. “In Marocco noi eravamo Ebrei; qui non eravamo nulla. Ma almeno ora lo Stato prende le nostre difese”.

Comunque, subito dopo averne dato annuncio all’inizio di quest’anno, l’ufficio di Gamliel non ha rilasciato ulteriori dichiarazioni sui risarcimenti e della questione non si è affatto parlato durante la campagna elettorale. Il suo ufficio non ha risposto alle richieste di dichiarazioni.

Problema politico

Alcuni sostengono che questi tentativi non siano altro che una manovra per uccidere preventivamente qualsiasi accordo di pace con i Palestinesi e l’eventuale richiesta di riconoscere il Diritto al Ritorno per i rifugiati palestinesi.

Michael R. Fischbach, professore di storia al Randolph-Macon College in Virginia, ha condotto ampie ricerche su questo argomento ed ha pubblicato un apprezzato volume nel 2008, “Jewish Property Claims Against Arab Countries”. Secondo lui, per anni, vari attori ma soprattutto Israele, hanno collegato l’accoglimento delle rivendicazioni delle proprietà ebraiche al destino delle proprietà dei profughi palestinesi e delle loro richieste di rimpatrio. “La questione è stata politicizzata, usando i Mizrahì come arma contro i Palestinesi”, dice ad Haaretz in un’intervista telefonica. “Si prendono come esempio i beni di un individuo o di una famiglia e si trasformano in una questione politica israeliana”.  

Jews for Justice from Arab Countries rifiuta fermamente questa ipotesi. Sul loro sito web si legge che “la legittima richiesta di garantire i diritti e il risarcimento per gli Ebrei sfollati dai paesi arabi non è una campagna contro i rifugiati palestinesi”. Tuttavia si sottolinea che “è importante garantire che i diritti di centinaia di migliaia di Ebrei sfollati dai paesi arabi siano analogamente riconosciuti e affrontati… Affinché qualsiasi processo di pace sia credibile e duraturo, deve garantire che tutti i veri rifugiati ricevano pari diritti e trattamento secondo il diritto internazionale”.

Fischbach obietta tuttavia che il coinvolgimento di gruppi internazionali come Jews for Justice from Arab Countries è discutibile. “C’è qui una grossa questione, etica e storica: in base a quale diritto morale e legale queste organizzazioni, che non sono in alcun modo rappresentative, avocano a sé il diritto di parlare per i Mizrahì in Israele?”

I politici americani hanno rafforzato questa rivendicazione.

Yasser Arafat, Yitzhak Rabin e Bill Clinton alla firma degli accordi di Oslo, 13 settembre 1992. Foto d’archivio Reuters

Durante i colloqui di pace di Camp David del 2000, il Presidente Bill Clinton dichiarò che, se un accordo fosse stato raggiunto, avrebbe dovuto essere istituito un fondo internazionale per compensare sia i profughi arabi sia i profughi ebrei provenienti dai paesi arabi.

Da allora, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato una serie di risoluzioni in cui si afferma che i rifugiati ebrei dovevano essere riconosciuti come rifugiati dalla Convenzione delle Nazioni Unite sullo status dei rifugiati, e che doveva essere istituito un fondo internazionale per compensare i rifugiati ebrei e palestinesi per la perdita delle loro proprietà. L’ultima risoluzione, nel 2016, è stata sponsorizzata dal rappresentante democratico Jerrold Nadler che ha richiesto un rapporto sulle azioni intraprese dagli Stati Uniti “per assicurare che un giusto e completo accordo di pace arabo-israeliano trovi una soluzione anche relativamente alla questione dei rifugiati ebrei dai paesi arabi e dall’Iran”.

Le risoluzioni non sono vincolanti, dice Lara Friedman, presidente della Foundation for Middle East Peace, un istituto di ricerca con base a Washington che si occupa della promozione di “una giusta risoluzione del conflitto israelo-palestinese”. Ma, aggiunge, possono avere un enorme significato simbolico. “Il Congresso agisce per delegittimare sistematicamente i profughi palestinesi” sostiene, “mentre introduce leggi che riconoscono gli Ebrei provenienti da paesi arabi come rifugiati le cui rivendicazioni e richieste di risarcimento devono essere affrontate”.

“Lo scopo principale è imporre nuovi termini di riferimento sui futuri negoziati di pace”, aggiunge, “termini che impongono al mondo arabo la piena responsabilità sia per i profughi palestinesi del 1948 sia per gli Ebrei che arrivarono in Israele da paesi arabi all’indomani della creazione di Israele”.

Bambini ebrei arrivano all’aeroporto israeliano di Lod (oggi Ben Gurion) dal Marocco, dopo esser passati per la Norvegia. Hans Pinn / GPO

Questi tentativi, dice, sono solo un “cinico sfruttamento degli Ebrei che arrivarono in Israele dai paesi arabi. I sostenitori di questi sforzi all’interno del Congresso… credono davvero che gli Ebrei venuti in Israele dai paesi arabi vedano se stessi come degli esuli involontari in una terra straniera, sognando il giorno in cui potranno far ritorno alle loro vere case, per esempio in Yemen, Egitto o Tunisia?”

“Ma Israele è la patria degli Ebrei o è un paese qualunque che magnanimamente offrì rifugio permanente a un gruppo di stranieri (che accidentalmente erano Ebrei) fuggiti da persecuzioni nei loro paesi natali?”, continua, “Non può essere entrambe le cose”.

Friedman nota che nel Congresso c’è stato un turbinio di nuove iniziative in risposta alle fughe di notizie sul piano di pace per il Medio Oriente dell’amministrazione USA. Definisce questo come “assurdo. Se l’intento è quello di bloccare l’amministrazione, ciò è inutile. Questa amministrazione ha già delegittimato i Palestinesi e ‘l’accordo’ (del secolo) è probabile che non andrà da nessuna parte”.

Il prezzo più alto

In questa foto del 1952 dall’archivio dell’UNRWA, rifugiati palestinesi attraversano il campo di Nahr el-Bared, allestito in Libano come misura di emergenza per accogliere i rifugiati della guerra del 1948. AP

Unire il risarcimento dei Mizrahì al diritto al ritorno palestinese fa arrabbiare alcuni attivisti mizrahì, secondo i quali in questo modo si perpetua la discriminazione che la loro comunità ha a lungo percepito in Israele.

Fischbach dice che la questione è diventata un problema di parte perché collegando le richieste di risarcimento con il diritto al ritorno dei Palestinesi “si prendono come esempio i beni di un individuo o di una famiglia e si fanno diventare un problema politico israeliano”, creando così divisioni tra Mizrahì di destra e Mizrahì di sinistra.

I commenti di due persone intervistate da Haaretz per questo articolo evidenziano questa divisione.

L’avvocato Moshe Karif, i cui genitori provenivano dalla Tunisia e dall’Iran, dice a Haaretz che “ci vuole molta arroganza, sfrontatezza e razzismo per contrapporre i beni dei Mizrahì a quelli dei Palestinesi. Perché i modesti beni dei miei nonni dovrebbero essere usati come scusa per non pagare i Palestinesi? Ora, dopo tutto quello che noi abbiamo sofferto, dovremmo essere noi quelli che pagano il conto con i Palestinesi oppure essere parte del fallimento del processo di pace? Dov’è la giustizia in questo? Perché questo non è stato fatto con i risarcimenti della Germania?”

Ben Abu, da parte sua, ha una visione diversa. “Non credo proprio che vedremo mai dei soldi dai paesi che abbiamo lasciato, e quindi anche i Palestinesi non dovrebbero avere niente”, ci dice.

Fischbach afferma che in tutti i piani proposti per i risarcimenti da parte dei paesi arabi, i fondi non andrebbero direttamente ai singoli individui, ma allo Stato. Yossi Yonah, ex parlamentare e professore alla Università Ben-Gurion nel Negev, dice che questo rafforza il divario tra Mizrahì e Ashkenaziti [così si chiamano gli Ebrei provenienti dalla regione franco-tedesca del Reno, NdT], e perpetua la discriminazione che i Mizrahì hanno a lungo avvertito in Israele.

“Sia gli Ashkenaziti che i Mizrahì arrivarono in questo paese come rifugiati, senza possedere nulla. Ma mentre gli Ashkenaziti ricevettero risarcimenti e poterono progredire economicamente, i Mizrahì sono rimasti fino ad oggi nelle classi più basse. Lo Stato non ha il diritto di nazionalizzare i beni che la mia famiglia perse” sostiene Yonah, i cui genitori provenivano entrambi dall’Iraq.

Kafir, a tal proposito, sostiene che gli Ebrei dei paesi arabi sono stati quelli che pagarono il prezzo più alto per la costituzione di Israele, e cioè “il prezzo economico quando lasciarono le loro case e l’enorme prezzo sociale quando arrivarono in Israele. Qualsiasi risarcimento di proprietà ebraiche dovrebbe essere al centro di accordi personali e pubblici per fare i conti con la terribile ingiustizia fatta ai Mizrahì, come individui e come comunità, in Israele”.

Anche lui respinge decisamente qualsiasi tentativo di rendere la comunità mizrahì un intoppo per un accordo con i Palestinesi. “Noi non saremo le pedine dei tentativi del Governo di evitare la pace, che è ciò che a noi tutti abbisogna più di qualsiasi altra cosa”. 

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-weaponizing-the-mizrahim-these-jews-claims-could-derail-the-u-s-peace-plan-1.7139413?fbclid=IwAR3Ze3-QfoWAPvmv-XZfo_VQjg4NVEvJtuD18a0YA9u55-bzqFV0l_tfJJs

Traduzione di Elisabetta Valento

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