La strada dell’apartheid.

Le colonie non avrebbero motivo di esistere senza un robusto e ininterrotto collegamento con Israele. La nuova strada non assolverà le colonie e non farà sparire i Palestinesi.

Editoriale redazionale.

Haaretz, 11 gennaio 2019.

La Strada 4370. 9 gennaio 2019. Olivier Fitoussi

La Strada 4370. 9 gennaio 2019. Olivier Fitoussi

È stata appena aperta al traffico una nuova tangenziale, la Strada 4370, che collega le colonie a nord di Gerusalemme con la capitale. Già prima dell’inaugurazione era diventata un vistoso simbolo a causa del muro che la divide nel mezzo: una metà per gli Israeliani, per lo più coloni che fanno quotidianamente i pendolari con la città, l’altra metà per i Palestinesi. La strada permette a questi ultimi di aggirare Gerusalemme, dove non possono entrare, e proseguire verso Ramallah o Betlemme.

Sembra una buona notizia: sia gli Israeliani che i Palestinesi trarranno vantaggio dalla nuova strada, che è fatta per abbreviare i loro spostamenti e alleggerire il traffico. Ma il muro di separazione alto 8 metri ne fa un simbolo grottesco della politica di segregazione messa in atto da Israele in Cisgiordania.

In base a questa politica, il diritto di usare gran parte del territorio e delle infrastrutture della Cisgiordania è diviso tra gli Israeliani –che si possono muovere liberamente in quasi tutta l’area– e i Palestinesi –che si possono spostare tra isolotti separati di territorio su strade separate. Israele spende centinaia di milioni di shekel per costruire strade, svincoli, tunnel e ponti che permettono questa politica, oltre a posti di blocco che richiedono sempre più soldati e personale di polizia per realizzare una separazione che comunque non è esente dall’esistenza di falle nel sistema.

La politica di segregazione è cominciata con le strade di circonvallazione nate dal bisogno di sicurezza durante le due intifade, ma sono ormai anni che queste vengono presentate come soluzioni temporanee per problemi particolari, finché non si trovi una soluzione diplomatica permanente.

Può essere questo il motivo per cui c’è voluto più di un decennio per aprire al traffico la nuova strada dopo che era stata completata: sembra che ci fosse chi sperava che una cosa così ridicola non sarebbe stata necessaria.

Ma con l’ultimo governo del primo ministro Benjamin Netanyahu, il temporaneo è diventato permanente, il cerotto è diventato la cura definitiva. In mancanza di una qualunque visione diplomatica per risolvere il conflitto con i Palestinesi, non rimaneva altro che costruire un muro e realizzare un altro posto di blocco, nel disperato tentativo di nascondere i 2,8 milioni di Palestinesi che vivono in Cisgiordania insieme a mezzo milione di Israeliani.

Durante la cerimonia per il taglio del nastro, Yisrael Gantz, presidente del Consiglio Regionale di Binyamin, ha definito la nuova strada “un’ancora di salvezza per i residenti di Binyamin,” svelando così un’amara verità riguardo alle colonie: queste non avrebbero motivo di esistere senza un robusto e ininterrotto collegamento con lo stato d’Israele. La nuova strada non assolverà le colonie e non farà sparire i Palestinesi, ma aggiungerà un’altra macchia alla reputazione di Israele.

https://www.haaretz.com/opinion/editorial/.premium-apartheid-on-the-roads-1.6829222

Traduzione di Donato Cioli

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