Accade a Hebron, un articolo di Luisa Morgantini su Adista.

Accade a Hebron

Open Shuhada Street

di Luisa Morgantini

Il 25 febbraio del 1994, venticinque anni fa, l’ebreo nazionalista israeliano Baruch Goldstein, originario di Brooklyn, con cittadinanza anche statunitense, residente in una delle colonie più fanatiche della Cisgiordania, Kyriat Arba, e seguace del Rabbino Meir Kahane il cui movimento venne considerato negli anni ’70 fuorilegge da Israele, penetrò nella moschea di Abramo o tomba dei Patriarchi a Hebron durante il Ramadan e con un fucile mitragliatore uccise 29 palestinesi in preghiera ferendone altri 125.

Di fronte a questo fatto si è portati a pensare che i coloni, stabilitisi in terra palestinese e illegali per il diritto internazionale, convinti che quella terra sia loro per diritto divino, avrebbero dovuto essere ritritati da Hebron.

Quello che invece accadde, anche per debolezza della leadership palestinese, fu un accordo siglato nel gennaio del 1997 tra Israele ed Olp, firmato da Netanyahu ed Arafat, chiamato il “Protocollo di Hebron”, che, modificando gli accordi Oslo nei quali la città era parte dell’area A, quindi sotto totale controllo palestinese, ne decideva la spartizione in due aree: H1, con una popolazione di circa 115.000 palestinesi, controllata ufficialmente dall’Autorità Nazionale Palestinese e riguardante la città sviluppatasi negli anni, con uffici, fabbriche, università e edifici pubblici; e H2, un territorio di oltre il 20% della superficie urbana sotto il diretto controllo israeliano. H2 infatti comprende, oltre alla Città Vecchia, con la Tomba dei Patriarchi – luogo sacro per tutte e tre le religioni monoteiste –il mercato, distrutto e sequestrato dai coloni, l’arteria di traffico Nord-Sud con Shuhada Street chiusa al passaggio di auto e persone palestinesi e aperta solo ai coloni, non solo a quelli dei quattro insediamenti interni alla città vecchia (Beit Hadassah al-Babbuya, Beit Romano, Avraham Avinu e Tel Rumeida), ma anche alla colonia di Kyriat Arba e agli israeliani che vengono a Hebron sopratutto di sabato andando alla preghiera e ad omaggiare Baruch Goldstein.

L’accordo siglò la presenza militare israeliana per “proteggere” i coloni ebrei che si erano insediati, espellendo palestinesi, nel cuore della città vecchia, nell’area dove fino al 1929 era presente una comunità ebraica, evacuata dai britannici dopo gli scontri avvenuti anche a Hebron dove 67 ebrei e 21 arabi furono uccisi.

Con il Protocollo, si decise anche la presenza di una forza internazionale temporanea per monitorare e scoraggiare le azioni di violenza, la TIPH (Temporary International Presence in Hebron) della quale fanno parte alcuni Paesi compresa l’Italia. Il 31 gennaio, data di scadenza per il rinnovo della loro presenza, con atto unilaterale Israele ha imposto la chiusura della TIPH dando tre mesi di tempo per lo smantellamento degli uffici. Netanyahu ha preso a pretesto la relazione presentata dal TIPH di 20 anni di monitoraggio e di violazione dei diritti palestinesi da parte di coloni, soldati e polizia israeliane. Nessuna voce si è levata contro questa decisione, solo flebili lamenti e deplorazione da parte dei nostri governi e delle Nazioni Unite.

A oggi sono circa 600 i coloni israeliani che vivono nel centro della città vecchia e circa 35.000 i palestinesi.

La Zona H1 è una città militarizzata e via via svuotata dalla presenza palestinese. Centinaia di negozi sono stati chiusi dall’esercito, il vecchio mercato è stato smantellato e requisito dai coloni, la Strada Shuhada con i negozi chiusi, la popolazione costretta ad andarsene: ciò rende la parte vecchia di Hebron una città fantasma. Gli attacchi dei coloni e soldati nei confronti dei palestinesi sono sempre più persistenti a cominciare dai checkpoint, 17 dei quali nei punti di passaggio tra area H1 e H2, mentre altri 14 non sono fissi, e si chiudono e si aprono secondo le volontà dell’esercito. Ai check point i palestinesi subiscono umiliazioni e violenze, spesso le persone vengono fermate e attendono ore, giovani costretti a spogliarsi per strada per mostrare che non portano armi. Un vero e proprio calvario, molti vengono arrestati per motivi di “sicurezza”. Anche bambini e bambine che per andare a scuola devono uscire o entrare dalla zone dei check-point a volte perdono la scuola; molte le testimonianze di bambini che si mettono a studiare ai check point e vengono picchiati e strattonati o fatti segno di bombe lacrimogene da parte dell’esercito. Negli ultimi anni sono aumentate anche le esecuzioni sommarie ai posti di blocco, eventi documentati dall’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, ma anche da parte di ex soldati che hanno prestato servizio a Hebron i quali, riuniti in Breaking the Silence, con le loro testimonianze denunciano il comportamento criminale dell’esercito, e sono considerati con B’Tselem e altre organizzazioni israeliane nemici dai coloni e dai vari ministri. Ma i soldati non vengono mai puniti: esemplare l’uccisione a sangue freddo di un giovane palestinese proprio a Hebron da parte del soldato Elor Azaria che il tribunale, di fronte all’evidenza, ha punito con una lieve detenzione; coloni ed estremisti, tra i quali il primo Ministro Netanyahu, hanno fatto campagne per chiederne la scarcerazione, mentre un giovane palestinese che tira una pietra può essere incarcerato fino a 12 anni.

Questa continua violazione dei diritti umani fino a qualche settimana fa era documentata e monitorata dalla TIPH, e anche se i suoi rapporti restavano secretati nelle stanze dei diversi governi, rappresentava comunque un deterrente e la possibilità che le aggressioni trovassero eco nella comunità internazionale.

Oggi i palestinesi di Hebron sono lasciati soli, ma non si sono persi d’animo: i giovani che combattono l’occupazione in città – dell’associazione Yas (Youth Against Settlements), che AssopacePalestina sostiene – hanno iniziato ad accompagnare i bambini alla scuola Cordoba, dato che vengono attaccati dai coloni di Tel Rumeida. Lo Yas, che ha sede nella zona H2, difende e racconta attraverso i video e le foto la storia quotidiana di una vita sotto occupazione, sostiene con molta forza la resistenza nonviolenta e lo fa con la sua resilienza, rimanendo nelle case e nel quartiere malgrado gli arresti e le vessazioni quotidiane.

In questi giorni sono con noi, in diverse città italiane, per la campagna internazionale “Open Shuhada Street – riaprire ai suoi abitanti la strada dell’apartheid”, due giovani attivisti Ahmad, operaio, e Jannat, studentessa di ingegneria ambientale. A Roma, Bologna, Firenze, Carrara, Cecina, Venezia, Milano, Piacenza porteranno la loro testimonianza.

È straordinaria la forza, il coraggio, la dignità e la determinazione con le quali resistono, dice Issa Amro, tra i fondatori di Yas, arrestato varie volte. La loro forza viene dal fatto che «noi siamo nel giusto, difendiamo i diritti umani e la nostra libertà». A noi raccogliere la loro voce e fare pressioni affinchè si ponga fine all’occupazione ed alla colonizzazione della Palestina.

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