Ho combattuto contro l’apartheid in Sud Africa. Oggi vedo le stesse pratiche brutali in Israele.

Sono stato in prigione in Sud Africa per aver fatto sentire la mia voce, e sono disgustato a vedere che lo stesso succede oggi a chi critica Israele.

di Ronnie Kasrils

Benjamin Netanyahu ha detto recentemente: “Israele non è uno stato di tutti i suoi cittadini … Israele è lo stato nazione del popolo ebreo – e solo di quello.” Amir Levy/Getty Images

Da attivista ebreo contro l’apartheid in Sud Africa, guardo con orrore alla svolta verso la destra estrema che avviene in Israele alla vigilia dell elezioni di questo mese, e all’impatto che questo avrà nei territori palestinesi e in tutto il mondo.

La repressione esercitata da Iraele sui cittadini palestinesi, sui rifugiati africani e sui Palestinesi della Cisgiordania occupata e di Gaza è diventata sempre più brutale. La pulizia etnica, la confisca di terre, la demolizione di case, l’occupazione militare, i bombardamenti di Gaza e le violazioni della legge iternazionale hanno portato l’arcivescovo Tutu a dichiarare che il trattamento dei Palestinesi gli ricordava l’apartheid, anzi era peggio.

Trovo anche vergognoso che chi critica le pratiche brutali di Israele veda spesso minacciata la sua libertà di espressione, una situazione che ho sperimentato in prima persona. La settimana scorsa a Vienna, un incontro pubblico in cui avrei dovuto parlare a favore della libertà dei Palestinesi, nell’ambito della settimana mondiale sull’Apartheid Israeliano, è stato cancellato dal museo che ospitava l’evento, dietro pressioni da parte del consiglio comunale di Vienna, che si oppone al movimento internazionale per il disinvestimento da Israele (BDS).

Il governo di apartheid del Sud Africa mi proibì a vita dal partecipare a convegni. Niente di quello che dicevo poteva essere pbblicato, perché ero contrario all’apartheid. È una vergogna che, malgrado la lezione che dovremmo aver imparato dalle nostre lotte contro il razzismo, una simile intolleranza continui ancora oggi a sopprimere la libertà di parola in Palestina.

Durante la lotta in Sud Africa, ci accusavano di perseguire un programma comunista, ma le calunnie non ci fecero cambiare rotta. Oggi la propaganda di Israele, ripetuta dai suoi sostenitori, segue la stessa strada, equiparando qualunque critica a Israele con l’antisemitismo. A questo dobbiamo ribellarci.

Un numero sempre maggiore di Ebrei in tutto il mondo sta prendendo posizioni contrarie alla politica di Israele. Molti giovani Ebrei sostengono il movimento a guida palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), una pacifica mobilitazione che si ispira al movimento che contribuì alla fine dell’apartheid in Sud Africa.

I paralleli col Sud Africa sono molti. Il primo ministro israeliano ha detto recentemente: “Israele non è uno stato di tutti i suoi cittadini … Israele è lo stato nazione del popolo ebreo – e solo di quello.”

Simili dichiarazioni razziste erano comuni nel Sud Africa dell’apartheid. Noi sostenevamo che una pace giusta era possibile e che i bianchi avrebbero trovato la sicurezza solo in una società unitaria, non razzista e democratica, dopo che fosse finita l’oppressione dei neri sudafricani e si fosse realizzata vera libertà e uguaglianza per tutti.

Il Likud di Netanyahu, invece, fa una corte disperata ai partiti estremisti e sta abbandonando ogni parvenza di negoziato con i Palestinesi. Il suo progetto di portare dentro alla coalizione di governo un partito di coloni estremisti e il partito terrorista che si ispira a Kahane è davvero osceno. Il suo principale avversario è un generale che è accusato di crimini di guerra a Gaza. Finché a governare sarà un regime repressivo ispirato all’apartheid, le cose andranno sempre peggio per i Palestinesi e anche per gli Israeliani.

Il movimento anti-apartheid si sviluppò nel corso di trent’anni, in concomitanza con la lotta di liberazione del popolo sudafricano, fino ad assumere un ruolo decisivo nella sconfitta del regime razzista. Gli Europei si rifiutarono di comprare la frutta dell’apartheid; ci furono boicottaggi sportivi, i portuali da Liverpool a Melbourne si rifiutarono di scaricare le navi sudafricane; un boicottaggio accademico trasformò le università in zone libere dall’apartheid; sanzioni sul commercio di armi contribuirono a spostare gli equilibri a sfavore dell’esercito del Sud Africa.

Mentre il movimento cresceva e le risoluzioni dell’ONU isolavano il regime di Pretoria, aumentavano le pressioni sui partner commerciali e sui governi favorevoli al Sud Africa. La storica approvazione da parte del Congresso USA del Comprehensive Anti-Apartheid Act (1986) fu un importante punto di svolta. Quando le banche Chase e Barclays chiusero le loro sedi in Sud Africa e ritirarono i loro prestiti, la battaglia era praticamente vinta.

Tutto questo richiese un enorme sforzo organizzativo, oltre alla mobilitazione e all’educazione della base popolare. Elementi analoghi si ritrovano oggi nel movimento BDS che mira a isolare l’Israele dell’apartheid.

Ogni passo è importante: occorre far pressione su istituzioni e corporazioni che sono complici dei crimini di Israele, mentre bisogna sostenere i Palestinesi nella loro lotta per la liberazione. Questo non vuol dire distruggere Israele e il suo popolo, ma significa lavorare per una soluzione giusta, come facemmo noi in Sud Africa.

Il dovere di tutti coloro che sostengono la giustizia nel mondo è quello di mobilitarsi a fianco dei Palestinesi per dare inizio a un’era di libertà.

Ronnie Kasrils è stato ministro del governo sudafricano ed è stato un membro autorevole dell’African National Congress al tempo dell’apartheid.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/apr/03/israel-treatment-palestinians-apartheid-south-africa

Traduzione di Donato Cioli

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